Microfoni aperti, Speaker. Sei in onda, vai!
C'è sempre una casella di testo, un foglio di taccuino, un A4, lì davanti a noi. Cosa scriverci sopra?
FaceBook cerca di invogliare l'utente. Lo spazio vuoto suggerisce "A cosa stai pensando?". Io però non voglio scrivere quello che penso, perché preferisco tenere certi pensieri per me. Secondo me la dicitura dovrebbe essere modificata in "Cosa vuoi comunicare agli altri?"
Allora mi chiedo: cosa vale la pena raccontare?
Di qualcosa che mi è successo oggi? o nel passato, tipo nell'infanzia? Interesserebbe a qualcuno? Potrebbe benissimo restare come un pensiero incompiuto, senza alcuna necessità di essere condiviso.
Allora di cosa dovrei scrivere? Di qualcosa letto sui quotidiani? Ne parlano già tutti e sicuramente c'è chi lo fa meglio di me: ad esempio conosco esperti di politica capaci di attaccare la fazione opposta rammentandole tutti gli scandali e le gaffe in cui è incorsa negli anni.
Potrei inventare qualcosa, ad esempio una breve storia. Sicuramente però mi baserei su esperienze personali, tornando al punto di partenza. Sarà che mi sento solipsista. O più semplicemente non ho fantasia.
Allora certe volte non scrivo niente perché sento di non avere nulla che valga la pena di esternare. Forse, sono solo stanco di me stesso. Forse c'è un tempo per scrivere e comunicare e adesso quel periodo è finito.
Fino alla prossima volta.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "End over end" dall'album "In Your honour" dei Foo Fighters. Voi fate come cazzo vi pare.
giovedì 31 maggio 2012
mercoledì 30 maggio 2012
Al pensiero
Ma perché Bruno mi guarda come
se non capisse quello che gli dico? Io lo so che lo fa apposta!
Gli basterebbe sforzarsi solo un pochettino, come quando sta di fronte ai clienti e insieme parlano di database, server, client, file, quelle cose lì - sono sicura che non ha quello sguardo come a chiedere "Cioè? Che vuoi dire, scusa? Puoi essere più chiara?"
In realtà lui capisce benissimo, ne sono certa, ma ci gode a mettermi in imbarazzo, tendendo l'esca e sperando che io dica una stupidaggine di cui poi ridere con i suoi colleghi, capaci solo di fare battute idiote e maschiliste: "Lo sapete che stronzata ha avuto il coraggio di dire, ieri, Irma?"
Cavolo, non devo pensarci! Su, su, Irma, pensa a qualcos'altro, fa' un giro su Internet, leggi qualcosa dai tuoi blog preferiti...
Niente da fare. Ecco, mi ha rovinato la giornata! Sarà contento adesso! Come tutti i maschi, ci tiene a far sentire ogni ragazza una nullità! Ora lo scrivo su FaceBook, devono saperlo tutti i miei amici! Qualcuno che mi consola lo trovo di sicuro, puoi starne certo, caro Bruno!
Ma perché mi trovo qui, a questa scrivania? A dover gestire le richieste dei clienti, sentire quello che secondo loro non va - non gli va mai bene niente, com'è possibile? Hanno sempre qualcosa di cui lamentarsi e che va aggiustata prima di subito, e indovina chi chiamano?
La verità è che questo non è il mio ruolo. Non lo è, e non lo sarà mai! Purtroppo mio padre non ha mai voluto capirlo, non ha mai voluto capire me, né mi ha mai ascoltata. Perché? Perché non posso decidere da sola della mia vita?
Quando torno a casa e provo a confidare a mio marito, Tullio, tutte le difficoltà che incontro... I primi tempi era comprensivo, ma adesso sembra infastidito. Io vorrei solo che mi concedesse un po' della sua attenzione e mi dicesse che è tutto a posto, che non devo avere paura di affrontare ogni giorno, con tutte le sue scadenze e le difficoltà nel comunicare con gli altri. Desidererei che mi facesse sentire come una bambina che ha bisogno solo di un abbraccio, e che capisse la mia voglia di mollare tutto e andare via da qui, dal lavoro, dalle scadenze in ufficio, dagli scemi che suonano ai semafori appena scatta il verde o che mi superano sul Raccordo. Invece con un orecchio ascolta me e con l'altro segue la TV. Come se le mie sofferenze fossero solo capricci di una bambina viziata. E' proprio vero: gli uomini non riescono a capire noi donne.
Per fortuna c'è mia figlia, quel piccolo fagottino, la cosa più bella che abbia mai fatto in vita mia. Su di lei posso riversare tutto l'amore che non ricevo, tutti gli abbracci che non mi vengono dati. Quando posso stare da sola con lei, senza nessun altro attorno, mi sento quasi felice.
Laura, siamo io e te, due donne contro tutto il mondo. Vederti crescere ogni giorno, in un certo senso, mi rende ansiosa, perché con gli anni non potrò più tenerti in braccio e cullarti e addormentarmi insieme a te, nella tua stanzetta. Ti staccherai da me, perché non sentirai più il bisogno di avermi accanto, vorrai la tua indipendenza, finché un giorno lascerai questa casa e vivrai la tua vita. E io rimarrò qui, senza di te.
Al pensiero, già mi sento morire.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Hollow years" dall'album "Falling into infinity" dei Dream Theater. Voi fate come cazzo vi pare.
P.S.: Questa trasmissione partecipa all'EDS della Donna Camel.
Altri partecipanti (da aggiornare):
Gli basterebbe sforzarsi solo un pochettino, come quando sta di fronte ai clienti e insieme parlano di database, server, client, file, quelle cose lì - sono sicura che non ha quello sguardo come a chiedere "Cioè? Che vuoi dire, scusa? Puoi essere più chiara?"
In realtà lui capisce benissimo, ne sono certa, ma ci gode a mettermi in imbarazzo, tendendo l'esca e sperando che io dica una stupidaggine di cui poi ridere con i suoi colleghi, capaci solo di fare battute idiote e maschiliste: "Lo sapete che stronzata ha avuto il coraggio di dire, ieri, Irma?"
Cavolo, non devo pensarci! Su, su, Irma, pensa a qualcos'altro, fa' un giro su Internet, leggi qualcosa dai tuoi blog preferiti...
Niente da fare. Ecco, mi ha rovinato la giornata! Sarà contento adesso! Come tutti i maschi, ci tiene a far sentire ogni ragazza una nullità! Ora lo scrivo su FaceBook, devono saperlo tutti i miei amici! Qualcuno che mi consola lo trovo di sicuro, puoi starne certo, caro Bruno!
Ma perché mi trovo qui, a questa scrivania? A dover gestire le richieste dei clienti, sentire quello che secondo loro non va - non gli va mai bene niente, com'è possibile? Hanno sempre qualcosa di cui lamentarsi e che va aggiustata prima di subito, e indovina chi chiamano?
La verità è che questo non è il mio ruolo. Non lo è, e non lo sarà mai! Purtroppo mio padre non ha mai voluto capirlo, non ha mai voluto capire me, né mi ha mai ascoltata. Perché? Perché non posso decidere da sola della mia vita?
Quando torno a casa e provo a confidare a mio marito, Tullio, tutte le difficoltà che incontro... I primi tempi era comprensivo, ma adesso sembra infastidito. Io vorrei solo che mi concedesse un po' della sua attenzione e mi dicesse che è tutto a posto, che non devo avere paura di affrontare ogni giorno, con tutte le sue scadenze e le difficoltà nel comunicare con gli altri. Desidererei che mi facesse sentire come una bambina che ha bisogno solo di un abbraccio, e che capisse la mia voglia di mollare tutto e andare via da qui, dal lavoro, dalle scadenze in ufficio, dagli scemi che suonano ai semafori appena scatta il verde o che mi superano sul Raccordo. Invece con un orecchio ascolta me e con l'altro segue la TV. Come se le mie sofferenze fossero solo capricci di una bambina viziata. E' proprio vero: gli uomini non riescono a capire noi donne.
Per fortuna c'è mia figlia, quel piccolo fagottino, la cosa più bella che abbia mai fatto in vita mia. Su di lei posso riversare tutto l'amore che non ricevo, tutti gli abbracci che non mi vengono dati. Quando posso stare da sola con lei, senza nessun altro attorno, mi sento quasi felice.
Laura, siamo io e te, due donne contro tutto il mondo. Vederti crescere ogni giorno, in un certo senso, mi rende ansiosa, perché con gli anni non potrò più tenerti in braccio e cullarti e addormentarmi insieme a te, nella tua stanzetta. Ti staccherai da me, perché non sentirai più il bisogno di avermi accanto, vorrai la tua indipendenza, finché un giorno lascerai questa casa e vivrai la tua vita. E io rimarrò qui, senza di te.
Al pensiero, già mi sento morire.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Hollow years" dall'album "Falling into infinity" dei Dream Theater. Voi fate come cazzo vi pare.
P.S.: Questa trasmissione partecipa all'EDS della Donna Camel.
Altri partecipanti (da aggiornare):
lunedì 28 maggio 2012
Il lato oscuro della privacy
Stavo al bar a chiacchierare serenamente con gli amici, tra una granita e uno spritz, cercando di spargere il panico in merito alla perdita di privacy dei dati personali su FaceBook - allarme lanciato, oltre che dalle trasmissioni di dis-informazione come "Report", da tutti quelli non dotati di un account sul social media (e anche dai possessori, vedi il gruppo "Santo FaceBook, protettore di tutto fuorché de li cazzi tua").
Discutevamo di questo e quell'altro, tra un upload delle nostre foto su Instagram e una controllata al numero di "like" sul nostro ultimo aforisma sagace come aggiornamento di stato. Accorti laureati in economia e commercio e giurisprudenza mi rammentavano l'uso della sigla SB in loco di "Silvio Berlusconi" nelle loro critiche di politica economica (soggetto: "Bunga bunga") per evitare di essere rintracciati dalla polizia segreta di FaceBook (per ogni commento postato, Zuckerberg donerà cinque centesimi a Grillo per mandarlo dal barbiere).
Nel frattempo, quel burlone del Garante per la Privacy decideva bene - con decreto legge 9 febbraio 2012, n. 5, "Soppressione del DPS" - di rendere non obbligatoria la stesura annuale del Documento Programmatico per la Sicurezza.
Cosa c'era nel DPS? Tra le altre cose, conteneva l'analisi dei rischi per la sicurezza delle informazioni.
Ora quelli che sono arrivati a leggere fino a qui, pur avendo capito che non si parlava di sorca, si chiederanno:
- E che cazzo vuol dire?
In sostanza, avete presente il Gabibbo che gira nei corridoi di uffici pubblici, tribunali, enti ministeriali? Quando entra nell'archivio, prende un paio di pratiche e esce come se niente fosse, senza alcun controllo?
Ah ecco, ora mi seguite.
La suddetta analisi dei rischi permette al Titolare e al Responsabile del trattamento dei dati personali di capire quali sono i punti deboli nella sicurezza e provvedere di conseguenza. Per dire, mettendo un lucchetto all'archivio.
Venendo meno l'obbligo, nessuno redigerà più il suddetto DPS. Ora, se magari ha senso per il calzolaio sotto casa (il numero di scarpe associato al vostro nominativo potrebbe essere inteso come dato personale?), pensate un po' più in grande. Tipo, che so, l'Erario, Equitalia, INPS, cose così. Pensate se i vostri dati personali (e sensibili, e giudiziari) fossero esposti alla luce del sole.
Pensate ai locali dove si trovano gli archivi, siano essi cartacei o elettronici. Allagamento? Incendio? Furto? Manomissione? Danneggiamento?
Non risulta più obbligatoria nessuna considerazione.
Una misura, come potete ben immaginare, non già a carattere esemplificativo ma economico: ogni anno le piccole e medie imprese italiane pagano delle società di consulenza affinché redigano per loro questo documento. Per cui, se già prima l'azienda non sapeva cosa scriverci dentro, figuriamoci adesso.
Bene, possiamo tornare serenamente a preoccuparci che Zuckerberg conosca i nostri gusti personali, come avevo già discusso qui.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Brain damage" dall'album "The dark side of the moon" dei Pink Floyd. Voi fate come cazzo vi pare.
Discutevamo di questo e quell'altro, tra un upload delle nostre foto su Instagram e una controllata al numero di "like" sul nostro ultimo aforisma sagace come aggiornamento di stato. Accorti laureati in economia e commercio e giurisprudenza mi rammentavano l'uso della sigla SB in loco di "Silvio Berlusconi" nelle loro critiche di politica economica (soggetto: "Bunga bunga") per evitare di essere rintracciati dalla polizia segreta di FaceBook (per ogni commento postato, Zuckerberg donerà cinque centesimi a Grillo per mandarlo dal barbiere).
Nel frattempo, quel burlone del Garante per la Privacy decideva bene - con decreto legge 9 febbraio 2012, n. 5, "Soppressione del DPS" - di rendere non obbligatoria la stesura annuale del Documento Programmatico per la Sicurezza.
Cosa c'era nel DPS? Tra le altre cose, conteneva l'analisi dei rischi per la sicurezza delle informazioni.
Ora quelli che sono arrivati a leggere fino a qui, pur avendo capito che non si parlava di sorca, si chiederanno:
- E che cazzo vuol dire?
In sostanza, avete presente il Gabibbo che gira nei corridoi di uffici pubblici, tribunali, enti ministeriali? Quando entra nell'archivio, prende un paio di pratiche e esce come se niente fosse, senza alcun controllo?
Ah ecco, ora mi seguite.
La suddetta analisi dei rischi permette al Titolare e al Responsabile del trattamento dei dati personali di capire quali sono i punti deboli nella sicurezza e provvedere di conseguenza. Per dire, mettendo un lucchetto all'archivio.
Venendo meno l'obbligo, nessuno redigerà più il suddetto DPS. Ora, se magari ha senso per il calzolaio sotto casa (il numero di scarpe associato al vostro nominativo potrebbe essere inteso come dato personale?), pensate un po' più in grande. Tipo, che so, l'Erario, Equitalia, INPS, cose così. Pensate se i vostri dati personali (e sensibili, e giudiziari) fossero esposti alla luce del sole.
Pensate ai locali dove si trovano gli archivi, siano essi cartacei o elettronici. Allagamento? Incendio? Furto? Manomissione? Danneggiamento?
Non risulta più obbligatoria nessuna considerazione.
Una misura, come potete ben immaginare, non già a carattere esemplificativo ma economico: ogni anno le piccole e medie imprese italiane pagano delle società di consulenza affinché redigano per loro questo documento. Per cui, se già prima l'azienda non sapeva cosa scriverci dentro, figuriamoci adesso.
Bene, possiamo tornare serenamente a preoccuparci che Zuckerberg conosca i nostri gusti personali, come avevo già discusso qui.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Brain damage" dall'album "The dark side of the moon" dei Pink Floyd. Voi fate come cazzo vi pare.
martedì 22 maggio 2012
Tra le stesse pareti
Da dove era seduta, Anna poteva vederlo di spalle e leggermente di profilo.
Si trovavano entrambi nella sala convegni. Al microfono, un dirigente in giacca e cravatta sorrideva, mentre recitava il suo discorso gioviale e che, lo sapevano tutti, non corrispondeva a nessuna realtà, come avrebbero dimostrato i mesi a seguire, ma quel signore doveva dire qualcosa ogni tanto, vuoi per gli obblighi di legge, vuoi per farsi vedere ogni tanto dai dipendenti, sempre bisognosi di una buona parola da parte sua - o almeno così pensava.
Mentre Anna sedeva compostamente, con le gambe non troppo lunghe accavallate e le mani piccole e delicate in grembo, Mario si era stravaccato su una delle poltroncine rosse della sala, cinque file più avanti a lei.
Anche lui aveva una gamba sull'altra - le sue, lunghe e atletiche, abituate al calcetto e al tennis - ma con un atteggiamento meno elegante. Giochicchiava con un elastico tra le mani che, non sapeva bene perché, si era ritrovato nella tasca dei pantaloni; per il resto, seguiva distrattamente le parole che uscivano dal costoso impianto audio della sala.
Anna si girò e rimase a guardarlo - le labbra di lei, solitamente sorridenti, erano serie come gli occhi, dal taglio vagamente orientale ma, in quel momento, leggermente malinconici. Pensava ai caffè presi insieme, la complicità nel prendere in giro gli altri colleghi, persino quando lui prendeva in giro lei e la faceva ridere suo malgrado. Le mancavano i primi tempi, quando lui passava in stanza a salutarla, senza un vero motivo, sorprendendosi nel trovare sempre di che parlare, solo per il piacere di trovarsi insieme tra le stesse pareti.
Le mancavano le ore di straordinario, mentre il resto dei colleghi era già andato via perché non vedeva l'ora di uscire da lì e invece lui aveva il turno pomeridiano, così potevano incontrarsi senza nessuno intorno. Una volta c'era la necessità di nascondersi, di far finta di niente quando si incrociavano nei corridoi e avrebbero avuto voglia di baciarsi come nell'oscurità del magazzino o nell'aula per i corsi che in quei momenti ospitava solo due persone, lasciando andare il desiderio che avevano trattenuto per giorni. Anna sentiva lui sopra di lei, dentro di lei, sulla cattedra che cigolava, mentre trattenevano i gemiti per non fare rumore, perché le guardie giurate potevano essere in giro a fare qualche controllo.
Non poteva durare per sempre, questo Anna lo aveva sempre saputo, così come lo sapeva Mario, e non avevano dovuto dirselo nemmeno una volta. Solamente, avevano fatto finta di non pensare alla moglie ignara che lo aspettava a casa, e quando avevano capito di essere andati oltre e al contempo di non poter avere di più, avevano smesso.
Adesso, se si incontravano in corridoio, si salutavano, magari scambiavano anche una battuta tra loro, ma in realtà si allontanavano l'uno dall'altra il prima possibile. Perché adesso gli straordinari solitari di Anna, il figlio di Mario nato da qualche mese, lo stare tra le stesse pareti - tutto faceva male.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "That's the way", dall'album "Led Zeppelin III" dei Led Zeppelin. Voi fate come cazzo vi pare.
Si trovavano entrambi nella sala convegni. Al microfono, un dirigente in giacca e cravatta sorrideva, mentre recitava il suo discorso gioviale e che, lo sapevano tutti, non corrispondeva a nessuna realtà, come avrebbero dimostrato i mesi a seguire, ma quel signore doveva dire qualcosa ogni tanto, vuoi per gli obblighi di legge, vuoi per farsi vedere ogni tanto dai dipendenti, sempre bisognosi di una buona parola da parte sua - o almeno così pensava.
Mentre Anna sedeva compostamente, con le gambe non troppo lunghe accavallate e le mani piccole e delicate in grembo, Mario si era stravaccato su una delle poltroncine rosse della sala, cinque file più avanti a lei.
Anche lui aveva una gamba sull'altra - le sue, lunghe e atletiche, abituate al calcetto e al tennis - ma con un atteggiamento meno elegante. Giochicchiava con un elastico tra le mani che, non sapeva bene perché, si era ritrovato nella tasca dei pantaloni; per il resto, seguiva distrattamente le parole che uscivano dal costoso impianto audio della sala.
Anna si girò e rimase a guardarlo - le labbra di lei, solitamente sorridenti, erano serie come gli occhi, dal taglio vagamente orientale ma, in quel momento, leggermente malinconici. Pensava ai caffè presi insieme, la complicità nel prendere in giro gli altri colleghi, persino quando lui prendeva in giro lei e la faceva ridere suo malgrado. Le mancavano i primi tempi, quando lui passava in stanza a salutarla, senza un vero motivo, sorprendendosi nel trovare sempre di che parlare, solo per il piacere di trovarsi insieme tra le stesse pareti.
Le mancavano le ore di straordinario, mentre il resto dei colleghi era già andato via perché non vedeva l'ora di uscire da lì e invece lui aveva il turno pomeridiano, così potevano incontrarsi senza nessuno intorno. Una volta c'era la necessità di nascondersi, di far finta di niente quando si incrociavano nei corridoi e avrebbero avuto voglia di baciarsi come nell'oscurità del magazzino o nell'aula per i corsi che in quei momenti ospitava solo due persone, lasciando andare il desiderio che avevano trattenuto per giorni. Anna sentiva lui sopra di lei, dentro di lei, sulla cattedra che cigolava, mentre trattenevano i gemiti per non fare rumore, perché le guardie giurate potevano essere in giro a fare qualche controllo.
Non poteva durare per sempre, questo Anna lo aveva sempre saputo, così come lo sapeva Mario, e non avevano dovuto dirselo nemmeno una volta. Solamente, avevano fatto finta di non pensare alla moglie ignara che lo aspettava a casa, e quando avevano capito di essere andati oltre e al contempo di non poter avere di più, avevano smesso.
Adesso, se si incontravano in corridoio, si salutavano, magari scambiavano anche una battuta tra loro, ma in realtà si allontanavano l'uno dall'altra il prima possibile. Perché adesso gli straordinari solitari di Anna, il figlio di Mario nato da qualche mese, lo stare tra le stesse pareti - tutto faceva male.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "That's the way", dall'album "Led Zeppelin III" dei Led Zeppelin. Voi fate come cazzo vi pare.
martedì 15 maggio 2012
Brevi momenti di lucidità
Andrea esce dalla sua stanza, senza un vero motivo. Sa solo che non riesce a dormire.
E' tardi e il corridoio è buio, eccetto per una luce proveniente dalla stanza di Marco, che forse sta leggendo il libro che gli ha prestato. Non ha voglia, però, di andare da lui per scambiare quattro chiacchiere, anche se non sa bene perché; oppure sì: scambierebbero solo parole tanto per riempire il vuoto, senza particolare utilità, poi gli sguardi cercherebbero il pavimento o il muro perché gli argomenti sarebbero finiti e si cercherebbe il "Va bene..." conclusivo.
Per un attimo si rende conto che nessuno lo conosce davvero. I suoi amici, sua madre, la sua ragazza: ognuno di loro, quando pensa ad Andrea, ha in mente solo una sua parte, una sua immagine distorta come i ritratti di Picasso, ma nessuno riesce a vedere l'originale.
Per un attimo ha un'intuizione: la vera sfiga, nella vita, è non riuscire a trovare qualcuno che ti conosca davvero. Davvero. Anzi, qualcuno che ti conosca e ti capisca e ti accetti per quello che sei. Poi questa considerazione sparisce, ritenendola una stronzata da dimenticare come i tanti pensieri che si affacciano a una mente desiderosa ma incapace di dormire, troppo stanca per essere ragionevole. Se poi la ragionevolezza sia formulare pensieri conformisti, è un altro discorso.
A proposito di conformismo, gli viene in mente la rivista che la sua ragazza ha lasciato in stanza, Vanity Fair: in copertina c'è il solito cantante fotogenico e populista con i suoi discorsi sul ridere, correre e fare l'amore; da trent'anni scimmiotta sé stesso e gli altri prima di lui che hanno cantato solo quello che la gente si aspettava, come in un Sanremo senza soluzione di continuità. Come disse Frank Zappa, ci sono persone che ogni mattina si fissano allo specchio, mettono lo spray nei capelli e dicono: "Non importa quanti cazzi dovrò leccare o quanti Milli Vanilli dovrò mettere sotto contratto: devo tenermi il mio cazzo di lavoro".
Marketing o arte? Marketing è "Ancora in piedi" di Ligabue o "Proibito" dei Litfiba, "Quello che non ti ho detto" dei Modà o "Tutto l'amore che ho" di Jovanotti; ce n'è per tutti i gusti. Arte è "Bohemian Rapsody" dei Queen o "The wind cries Mary " di Hendrix o "Starway to heaven" dei Led Zeppelin o "Smoke on the water" dei Deep Purple: qualcosa che ascolti e intuisci subito che dentro c'è qualcosa di diverso, più profondo, più sentito, cazzo, e non qualcosa per vendere e far intascare il dieci per cento al manager.
Andrea torna in stanza e ripensa a quella idea che nessuno lo conosce veramente. Forse solo una persona della stessa età, con le stesse origini sociali e con le stesse esperienze potrebbe capirlo veramente, ma non esiste una persona così, con tutte le città che ha cambiato e le persone che ha perso di vista. Allora toglie una condizione e pensa di cercare la sua vicina di casa di quando era ancora bambino, quella Maria con cui giocava e leggeva quei libri tipo "Tante cose intorno a noi" dove c'erano i nomi delle piante e delle auto e degli strati dell'atmosfera, e lei aveva i capelli che somigliavano alle bambole con cui Andrea era costretto a giocare per stare con lei.
Poi però pensa che non ha voglia di entrare su FaceBook a cercarla: al massimo troverebbe un'immagine sbiadita di quel chiaro ricordo che vuole mantenere di lei. O viceversa, per quello che conta.
E pensa che ultimamente vuole vedere e sentire e parlare con meno gente possibile e preferisce perdersi tra le parole dei suoi libri, così da non dover far caso alla vita reale.
E poi pensa che è tardi. In tutti i sensi. Meglio provare a dormire.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "It's late" dall'album "News of the world" dei Queen. Voi fate come cazzo vi pare.
E' tardi e il corridoio è buio, eccetto per una luce proveniente dalla stanza di Marco, che forse sta leggendo il libro che gli ha prestato. Non ha voglia, però, di andare da lui per scambiare quattro chiacchiere, anche se non sa bene perché; oppure sì: scambierebbero solo parole tanto per riempire il vuoto, senza particolare utilità, poi gli sguardi cercherebbero il pavimento o il muro perché gli argomenti sarebbero finiti e si cercherebbe il "Va bene..." conclusivo.
Per un attimo si rende conto che nessuno lo conosce davvero. I suoi amici, sua madre, la sua ragazza: ognuno di loro, quando pensa ad Andrea, ha in mente solo una sua parte, una sua immagine distorta come i ritratti di Picasso, ma nessuno riesce a vedere l'originale.
Per un attimo ha un'intuizione: la vera sfiga, nella vita, è non riuscire a trovare qualcuno che ti conosca davvero. Davvero. Anzi, qualcuno che ti conosca e ti capisca e ti accetti per quello che sei. Poi questa considerazione sparisce, ritenendola una stronzata da dimenticare come i tanti pensieri che si affacciano a una mente desiderosa ma incapace di dormire, troppo stanca per essere ragionevole. Se poi la ragionevolezza sia formulare pensieri conformisti, è un altro discorso.
A proposito di conformismo, gli viene in mente la rivista che la sua ragazza ha lasciato in stanza, Vanity Fair: in copertina c'è il solito cantante fotogenico e populista con i suoi discorsi sul ridere, correre e fare l'amore; da trent'anni scimmiotta sé stesso e gli altri prima di lui che hanno cantato solo quello che la gente si aspettava, come in un Sanremo senza soluzione di continuità. Come disse Frank Zappa, ci sono persone che ogni mattina si fissano allo specchio, mettono lo spray nei capelli e dicono: "Non importa quanti cazzi dovrò leccare o quanti Milli Vanilli dovrò mettere sotto contratto: devo tenermi il mio cazzo di lavoro".
Marketing o arte? Marketing è "Ancora in piedi" di Ligabue o "Proibito" dei Litfiba, "Quello che non ti ho detto" dei Modà o "Tutto l'amore che ho" di Jovanotti; ce n'è per tutti i gusti. Arte è "Bohemian Rapsody" dei Queen o "The wind cries Mary " di Hendrix o "Starway to heaven" dei Led Zeppelin o "Smoke on the water" dei Deep Purple: qualcosa che ascolti e intuisci subito che dentro c'è qualcosa di diverso, più profondo, più sentito, cazzo, e non qualcosa per vendere e far intascare il dieci per cento al manager.
Andrea torna in stanza e ripensa a quella idea che nessuno lo conosce veramente. Forse solo una persona della stessa età, con le stesse origini sociali e con le stesse esperienze potrebbe capirlo veramente, ma non esiste una persona così, con tutte le città che ha cambiato e le persone che ha perso di vista. Allora toglie una condizione e pensa di cercare la sua vicina di casa di quando era ancora bambino, quella Maria con cui giocava e leggeva quei libri tipo "Tante cose intorno a noi" dove c'erano i nomi delle piante e delle auto e degli strati dell'atmosfera, e lei aveva i capelli che somigliavano alle bambole con cui Andrea era costretto a giocare per stare con lei.
Poi però pensa che non ha voglia di entrare su FaceBook a cercarla: al massimo troverebbe un'immagine sbiadita di quel chiaro ricordo che vuole mantenere di lei. O viceversa, per quello che conta.
E pensa che ultimamente vuole vedere e sentire e parlare con meno gente possibile e preferisce perdersi tra le parole dei suoi libri, così da non dover far caso alla vita reale.
E poi pensa che è tardi. In tutti i sensi. Meglio provare a dormire.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "It's late" dall'album "News of the world" dei Queen. Voi fate come cazzo vi pare.
venerdì 11 maggio 2012
Fine di un amore automobilistico
La fiducia che riponevo nella mia SpeakerMobile è crollata.
Una perdita nel radiatore dovuta a un difetto nell'impianto di climatizzazione. Questa è la motivazione che mi fornisce il meccanico alla mia domanda "Perché?", posta per intuire se l'uomo in salopette unta sa come aggiustare la mia Ford Clev.
In realtà la risposta, per quello che conta, potrebbe essere "Il Karma", "Hai degli omini dispettosi tra le lamiere" o "Un battito d'ali di farfalla dall'altro capo del mondo, e non quella di Belen, che batte in altro modo".
Quando ho visto la lancetta della temperatura al massimo, ho capito che era finita tra noi, Clev. Non si è bruciata la guarnizione della testata - che non ho la più pallida idea di cosa significhi - ma mi hai tradito e io non posso più fidarmi di te.
Ti hanno riparata, ma siamo sicuri? Ogni volta, prima di mettere in moto, apro il cofano e guardo il livello dell'acqua che mi sembra sempre meno della volta precedente, mi chino per scorgere eventuali perdite, ascolto il rumore del motore per intercettare rumori sinistri (come quelli che mi avvisarono che qualcosa non andava, due giorni fa).
La mia Ford non è
più un'entità che procede avanti per magia e con la quale avrei affrontato chilometri di asfalto o sterrato, con il sole o la pioggia. Adesso è un assemblato di parti
costruite, che so, in Spagna o in Germania, con parti che provengono
dalla Polonia, dalla Cina, dall'Ungheria, messe insieme da altri
macchinari difettosi, da uomini distratti e con controlli di qualità
decisi dal management; nessuno di questi attori ha avuto a cuore la sorte mia e del mio
conto corrente.
SpeakerMobile, tireremo avanti cercando di tenere insieme i pezzi di questa storia, per il bene di entrambi, ma nel migliore dei casi l'ansia di un nuovo tradimento da parte tua rimarrà in un angolino più o meno buio e nascosto, tuttavia sempre presente.
Non abbandonarmi.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Never let me down" dall'omonimo album di David Bowie. Voi fate come cazzo vi pare.
giovedì 10 maggio 2012
Delirio n°275
Vedi, Speaker, metti che, guardando dalla finestra del tuo ufficio, noti dei lavori in corso.
Metti anche che, da un asilo nido vicino, un bambino sia intento a fissare gli operai che tirano giù sacchi dal loro camion, spostano transenne, usano una pala e così via.
Bene, puoi stare sicuro che tu e lui pensate la stessa cosa:
Così ogni volta che vai al supermercato e vedi oggetti tipo questo:
E questo non perché entrambi abbiate l'ossessione per i Lego, ma semplicemente perché tutti noi pensiamo alle stesse cose.
Come in quei giochi tra nerd, il tempo non è altro che un unico campo di battaglia in cui ogni individuo, come un virus, ha il solo scopo di sopravvivere e replicarsi nella memoria del computer che è questo pianeta. Ognuno ha la sua strategia: vincerà il virus formato da una sola istruzione che duplica rapidamente sé stesso nella cella antistante o quello che sovrascrive una cella ogni dieci? Lo scopo però è lo stesso: sopravvivere. Siamo stati programmati da madre natura per la nostra sopravvivenza e quella della nostra specie, in modo da perpetuare il concetto di vita.
Vuoi un altro esempio?
Considera la classica domanda "Preferisci i Beatles o i Rolling stones?" Le risposte possibili sono:
E se non sei ancora convinto, Speaker, torna al bambino che fissa i manovali. Hai visto dove sta? Non in un punto qualsiasi, ma proprio davanti al cancello d'uscita. Perché anche lui, come te, vorrebbe essere libero, prendendo possesso delle celle vicine.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Universal mind" dei Doors. Voi fate come cazzo vi pare.
Metti anche che, da un asilo nido vicino, un bambino sia intento a fissare gli operai che tirano giù sacchi dal loro camion, spostano transenne, usano una pala e così via.
Bene, puoi stare sicuro che tu e lui pensate la stessa cosa:
![]() |
E questo non perché entrambi abbiate l'ossessione per i Lego, ma semplicemente perché tutti noi pensiamo alle stesse cose.
Come in quei giochi tra nerd, il tempo non è altro che un unico campo di battaglia in cui ogni individuo, come un virus, ha il solo scopo di sopravvivere e replicarsi nella memoria del computer che è questo pianeta. Ognuno ha la sua strategia: vincerà il virus formato da una sola istruzione che duplica rapidamente sé stesso nella cella antistante o quello che sovrascrive una cella ogni dieci? Lo scopo però è lo stesso: sopravvivere. Siamo stati programmati da madre natura per la nostra sopravvivenza e quella della nostra specie, in modo da perpetuare il concetto di vita.
Vuoi un altro esempio?
Considera la classica domanda "Preferisci i Beatles o i Rolling stones?" Le risposte possibili sono:
- "Beatles"
- "Rolling Stones"
- "Entrambi"
- "Nessuno dei due"
- "E' la domanda più idiota che mi abbiano mai fatto e tu sei un coglione"
E se non sei ancora convinto, Speaker, torna al bambino che fissa i manovali. Hai visto dove sta? Non in un punto qualsiasi, ma proprio davanti al cancello d'uscita. Perché anche lui, come te, vorrebbe essere libero, prendendo possesso delle celle vicine.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Universal mind" dei Doors. Voi fate come cazzo vi pare.
mercoledì 9 maggio 2012
Datemi un eroe e vi scriverò un post
Guardare un film come "Spider-Man" mi ha sempre dato un senso di malinconia.
A cosa attribuire questo sentimento? Nella versione cinematografica dell'"Uomo Ragno", Tobey Maguire è uno sfigato che un giorno, per puro caso, si dota di quei poteri che gli permettono di percorrere la città saltando da una liana di ragnatela all'altra, arrampicarsi sui palazzi lì dove nessuno può arrivare, punire i cattivi; insomma, tutte ciò che lo rende un eroe, uno che conta, e che lo fa sentire vivo.
Ora, io mi sento Peter Parker da una vita. Superata l'adolescenza, la vita diventa il lavoro svolto, con annessi studi. La mia strada professionale, peraltro non scelta da me ma imposta dai genitori, non solo non mi è mai piaciuta o interessata, ma non sta dando nessuna soddisfazione, come già detto. Nel grigiore della routine in cui mi alzo per recarmi in ufficio, mi sento come un Peter Parker senza poteri. Io sento che avrei dovuto scegliere un'altra strada, quella artistica, ma non ce l'avrei fatta senza l'appoggio della mia famiglia. Ho dato retta ai miei, che cercavano di convincermi che così avrei avuto una vita più facile. D'altronde, perché negarlo, non ho avuto le palle di mollare quei libri di "Analisi 3" e "Reti di calcolatori" e scappare di casa mantenendomi con qualche lavoretto, cercando nel frattempo di realizzare i miei desideri. Probabilmente avrei fatto fatica ad arrivare a fine mese, tuttavia l'insoddisfazione che provo ogni giorno non ha prezzo.
Ecco perché quando vedo, ad esempio, Capitan America pestare i cattivi penso a me seduto a una scrivania mentre i progetti di mia responsabilità vengono bloccati e il contrasto mi dà un senso di malinconia.
Tuttavia, oggi ho pensato a una differente interpretazione. Dopo il recente "Avengers" sono andato a riguardare alcuni spezzoni di Iron Man 2, perché credo che Stark e il suo alter ego siano i personaggi più riusciti. Mi stavo godendo la scena in cui Robert Downey Jr. indossa il Mark V per salvare sé stesso e quella sorca atomica di Gwyneth Paltrow nonché l'attore/regista Jon Favreau dal cattivo Mickey Rourke. Improvvisamente mi è venuto in mente che Stark/Iron Man, con le sue battute, la sua forza e il suo eroismo, rappresenta un fratello maggiore, anzi no, un padre.
Ecco, una figura paterna che ti è sempre accanto, gioca e scherza con te e ti aiuta quando sei nei guai.
Proprio quello che non ho mai avuto io.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "My hero" dall'album "The Colour and the Shape" dei Foo Fighters. Voi fate come cazzo vi pare.
lunedì 7 maggio 2012
Jane Eyre, più o meno
Continua la serie di recensioni di romanzi che nessuna persona sana di mente leggerebbe nel terzo millennio. Oggi proviamo ad analizzare il capolavoro di Charlotte Bronte, "Jane Eyre" - Sottotitolo: la silfide.
La protagonista, ancora bambina, è ospite gradita presso la signora Reed, che la loda in continuazione.
- 'Mazza che brutta che sei, Jane!
- Cominciamo bene...
La vita della nostra Jane trascorre placida, in compagnia di altri simpatici fanciulli, tra i quali ricordiamo il bel John, che ogni tanto si rivolge a sua madre per dirimere le controversie con la protagonista.
- Mamma! Mamma, Jane non si lascia frustare con il gatto a nove code sulla nuda pelle!
- Jane! Cattiva, cattiva, cattiva! Non c'è bambina più cattiva di te! Ora ti metto in collegio!
- Be', peggio di qui non potrà essere.
La bambina arriva quindi nel collegio di Lowood.
- Oh Signore, che bambina brutta ci hanno mandato. Sarà sicuramente posseduta dal demonio!
- Ecco.
- Cattiva, cattiva Jane Eyre!
- Ma non ho ancora fatto un tubo!
- Non importa, la signora Reed ci ha avvertito.
- Che culo!
Lì Jane conosce un'altra bambina, Helen, che la aiuta a trascorrere il tempo con l'esempio della mortificazione della propria carne: ogni notte dorme in una "vergine di ferro", ovvero un sarcofago con degli aculei all'interno. Stranamente poco tempo dopo muore.
Quando Jane compie diciotto anni, poiché ormai si trova bene nel collegio, sente la mancanza delle belle vessazioni di una volta. Il suo masochismo le fa cercare un altro lavoro. Prima di lasciare Lowood incontra una vecchia amica, Bessie, che le rivolge parole di stima:
- Sei cresciuta proprio un cesso, Jane...
- E ti pareva.
La ragazza trova quindi lavoro come tutor della CEPU presso Thornfiled, e precisamente nella casa del signor Rochester, con cui fa presto conoscenza:
- 'Mazza quanto siete brutta, signorina Eyre.
- Aspetta la fine del romanzo, e poi vedi. Va be', per dire. Ma cosa sono queste risate pazze che provengono dalla soffitta?
- Oh, niente, saranno i topi... Comunque, vuole sposarmi?
- Ma come, prima voi troieggiate con quella che descrivo come la Chiabotto, ci andate a cavallo insieme lasciandomi qui a giocare con quella specie di velina in miniatura della mia allieva, Adele... E ora mi chiedete di sposarvi?
- Era per farvi ingelosire.
- Ah.
- Allora, accettate?
- OK, tanto chi mi si piglia?
In chiesa tuttavia qualcosa va storto.
- Questo matrimonio non s'ha da fare!
- E qui una buona bestemmia?
- Ma no, quello è un altro romanzo! E comunque il signor Rochester è sposato con i topi che ridono in soffitta.
- Mi sembrava che avesse qualche rotella fuori posto. Va be', allora me ne vado.
Jane tenta il suicidio dormendo tra i boschi ma sfortunatamente non vi riesce e per di più viene accolta nella casa di un religioso deciso a partire per l'India.
- 'Mazza, quanto siete brutta.
- Ma non sapete dire altro, in questo romanzo???
- Vuole sposarmi?
- Pure voi! Ma non siete un pastore?
- Sì, ma voi mi servireste per lucidare il pavimento, strizzare lo straccio nel secchio, passare i giornali sui vetri delle finestre, sgrassare i sanitari, tagliare le unghie dei piedi ai lebbrosi. Tutto, si intende, per la gloria del Signore.
- Tanto valeva il gatto a nove code! Ho capito che la vocazione religiosa non fa per me!
Jane torna dal Signor Rochester, che nel frattempo, a seguito di uno sfortunato incidente con... ehm, i topi in soffitta, ha perso la vista.
- Jane, siete voi? Oh come siete bella!
- E certo, ora che siete cieco!
- Chiedo la vostra mano!
- Dato che avete perso la vostra nell'incendio... Va be', va', per stavolta...
E vivono infelici e contenti.
La protagonista, ancora bambina, è ospite gradita presso la signora Reed, che la loda in continuazione.
- 'Mazza che brutta che sei, Jane!
- Cominciamo bene...
La vita della nostra Jane trascorre placida, in compagnia di altri simpatici fanciulli, tra i quali ricordiamo il bel John, che ogni tanto si rivolge a sua madre per dirimere le controversie con la protagonista.
- Mamma! Mamma, Jane non si lascia frustare con il gatto a nove code sulla nuda pelle!
- Jane! Cattiva, cattiva, cattiva! Non c'è bambina più cattiva di te! Ora ti metto in collegio!
- Be', peggio di qui non potrà essere.
La bambina arriva quindi nel collegio di Lowood.
- Oh Signore, che bambina brutta ci hanno mandato. Sarà sicuramente posseduta dal demonio!
- Ecco.
- Cattiva, cattiva Jane Eyre!
- Ma non ho ancora fatto un tubo!
- Non importa, la signora Reed ci ha avvertito.
- Che culo!
Lì Jane conosce un'altra bambina, Helen, che la aiuta a trascorrere il tempo con l'esempio della mortificazione della propria carne: ogni notte dorme in una "vergine di ferro", ovvero un sarcofago con degli aculei all'interno. Stranamente poco tempo dopo muore.
Quando Jane compie diciotto anni, poiché ormai si trova bene nel collegio, sente la mancanza delle belle vessazioni di una volta. Il suo masochismo le fa cercare un altro lavoro. Prima di lasciare Lowood incontra una vecchia amica, Bessie, che le rivolge parole di stima:
- Sei cresciuta proprio un cesso, Jane...
- E ti pareva.
La ragazza trova quindi lavoro come tutor della CEPU presso Thornfiled, e precisamente nella casa del signor Rochester, con cui fa presto conoscenza:
- 'Mazza quanto siete brutta, signorina Eyre.
- Aspetta la fine del romanzo, e poi vedi. Va be', per dire. Ma cosa sono queste risate pazze che provengono dalla soffitta?
- Oh, niente, saranno i topi... Comunque, vuole sposarmi?
- Ma come, prima voi troieggiate con quella che descrivo come la Chiabotto, ci andate a cavallo insieme lasciandomi qui a giocare con quella specie di velina in miniatura della mia allieva, Adele... E ora mi chiedete di sposarvi?
- Era per farvi ingelosire.
- Ah.
- Allora, accettate?
- OK, tanto chi mi si piglia?
In chiesa tuttavia qualcosa va storto.
- Questo matrimonio non s'ha da fare!
- E qui una buona bestemmia?
- Ma no, quello è un altro romanzo! E comunque il signor Rochester è sposato con i topi che ridono in soffitta.
- Mi sembrava che avesse qualche rotella fuori posto. Va be', allora me ne vado.
Jane tenta il suicidio dormendo tra i boschi ma sfortunatamente non vi riesce e per di più viene accolta nella casa di un religioso deciso a partire per l'India.
- 'Mazza, quanto siete brutta.
- Ma non sapete dire altro, in questo romanzo???
- Vuole sposarmi?
- Pure voi! Ma non siete un pastore?
- Sì, ma voi mi servireste per lucidare il pavimento, strizzare lo straccio nel secchio, passare i giornali sui vetri delle finestre, sgrassare i sanitari, tagliare le unghie dei piedi ai lebbrosi. Tutto, si intende, per la gloria del Signore.
- Tanto valeva il gatto a nove code! Ho capito che la vocazione religiosa non fa per me!
Jane torna dal Signor Rochester, che nel frattempo, a seguito di uno sfortunato incidente con... ehm, i topi in soffitta, ha perso la vista.
- Jane, siete voi? Oh come siete bella!
- E certo, ora che siete cieco!
- Chiedo la vostra mano!
- Dato che avete perso la vostra nell'incendio... Va be', va', per stavolta...
E vivono infelici e contenti.
giovedì 3 maggio 2012
Seduta per terra
Scusami.
No, dico, scusami.
Sarà che ho dei pregiudizi, che sono misantropo, che me rode er culo per qualcosa, non lo so.
Però non riesco a vederti qui a casa mia.
Seduta. Per. Terra.
E so benissimo che non ci conosciamo.
Però non riesco a fare a meno di immaginarti mentre ti prepari svogliatamente per un esame di un corso universitario (psicologia? lingue? filosofia?) che hai affrontato per far contenti i tuoi genitori che insistevano perché prendessi il pezzo di carta, con Facebook aperto sull'ultimo gruppo a cui ti sei iscritta: "Molliamo tutto e ce ne andiamo a Bora Bora", sognando di passare la vita in bikini e con un "Sex on the beach" in un bicchiere con ombrellino, e tra una lettura e l'altra, mentre dai due tiri alla sigaretta decidi di far pausa telefonando a una delle tue amiche fidate, che conosci dai tempi delle medie, per organizzare la serata: magari prenderete un aperitivo al Doppiozero 2 sull'Ostiense, oppure al Sinister Noise dove ci sono i gruppi dal vivo, anche se poi passerai la serata fuori con una Caipiroska in mano e una Pal Mal nell'altra perché la musica ti disturba, mentre racconti al tuo gruppetto di amici delle tue ultime vacanze a New York o a Shangai, perché ognuno ha diritto a un po' di relax ogni tanto, giusto? Relax dall'uni, dai poveracci al semaforo che ti chiedono le monetine, da mamma e papà che hanno un appartamento ai Parioli e stanno sempre lì ostentando il loro stato sociale, anche se non lo ammetterebbero mai e forse neanche se ne rendono conto, con il loro essere borghesi: lui, avvocato che sperava di farti entrare a lavorare nel suo studio; ma tu hai scelto una via completamente diversa, perché non vuoi fare la sua fine, in giacca e cravatta dalla mattina alla sera a parlare solo di lavoro, o forse hai semplicemente paura di non essere all'altezza dei tuoi ma tuo padre e tua madre, iscritti a un paio di club per frequentare i migliori professionisti della città, ti aiuteranno comunque e ci sarà un posto da qualche parte per te, hanno delle conoscenze, insomma non ti abbandoneranno mai e tu questo lo sai e ne hai maledettamente bisogno e proprio per questo non lo sopporti e allora fai la ribelle: ti proclami di sinistra anche se non voti, tiri di coca ogni tanto da amici che nemmeno il tuo fidanzato conosce, ascolti gli Afterhours, alle feste ti metti da parte passando la maggior parte del tempo al telefono invece che con gli altri invitati, e il tuo ragazzo dice che ogni cosa che fate è "fica", "va alla grande" provando a convincerti, perché lo sa: tu non ti diverti mai veramente, hai sempre lo sguardo distante, hai preferenze e disturbi alimentari di ogni genere che ti imponi per poter essere fastidiosa e verificare di essere nei pensieri di chi ti sta attorno, perché è l'unico modo che conosci per avere conferma di esistere, perché hai bisogno di sentirti rispettata, confondendo il rispetto con l'amore, amando solo te stessa in una relazione eternamente insoddisfatta.
E sicuramente mi sbaglio.
Eppure mi stai già sul cazzo.
Senza rancore, eh. Magari la cosa è reciproca.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Stupid girl" dall'album eponimo dei Garbage. Voi fate come cazzo vi pare.
No, dico, scusami.
Sarà che ho dei pregiudizi, che sono misantropo, che me rode er culo per qualcosa, non lo so.
Però non riesco a vederti qui a casa mia.
Seduta. Per. Terra.
E so benissimo che non ci conosciamo.
Però non riesco a fare a meno di immaginarti mentre ti prepari svogliatamente per un esame di un corso universitario (psicologia? lingue? filosofia?) che hai affrontato per far contenti i tuoi genitori che insistevano perché prendessi il pezzo di carta, con Facebook aperto sull'ultimo gruppo a cui ti sei iscritta: "Molliamo tutto e ce ne andiamo a Bora Bora", sognando di passare la vita in bikini e con un "Sex on the beach" in un bicchiere con ombrellino, e tra una lettura e l'altra, mentre dai due tiri alla sigaretta decidi di far pausa telefonando a una delle tue amiche fidate, che conosci dai tempi delle medie, per organizzare la serata: magari prenderete un aperitivo al Doppiozero 2 sull'Ostiense, oppure al Sinister Noise dove ci sono i gruppi dal vivo, anche se poi passerai la serata fuori con una Caipiroska in mano e una Pal Mal nell'altra perché la musica ti disturba, mentre racconti al tuo gruppetto di amici delle tue ultime vacanze a New York o a Shangai, perché ognuno ha diritto a un po' di relax ogni tanto, giusto? Relax dall'uni, dai poveracci al semaforo che ti chiedono le monetine, da mamma e papà che hanno un appartamento ai Parioli e stanno sempre lì ostentando il loro stato sociale, anche se non lo ammetterebbero mai e forse neanche se ne rendono conto, con il loro essere borghesi: lui, avvocato che sperava di farti entrare a lavorare nel suo studio; ma tu hai scelto una via completamente diversa, perché non vuoi fare la sua fine, in giacca e cravatta dalla mattina alla sera a parlare solo di lavoro, o forse hai semplicemente paura di non essere all'altezza dei tuoi ma tuo padre e tua madre, iscritti a un paio di club per frequentare i migliori professionisti della città, ti aiuteranno comunque e ci sarà un posto da qualche parte per te, hanno delle conoscenze, insomma non ti abbandoneranno mai e tu questo lo sai e ne hai maledettamente bisogno e proprio per questo non lo sopporti e allora fai la ribelle: ti proclami di sinistra anche se non voti, tiri di coca ogni tanto da amici che nemmeno il tuo fidanzato conosce, ascolti gli Afterhours, alle feste ti metti da parte passando la maggior parte del tempo al telefono invece che con gli altri invitati, e il tuo ragazzo dice che ogni cosa che fate è "fica", "va alla grande" provando a convincerti, perché lo sa: tu non ti diverti mai veramente, hai sempre lo sguardo distante, hai preferenze e disturbi alimentari di ogni genere che ti imponi per poter essere fastidiosa e verificare di essere nei pensieri di chi ti sta attorno, perché è l'unico modo che conosci per avere conferma di esistere, perché hai bisogno di sentirti rispettata, confondendo il rispetto con l'amore, amando solo te stessa in una relazione eternamente insoddisfatta.
E sicuramente mi sbaglio.
Eppure mi stai già sul cazzo.
Senza rancore, eh. Magari la cosa è reciproca.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Stupid girl" dall'album eponimo dei Garbage. Voi fate come cazzo vi pare.
mercoledì 2 maggio 2012
martedì 1 maggio 2012
Le tasse
Ultimamente mi capita di leggere riflessioni riguardo la necessità di pagare le tasse.
Premetto che sono lavoratore dipendente e non posso evadere, mi rendo conto che in teoria i soldi che verso all'Erario dovrebbero costituire la base economica per risanare le strade, per i servizi come scuola e sanità ecc. cioè tutto quanto è nel mio stesso interesse.
In realtà so già che parte di quei soldi verranno utilizzati per fini non leciti dai politici stessi e, nell'eventualità venisse scoperta un tale frode, non verranno restituiti. Qualcuno ha mai visto i fondi della Regione Lazio, spariti negli ultimi anni? In compenso vediamo chiudere gli ospedali e aprirsi le buche nelle strade.
Una buona parte delle nostre tasse viene impiegata per scopi illegali (investimenti in Tanzania, trans, cocaina, fate voi), altri per favorire gli amici degli amici, ad esempio in servizi relativamente utili: ricordate la social card che spesso non funzionava o era scarica, al posto di un semplice aumento della pensione?
Io lavoro nella pubblica amministrazione e simili sprechi sono all'ordine del giorno, come:
Allora, potendo, terrei i miei soldi e li impiegherei:
Premetto che sono lavoratore dipendente e non posso evadere, mi rendo conto che in teoria i soldi che verso all'Erario dovrebbero costituire la base economica per risanare le strade, per i servizi come scuola e sanità ecc. cioè tutto quanto è nel mio stesso interesse.
In realtà so già che parte di quei soldi verranno utilizzati per fini non leciti dai politici stessi e, nell'eventualità venisse scoperta un tale frode, non verranno restituiti. Qualcuno ha mai visto i fondi della Regione Lazio, spariti negli ultimi anni? In compenso vediamo chiudere gli ospedali e aprirsi le buche nelle strade.
Una buona parte delle nostre tasse viene impiegata per scopi illegali (investimenti in Tanzania, trans, cocaina, fate voi), altri per favorire gli amici degli amici, ad esempio in servizi relativamente utili: ricordate la social card che spesso non funzionava o era scarica, al posto di un semplice aumento della pensione?
Io lavoro nella pubblica amministrazione e simili sprechi sono all'ordine del giorno, come:
- tesserini con inutili rfid
- pc dotati di lettori smart card mai utilizzati ma pagati tre volte il loro prezzo di mercato
- software proposti dai fornitori, pagati fior di quattrini, ma assolutamente inadatti allo scopo (anche perché il dirigente italiano non ci capisce un cazzo di informatica e si lascia abbindolare dalle parole dei commerciali).
Allora, potendo, terrei i miei soldi e li impiegherei:
- per pagarmi le cure in una clinica privata, visto che le liste d'attesa nel sistema sanitario nazionale impiegano mesi per fornirmi una risonanza magnetica o un intervento chirurgico anche semplice
- per mandare i miei figli in una scuola che finanzio direttamente, dove non ci siano scale di emergenza collegate al muro invece che a uscite di sicurezza
- per pagare un mutuo, in modo da non dover rubare una lattina di tonno al supermercato perché la pensione mi basterà a stento per pagare l'affitto
Tutto questo ha senso? Assolutamente no, ma nemmeno proclamare "E' giusto pagare le tasse". Sarebbe giusto se esistesse la certezza dell'impiego di quei soldi e della pena per chi li utilizza per scopi differenti.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Corpo a corpo" dall'album "Terrestre" dei Subsonica. Voi fate come cazzo vi pare.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Corpo a corpo" dall'album "Terrestre" dei Subsonica. Voi fate come cazzo vi pare.
The party is over
A un misantropo fa piacere avere la casa tutta per sé. Da pulire, un po' meno.
Così penso, mentre passo un'imitazione di Mocio Vileda sul terrazzo, reduce dalla festa di ieri sera.
Ieri torno a casa dall'ufficio e scopro che la Fra, esuberante coinquilina, ha organizzato una cena con una dozzina di suoi amici, il che mi trova un po' impreparato, perché preferirei poter dire di avere già un altro impegno.
In effetti in mezzo a una dozzina di sconosciuti mi sono sentito più solo che da solo. Dicono che le feste siano occasioni per conoscere gente, ma i gruppetti di amici formavano dei capannelli, oasi di sicurezza. Io posso capirli, in fondo la parola "timidezza" è scomoda, così come "debolezza", per cui ci si sente più tranquilli a stare con quelle due, tre persone con cui si è affiatati, passando una buona mezz'ora a fotografarsi con l'iPhone per postare su Instagram le facce più divertenti e divertite possibili, invece che provare a conoscere gente nuova.
Io ho già visto tutto questo, venendo da una decina di città diverse, essendo passato attraverso comitive differenti, ognuna con una propria memoria collettiva, con persone e luoghi e aneddoti che appartengono a loro e non a me. Adesso gli altri sono a mare mentre io ho appena finito di pulire casa al meglio delle mie possibilità, e mi rilasso scrivendo, nell'appartamento vuoto eccetto me, finalmente.
Toh, forse piove.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Party" dall'album "The miracle" dei Queen. Voi fate come cazzo vi pare.
Così penso, mentre passo un'imitazione di Mocio Vileda sul terrazzo, reduce dalla festa di ieri sera.
Ieri torno a casa dall'ufficio e scopro che la Fra, esuberante coinquilina, ha organizzato una cena con una dozzina di suoi amici, il che mi trova un po' impreparato, perché preferirei poter dire di avere già un altro impegno.
In effetti in mezzo a una dozzina di sconosciuti mi sono sentito più solo che da solo. Dicono che le feste siano occasioni per conoscere gente, ma i gruppetti di amici formavano dei capannelli, oasi di sicurezza. Io posso capirli, in fondo la parola "timidezza" è scomoda, così come "debolezza", per cui ci si sente più tranquilli a stare con quelle due, tre persone con cui si è affiatati, passando una buona mezz'ora a fotografarsi con l'iPhone per postare su Instagram le facce più divertenti e divertite possibili, invece che provare a conoscere gente nuova.
Io ho già visto tutto questo, venendo da una decina di città diverse, essendo passato attraverso comitive differenti, ognuna con una propria memoria collettiva, con persone e luoghi e aneddoti che appartengono a loro e non a me. Adesso gli altri sono a mare mentre io ho appena finito di pulire casa al meglio delle mie possibilità, e mi rilasso scrivendo, nell'appartamento vuoto eccetto me, finalmente.
Toh, forse piove.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Party" dall'album "The miracle" dei Queen. Voi fate come cazzo vi pare.
Iscriviti a:
Post (Atom)



