sabato 25 ottobre 2014

Le ultime domande

È incredibile, cioè irrazionale ma perfettamente umano, sentire la mancanza di una persona che non abbiamo mai amato. Così penso mentre pulisco, con un fazzoletto e le dita, la foto sulla lapide di mio padre. E penso anche che un giorno di tanti anni prima, mentre pioveva, compivo un altro atto irrazionale: parlavo con quell'immagine, facendo il punto della situazione, rassicurando la persona ritratta: in qualche modo me la sarei cavata. Lui non era mai stato un tipo apprensivo ma, conscio che la fine fosse vicina, mi aveva chiesto quanti esami mi mancassero, come andava con la mia ragazza.

È strano dirlo, ma invidio quell'amico che ha perso il padre di recente. Sì, perché ha perso un rapporto straordinario, quello che io non avrò mai e che non è recuperabile con qualche domanda quando senti che sta per arrivare la fine.

E nonostante questo, nella pioggia, sotto una coperta, mentre ascoltavo una canzone o in quell'ultimo giorno di vento che lo ha portato via, io ho pianto per lui.

lunedì 13 ottobre 2014

Non perdiamo tempo

Continua a sfuggirmi il senso delle parole di Renzi. Quando è uscito lo scandalo Mose, affermava che la causa principale di simili situazioni fosse un modo troppo complicato di gestire gli appalti e la necessità di semplificazione. Eppure proprio il consorzio Venezia Nuova era nato con pieni poteri in merito alla scelta delle aziende a cui affidare i lavori. O vogliamo parlare di L'Aquila e le risate via telefono? Eppure il nostro Presidente del Consiglio insiste sulla necessità di usare metodi alternativi agli appalti, perché poi vengono bloccati dai ricorsi e dalla giustizia lenta. Quindi la soluzione sarebbe di aggirare il problema cioè i controlli anti-corruzione, le certificazioni di qualità necessarie e così via. Ma sapete a cosa penso, parlando di assegnazione diretta degli appalti? A tutte quelle Fiat Punto bianche che incontro in autostrada, nei cantieri, nei parcheggi delle aziende e degli enti ministeriali, pagate almeno in parte con i soldi dei contribuenti; poi penso a Marchionne e a chi, al suo posto prima di lui, ha goduto di agevolazioni su rottamazioni e acquisti di auto nuove, per poi affermare che in Italia non si può competere e andare in un'altra nazione ad aprire fabbriche. Tutto molto più efficiente, vero?

venerdì 10 ottobre 2014

E se fosse la stessa persona?

Proviamo a immaginare.

Una persona.

Una mamma.

Proviamo a immaginare questa mamma poche settimane fa, mentre partecipa a una manifestazione di protesta perché un poliziotto ha ucciso un ragazzino. Un ragazzino che poteva essere suo figlio.

Proviamo adesso a immaginarla negli ultimi giorni, questa mamma, mentre dice che suo figlio, il suo vero figlio, va perdonato. Suo figlio va perdonato perché in fondo non ha fatto chissà cosa. Suo figlio trentenne che, insieme a due amici di ventiquattro e venticinque anni, ha provocato lesioni interne a un ragazzino - che poteva essere suo figlio ma non lo è - mandandolo all'ospedale e costringendolo a sottoporsi a un intervento di rimozione di un tratto dell'intestino, troppo compromesso dalla violenza subita per poter guarire.

Dite che non possono essere la stessa persona? 

Magari è vero ma, già che siamo qui, cosa ci costa proseguire nel nostro gioco? Basta usare un po' di luoghi comuni e dimenticare per qualche istante il politically correct.

Questa madre cresce un figlio - o meglio, il figlio cresce da solo, le sfugge, non vuole sentire le sue urla e i suoi piagnistei, i suoi "Per una volta ascoltami"; figlio che è un cavallo perdente in partenza, azzoppato da un ambiente familiare magari privo di affettività, di sicurezza; figlio che cresce, cresce e alla fine, quando smette di crescere, la madre si rassegna: suo figlio non crescerà più, si fermerà lì, non riuscirà a recuperare gli anni scolastici persi perché di stare sui libri non aveva voglia - o testa: non ha capito bene quello che le ha detto l'assistente sociale quando è venuta a dirle che suo figlio aveva un disturbo dell'attenzione; come si è permessa quella troia, a venire proprio dentro casa sua a dirle che ha un figlio scemo?

E allora siamo d'accordo: non è colpa di suo figlio, che ha solo fatto uno scherzo, non gli voleva fare del male, mica conosce come funziona un compressore; e non conosce nemmeno una strana parola: "empatia". Suo figlio sapeva che avrebbe fatto male al ragazzino, ma gliene sbatteva il cazzo, e in fondo la vita è una merda - la sua, quella degli altri, quella del ragazzino, che differenza fa? - e allora chi se ne fotte.

Ma la madre ha marciato per protesta contro il poliziotto che ha sparato e ha ucciso un ragazzino che stava in compagnia del suo amico pregiudicato e non si è fermato all'alt.

Ma non ha marciato per quel ragazzino, che poteva essere suo figlio ma non lo era, e che poteva anche morire sfracellato facendo a gara col motorino e andando a sbattere contro un albero dove la gente si sarebbe fermata a depositare dei fiori. Per lei poco cambiava.

Quella mamma ha marciato contro le istituzioni, quelle stesse istituzioni che dovrebbero essere una famiglia più grande e buona e premurosa della sua stessa famiglia d'origine, e invece lasciano questa madre, nata e cresciuta in un contesto degradato, tra edilizia popolare e abusivismo, disoccupazione, furti, bullismo, violenze domestiche. Questa madre troppo impegnata a compiangersi e a cercare una motivazione per il mondo che la circonda, maledice ogni sigaretta che accende appena finisce la precedente se non riesce a occupare le mani, magari mentre segue un programma in TV.

La mamma odia quelle istituzioni che prendono un ragazzo, un ragazzo che potrebbe essere suo figlio ma non lo è e, prima ancora che una pistola, gli mettono in mano un lavoro rispettabile, uno stipendio sicuro a fine mese, una divisa bella pulita, un berretto con la visiera e lo tirano fuori dalla monnezza delle strade, delle scale e dei pianerottoli del suo quartiere.

Ecco. Forse quella madre è la stessa che, davanti alle telecamere - i veicoli della verità - prima urlava contro la polizia assassina e poi non chiedeva perdono per il figlio, ma lo pretendeva. Perché la vita è così, e quella mamma lo sa bene, perché lei guarda la TV, segue le notizie, parla con le vicine, con le sorelle, con la madre, con le altre immerse nello stesso acquario scarso d'ossigeno: un poliziotto spara a un ragazzino incensurato; i politici corrotti vengono condannati agli arresti domiciliari in ville costruite con i soldi pubblici; la malavita colpisce prima che la legge possa mettere a verbale; all'uscita di scuola, i ragazzini comprano la droga, mentre ragazzine si prostituiscono in cambio di ricariche per il cellulare.

E allora, cos'ha fatto di così grave suo figlio? E' giusto che venga perdonato, come figlio suo ma anche della società malata in cui viviamo.

E il ragazzino al quale hanno dovuto rimuovere un pezzo di intestino?

E va be' - dice la mamma - quello ormai è fatto, pazienza, che ci vogliamo fare? Sapessi quante ne sono capitate a me, quante me ne capitano ogni giorno.
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