lunedì 13 ottobre 2014

Non perdiamo tempo

Continua a sfuggirmi il senso delle parole di Renzi. Quando è uscito lo scandalo Mose, affermava che la causa principale di simili situazioni fosse un modo troppo complicato di gestire gli appalti e la necessità di semplificazione. Eppure proprio il consorzio Venezia Nuova era nato con pieni poteri in merito alla scelta delle aziende a cui affidare i lavori. O vogliamo parlare di L'Aquila e le risate via telefono? Eppure il nostro Presidente del Consiglio insiste sulla necessità di usare metodi alternativi agli appalti, perché poi vengono bloccati dai ricorsi e dalla giustizia lenta. Quindi la soluzione sarebbe di aggirare il problema cioè i controlli anti-corruzione, le certificazioni di qualità necessarie e così via. Ma sapete a cosa penso, parlando di assegnazione diretta degli appalti? A tutte quelle Fiat Punto bianche che incontro in autostrada, nei cantieri, nei parcheggi delle aziende e degli enti ministeriali, pagate almeno in parte con i soldi dei contribuenti; poi penso a Marchionne e a chi, al suo posto prima di lui, ha goduto di agevolazioni su rottamazioni e acquisti di auto nuove, per poi affermare che in Italia non si può competere e andare in un'altra nazione ad aprire fabbriche. Tutto molto più efficiente, vero?

venerdì 10 ottobre 2014

E se fosse la stessa persona?

Proviamo a immaginare.

Una persona.

Una mamma.

Proviamo a immaginare questa mamma poche settimane fa, mentre partecipa a una manifestazione di protesta perché un poliziotto ha ucciso un ragazzino. Un ragazzino che poteva essere suo figlio.

Proviamo adesso a immaginarla negli ultimi giorni, questa mamma, mentre dice che suo figlio, il suo vero figlio, va perdonato. Suo figlio va perdonato perché in fondo non ha fatto chissà cosa. Suo figlio trentenne che, insieme a due amici di ventiquattro e venticinque anni, ha provocato lesioni interne a un ragazzino - che poteva essere suo figlio ma non lo è - mandandolo all'ospedale e costringendolo a sottoporsi a un intervento di rimozione di un tratto dell'intestino, troppo compromesso dalla violenza subita per poter guarire.

Dite che non possono essere la stessa persona? 

Magari è vero ma, già che siamo qui, cosa ci costa proseguire nel nostro gioco? Basta usare un po' di luoghi comuni e dimenticare per qualche istante il politically correct.

Questa madre cresce un figlio - o meglio, il figlio cresce da solo, le sfugge, non vuole sentire le sue urla e i suoi piagnistei, i suoi "Per una volta ascoltami"; figlio che è un cavallo perdente in partenza, azzoppato da un ambiente familiare magari privo di affettività, di sicurezza; figlio che cresce, cresce e alla fine, quando smette di crescere, la madre si rassegna: suo figlio non crescerà più, si fermerà lì, non riuscirà a recuperare gli anni scolastici persi perché di stare sui libri non aveva voglia - o testa: non ha capito bene quello che le ha detto l'assistente sociale quando è venuta a dirle che suo figlio aveva un disturbo dell'attenzione; come si è permessa quella troia, a venire proprio dentro casa sua a dirle che ha un figlio scemo?

E allora siamo d'accordo: non è colpa di suo figlio, che ha solo fatto uno scherzo, non gli voleva fare del male, mica conosce come funziona un compressore; e non conosce nemmeno una strana parola: "empatia". Suo figlio sapeva che avrebbe fatto male al ragazzino, ma gliene sbatteva il cazzo, e in fondo la vita è una merda - la sua, quella degli altri, quella del ragazzino, che differenza fa? - e allora chi se ne fotte.

Ma la madre ha marciato per protesta contro il poliziotto che ha sparato e ha ucciso un ragazzino che stava in compagnia del suo amico pregiudicato e non si è fermato all'alt.

Ma non ha marciato per quel ragazzino, che poteva essere suo figlio ma non lo era, e che poteva anche morire sfracellato facendo a gara col motorino e andando a sbattere contro un albero dove la gente si sarebbe fermata a depositare dei fiori. Per lei poco cambiava.

Quella mamma ha marciato contro le istituzioni, quelle stesse istituzioni che dovrebbero essere una famiglia più grande e buona e premurosa della sua stessa famiglia d'origine, e invece lasciano questa madre, nata e cresciuta in un contesto degradato, tra edilizia popolare e abusivismo, disoccupazione, furti, bullismo, violenze domestiche. Questa madre troppo impegnata a compiangersi e a cercare una motivazione per il mondo che la circonda, maledice ogni sigaretta che accende appena finisce la precedente se non riesce a occupare le mani, magari mentre segue un programma in TV.

La mamma odia quelle istituzioni che prendono un ragazzo, un ragazzo che potrebbe essere suo figlio ma non lo è e, prima ancora che una pistola, gli mettono in mano un lavoro rispettabile, uno stipendio sicuro a fine mese, una divisa bella pulita, un berretto con la visiera e lo tirano fuori dalla monnezza delle strade, delle scale e dei pianerottoli del suo quartiere.

Ecco. Forse quella madre è la stessa che, davanti alle telecamere - i veicoli della verità - prima urlava contro la polizia assassina e poi non chiedeva perdono per il figlio, ma lo pretendeva. Perché la vita è così, e quella mamma lo sa bene, perché lei guarda la TV, segue le notizie, parla con le vicine, con le sorelle, con la madre, con le altre immerse nello stesso acquario scarso d'ossigeno: un poliziotto spara a un ragazzino incensurato; i politici corrotti vengono condannati agli arresti domiciliari in ville costruite con i soldi pubblici; la malavita colpisce prima che la legge possa mettere a verbale; all'uscita di scuola, i ragazzini comprano la droga, mentre ragazzine si prostituiscono in cambio di ricariche per il cellulare.

E allora, cos'ha fatto di così grave suo figlio? E' giusto che venga perdonato, come figlio suo ma anche della società malata in cui viviamo.

E il ragazzino al quale hanno dovuto rimuovere un pezzo di intestino?

E va be' - dice la mamma - quello ormai è fatto, pazienza, che ci vogliamo fare? Sapessi quante ne sono capitate a me, quante me ne capitano ogni giorno.

giovedì 2 ottobre 2014

Ciclo di vita di uno stalker

Ogni tanto conosco una persona interessante, non importa se di sesso femminile o maschile. Quando succede, sento che questa persona mi arricchisce per un motivo o per l'altro. Allora cerco di stare a contatto con lei, come se potessi brillare di luce indiretta, come se per osmosi potessi diventare più ricco io stesso. Per non apparire troppo interessato, tuttavia, cerco di evitare l'adulazione più o meno sfacciata, così per scambiare due chiacchiere cerco una scusa: la discussione su un libro o un film, un aneddoto, una battuta idiota; sentendo quindi l'ansia da prestazione tematica, cioè avendo paura di trovarmi a corto di argomenti, e per evitare di sembrare uno stalker che ricorda ogni parola detta dall'altra persona, mi ritrovo a sviscerare il tema che conosco meglio, cioè me stesso, che prima o poi risulta noioso per quella persona ma anche per me. Sarà questo, sarà che quel legame fantastico che speravo di instaurare con chi considero speciale non sembra andare oltre, sarà che un giorno quella persona mi saluta in modo diverso o non ride a una battuta che ho pensato per lei dalla sera prima o uno dei due ha le sue cose e allora mi chiedo se ho detto/fatto/pensato qualcosa di sbagliato; insomma arriva un punto in cui comincio a sentirmi molesto nei confronti del mio idolo personale, per cui mi tiro indietro: evito di commentare o mipiaciare ogni cosa che pubblica sui social, censuro le mie battute (soprattutto se a sfondo sessuale con le donne, o se da rosicamento con gli uomini) oppure non ne partorisco proprio più, se non fuori tempo (comico) massimo. Passo così da stalker a noioso egocentrico fino a misantropo, rimanendo in un'orbita più lasca, avvicinandomi non più solo per il gusto di stare vicino a quella persona, ma solo quando può esserci un punto di contatto temporaneo, per poi ritirarmi nel mio guscio misto di orgoglio e umiltà. Insomma divento colpevole, imputato, giudice, giuria e condannato insieme, fino a raggiungere qualcosa definibile, molto alla lontana, come un equilibrio e...

Ma scusate, vi sto annoiando, vero?
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