(Sappiate che questo post farà ampio uso di copia e incolla per i nomi dei personaggi; se all'epoca fosse esistito, credo che anche l'autore vi avrebbe fatto ricorso, invece di cambiare continuamente i vocativi con la scusa dei vezzeggiativi familiari.)
"Delitto e castigo" è la storia di uno studente fuoricorso, Raskolnikov/Rodiòn/Rodja/Rodka. Con tutti questi nomi, il protagonista soffre di crisi di identità, è contemporaneamente bipolare, schizofrenico e scrive gli editoriali sul Post.it. Tutte e quattro le sue identità si fanno spedire i soldi dalla madre, senza studiare ma passando la maggior parte del tempo dormendo - più o meno come tutti gli iscritti al primo anno in "Economia e commercio" e "Giurisprudenza", che approfittano della distanza dal giogo familiare per fare tardi, in attesa del pusher alla casa dello studente o ubriacandosi alle serate universitarie. Al riguardo Rodja medita:
- No, che...? Oh, ma... Follia! Però...
Cosa fa questo studente, quelle poche volte che si sveglia? Non molto, se non uccidere la signora Alëna Ivanovna che gli affitta la stanza; già che c'è, ne ammazza pure la sorella più giovane, Lizaveta, che tra l'altro lo attizzava e che somigliava alla sorella di lui, Avdotja/Dunja/Dúnečka, sintomo di un sentimento incestuoso che ricaccia dentro di sé uccidendola - pensate che alta moralità. Una somiglianza è rintracciabile anche tra Dunja e Sof'ja/Sonja/Sonečka, una timida prostituta, alla quale Rodja, prima di ucciderla per il bene di lei (sic) salvo poi ripensarci (figurarsi), confesserà i suoi sentimenti:
- Eh! Deh, orsù... Che...? Ma, no... Niente, va'.
Sonjia è figlia dell'ubriacone Marmeladov, che in realtà è lo stesso Dostoevskij (questo l'ho scritto senza copia-incolla, comincio a prenderci la mano). Prima di decidere (?) di ammazzare qualcun altro, Rodja va a costituirsi, anzi no, anzi sì, anzi boh e alla fine anche il protagonista è in realtà l'autore stesso, visto che finisce nella prigione in cui venne mandato Dostoevskij. Come potete notare nessuno è semplicemente sé stesso in questo romanzo: sarebbe troppo facile.
- Ah! Aaaaah! Ahhhhhh! Macchè! Però... Oh, sì, è così. Che poi, tra l'altro...
Finale in cui muore la madre di Rodja, Pulkherij, straziata dal dolore per la scomparsa del figlio. In pratica muoiono tutte le vecchie: lei, la padrona di casa ammazzata, la madre di Sonja e Marfa Petrovna ("E questa chi cazzo è?" vi chiederete voi, ma mi scoccia spiegarlo 'ché non serve a granché).
La morale di quest'opera monumentale è:
- Ah! Chi? Eh... Ma, forse...
Dopo quest'opera, Dostoevskij venne ricoverato in una clinica per disturbi della personalità, partorendo la sceneggiatura di "Identità".
lunedì 30 aprile 2012
Il 1° maggio, più o meno
Sappiamo tutti che il 1° maggio si celebrano coloro che, prendendo una pausa dalla conversione dei trattori in carri armati, organizzarono un BBQ in miniera, all'interno dei treni sotterranei che li portavano in Siberia, ma a porte chiuse: non volevano infatti che i padroni sentissero il profumino di gatto arrostito condito con il mercurio. Il tutto per la gloria della madrepatria Russia. Ecco perché la festa dei lavoratori è tipicamente associata alla sinistra.
Ricordiamo ancora: è la festa dei lavoratori. Questa ricorrenza in Italia è associata all'evento che si tiene a San Giovanni, spettacolo musicale che negli anni ha visto esibirsi:
Coloro di cui al punto due approfittano del microfono per ricordare al pubblico i recenti successi a nome dei lavoratori:
Per l'ultimo gruppo di partecipanti alla festa, si tratta solitamente di studenti che non hanno mai lavorato in vita loro, pronti a ribellarsi al sistema alla minima occasione, tipo scaricando mp3 illegalmente perché pagare per l'arte è un concetto antiquato e borghese. Passeranno la giornata sdraiati a farsi di popper, ché la canna ormai è troppo borghese, mentre i più attivi politicamente pogheranno. Per quanto riguarda la musica, nel migliore dei casi canteranno tutti insieme le frasi che conoscono, ovvero solamente i ritornelli delle canzoni da classifica; un po' borghese. Nel peggiore dei casi, manderanno tutti a cagare invocando "Vogliamo Vasco!", che a gran richiesta si calerà dal suo elicottero personale in barella, appena fuggito da un ospedale di massima sicurezza, perché lui è un ribelle vero, ma ancora intento a parlare al cellulare con i suoi avvocati per la denuncia contro quei "ragazzini brufolosi e irrispettosi", non riferendosi però ai suoi fan ma agli autori di Nonciclopedia; il microfono verrà applicato sull'asta portaflebo.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sticazzi.
Ricordiamo ancora: è la festa dei lavoratori. Questa ricorrenza in Italia è associata all'evento che si tiene a San Giovanni, spettacolo musicale che negli anni ha visto esibirsi:
- l'allegro Daniele Silvestri, che si professa come reincarnazione musicale di Che Guevara
- gli irriducibili rocker che non si sono piegati alle logiche del mercato musicale, ovvero i Negrita (?), con il loro abbigliamento hardcore: camicia floreale e sandali
- De Andrè resuscitato, che sta sempre bene in un happening di sinistra: verranno proiettate riprese amatoriali del cantautore all'asilo, mentre divide la merenda con un partigiano
- pensionati
- sindacati
- giovani
Coloro di cui al punto due approfittano del microfono per ricordare al pubblico i recenti successi a nome dei lavoratori:
- L'abolizione del precariato
- Il rapido decremento delle morti bianche
- Evitare che Marchionne ridisegnasse la contrattazione con i lavoratori di Mirafiori
- Impedire l'innalzamento dell'età pensionabile
- Evitare di pagare le tasse sugli immobili di proprietà dei sindacati
Per l'ultimo gruppo di partecipanti alla festa, si tratta solitamente di studenti che non hanno mai lavorato in vita loro, pronti a ribellarsi al sistema alla minima occasione, tipo scaricando mp3 illegalmente perché pagare per l'arte è un concetto antiquato e borghese. Passeranno la giornata sdraiati a farsi di popper, ché la canna ormai è troppo borghese, mentre i più attivi politicamente pogheranno. Per quanto riguarda la musica, nel migliore dei casi canteranno tutti insieme le frasi che conoscono, ovvero solamente i ritornelli delle canzoni da classifica; un po' borghese. Nel peggiore dei casi, manderanno tutti a cagare invocando "Vogliamo Vasco!", che a gran richiesta si calerà dal suo elicottero personale in barella, appena fuggito da un ospedale di massima sicurezza, perché lui è un ribelle vero, ma ancora intento a parlare al cellulare con i suoi avvocati per la denuncia contro quei "ragazzini brufolosi e irrispettosi", non riferendosi però ai suoi fan ma agli autori di Nonciclopedia; il microfono verrà applicato sull'asta portaflebo.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sticazzi.
venerdì 27 aprile 2012
Il riflesso sul vetro
L'altro giorno, esposta in vetrina, ho visto una maschera da pagliaccio. Una maschera in cui non capisci se è finta la lacrima o la risata.
Certe volte mi piacerebbe piangere, se servisse a star meglio: un curioso imprinting dell'infanzia. Invece non si può, non funziona più. Guardo fuori attraverso la finestra mentre penso a cosa scrivere, come se fosse la stessa cosa; sul vetro però trovo il mio riflesso.
Un giorno mi guarderò allo specchio e vedrò un'immagine migliore del mio ricordo. Forse. Nell'attesa? Attendere, prego.
Domani è un altro ieri: avevo preso un aereo e ne prenderò un altro ancora. Ieri però ero in ferie, domani no, ma cosa cambia? Non si può lasciare in ufficio se stessi.
Sarebbe bello essere dei computer, con tutti i pensieri ordinati in cartelle e che non escono fuori finché qualcuno non apre "esplora risorse". Invece ho la testa incasinata come il mio armadio, dove tutto è mischiato, tutto preme per uscire, come se mutande e calzini Pompea vivessero di vita propria. Sta tutto lì, come immagini pronte a ferirti appena ti volti; perché loro lo sanno: tu, masochisticamente, ogni tanto guardi. Tutte le cazzate che hai combinato, il genio che ti manca, le persone che ti hanno ferito anche se all'inizio ti facevano stare meglio di adesso perché ancora non sapevi, e adesso sai che dietro c'era solo la fregatura e pensi: come ho fatto a sbagliarmi così tanto? E' stata davvero colpa sua oppure sono stato io a premere "invio"? Cosa dice il pubblico da casa?
Davanti a me c'è un prato che nel giro di un paio d'anni, come tutte le cose, evolverà in un centro commerciale: un altro posto confortevole dove trovare qualcosa che non cerchi. Lavorare, desiderare, pagare, sorridere. Poi invecchiare in una casa di cura, da soli, con l'Alzheimer, mentre i nostri figli ci schifano per i nostri discorsi senza senso.
Sento il rumore di poche auto qui sotto. Potrei quasi dormire cullato da queste onde del mare post-moderne condite dall'effetto doppler - musica ambient generata degli pneumatici sull'asfalto e dagli alberi motore mossi da prodotti di torri di frazionamento. Domani mattina saranno migliaia, in corsa per rodersi il fegato, e mi sveglieranno prima di quanto voglia, prima di quanto necessario al bene del pianeta.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Coriandoli a Natale". Voi fate come cazzo vi pare.
Certe volte mi piacerebbe piangere, se servisse a star meglio: un curioso imprinting dell'infanzia. Invece non si può, non funziona più. Guardo fuori attraverso la finestra mentre penso a cosa scrivere, come se fosse la stessa cosa; sul vetro però trovo il mio riflesso.
Un giorno mi guarderò allo specchio e vedrò un'immagine migliore del mio ricordo. Forse. Nell'attesa? Attendere, prego.
Domani è un altro ieri: avevo preso un aereo e ne prenderò un altro ancora. Ieri però ero in ferie, domani no, ma cosa cambia? Non si può lasciare in ufficio se stessi.
Sarebbe bello essere dei computer, con tutti i pensieri ordinati in cartelle e che non escono fuori finché qualcuno non apre "esplora risorse". Invece ho la testa incasinata come il mio armadio, dove tutto è mischiato, tutto preme per uscire, come se mutande e calzini Pompea vivessero di vita propria. Sta tutto lì, come immagini pronte a ferirti appena ti volti; perché loro lo sanno: tu, masochisticamente, ogni tanto guardi. Tutte le cazzate che hai combinato, il genio che ti manca, le persone che ti hanno ferito anche se all'inizio ti facevano stare meglio di adesso perché ancora non sapevi, e adesso sai che dietro c'era solo la fregatura e pensi: come ho fatto a sbagliarmi così tanto? E' stata davvero colpa sua oppure sono stato io a premere "invio"? Cosa dice il pubblico da casa?
Davanti a me c'è un prato che nel giro di un paio d'anni, come tutte le cose, evolverà in un centro commerciale: un altro posto confortevole dove trovare qualcosa che non cerchi. Lavorare, desiderare, pagare, sorridere. Poi invecchiare in una casa di cura, da soli, con l'Alzheimer, mentre i nostri figli ci schifano per i nostri discorsi senza senso.
Sento il rumore di poche auto qui sotto. Potrei quasi dormire cullato da queste onde del mare post-moderne condite dall'effetto doppler - musica ambient generata degli pneumatici sull'asfalto e dagli alberi motore mossi da prodotti di torri di frazionamento. Domani mattina saranno migliaia, in corsa per rodersi il fegato, e mi sveglieranno prima di quanto voglia, prima di quanto necessario al bene del pianeta.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Coriandoli a Natale". Voi fate come cazzo vi pare.
mercoledì 25 aprile 2012
Bla e poi bla
A volte mi chiedo perché la gente
senta la necessità di parlare. Io provo a farlo solo quando è necessario, ovvero se devo comunicare qualcosa di importante o chiedere un'informazione.
Mi chiedo anche come riesca a evitare di parlare sempre delle stesse cose o di
tira fuori argomenti da ascensore tipo il tempo o le tasse o di
lanciarsi in riproposizioni del proprio flusso di coscienza, ma in
questo caso la risposta è semplice: non ci riesce.
Chissenefrega della storia della tua vita o
come hai sbugiardato quel tuo collega incapace o quello stronzo che
non ti ha dato la precedenza all'incrocio. Magari
scrivilo e se mi interessa, bene; altrimenti posso scorrere il testo
o chiudere la pagina.
Forse produrre un fiume di parole fa
sentire più sicuri? Un tentativo di tappare i buchi di silenzio tra
di noi? Io non ci vedo niente di male nel silenzio, anzi, vorrebbe
dire che ci si capisce senza bisogno di parlare: utopia. Allora
servirebbe il linguaggio del corpo, ma lì interviene la paura che
questo tradisca il nostro pensiero, ovvero: "A me non me ne
frega un cazzo delle tue ciance, preferirei grattarmi le palle guardando Doug Stanhope che se la prende
con gli anti-abortisti".
Diciamoci la verità: la comunicazione
verbale è sopravvalutata. Nei rapporti interpersonali intervengono
molti altri fattori, ad esempio l'età: è inutile farsi illusioni,
un quindicenne, un trentacinquenne e un settantenne non hanno niente
da condividere, nulla, nada, zero.Vivono in mondi diversi visti in
maniera diversa. Uno crede di poter aggredire il microcosmo in cui
vive con la sola forza di volontà e sfuggendo alle stupide regole
imposte dai grandi, l'altro non ha più tempo per le illusioni,
impegnato com'è a tirare avanti fino a fine mese, e l'ultimo crede
di aver capito tutto, perché non ha più la testa per mettere in
dubbio le convinzioni di una vita, e preferisce raccontare la
certezza del proprio passato piuttosto che l'incertezza di progetti che non è
più abituato a fare.
Un altro fattore è la classe sociale,
cerchiamo di non essere ipocriti. Di cosa vogliamo parlare,
dell'ultimo episodio dei "Cesaroni" che hai visto o dei
tuoi figli Sharon e Jonathan? O dell'ultima Audi che hai regalato a
tuo figlio, prima di mandarlo in vacanza in Giappone?
Per non parlare della provenienza:
avremo sempre conoscenze differenti, ci saranno cognomi che a me non
dicono niente, luoghi in cui non sono stato. Anche tornando indietro,
non si risolverebbe niente:
“Quando
uno lascia il suo paese è meglio che non ci torni più, perché ogni
cosa muta faccia mentre egli è lontano, e anche le facce con cui lo
guardano son mutate, e sembra che sia diventato straniero anche lui.”
[“I
Malavoglia”, Giovanni Verga]
Tu però, inutilmente, continuerai a
parlarmene, perché non te ne frega un cazzo di quello che penso, quindi vedi che siamo pari? Ti senti in guerra col mondo e l'eloquio è la tua arma. Riempire tutti gli
spazi sonori senza dare tregua all'avversario è un modo per evitare
di essere attaccati, perché ti fa paura l'idea che tu possa
sentire termini che ignori, concetti che non comprendi,
persone che non conosci. L'importante è parlare, parlare, parlare,
per riempire i vuoti di un'esistenza, l'incapacità di rapportarsi
davvero con gli altri, l'impossibilità di condividere azioni,
pensieri e sentimenti invece che chiacchiere vuote, sterili e
saccenti.
Questa è Radio Free Mouth, io sono
SpeakerMuto e sto ascoltando "Who cares'" dall'album "Three sides to every story" degli Extreme. Voi
fate come cazzo vi pare.
venerdì 20 aprile 2012
giovedì 19 aprile 2012
L'odore della pioggia
OK, Speaker. Che facciamo, apriamo i microfoni?
Per dire cosa?
Niente, come al solito. L'importante è dirlo. Non è questo il motivo per cui hai dato vita a questa radio?
Di cosa vuoi parlare? Dell'odore della pioggia? Ah, lo so, era tanto che pensavi di parlare della pioggia, fa tutto così romantico... o pseudo-tragico? o melodrammatico? Boh, qualcosa a metà strada tra Brandon Lee e Niccolò Fabi: come un hamburger con lo sgombro. Avariato.
Di Fabi ricordo un concerto. No, è troppo, allora diciamo: di quel concerto ricordo solo che per ottenere i coretti dal pubblico fece notare che era gratis. Di Brandon Lee non ricordo nessun concerto.
Oggi ho risentito l'odore della pioggia. Mi è sempre piaciuto. Quando ero alle elementari se pioveva in pratica non facevamo lezione perché eravamo pochissimi: le madri non volevano che i figli prendessero il raffreddore, l'influenza, la pleurite, che cavolo ne so, io non ho avuto neanche il morbillo o la varicella. Hai notato che quando piove le auto vanno più lente, come se avessero rispetto della pioggia? Da bambino mi piaceva scoprire le gocce attraverso la luce dei lampioni nelle strade; anzi, ce n'era uno proprio di fronte casa mia, io uscivo sul balcone e il lampione era lì, come un angelo custode che mi mostrasse la pioggia; illuminava la strada di sera, ma senza disturbare, così potevo guardare in alto e cercare le costellazioni in cielo, perché stavamo all'ultimo piano e sopra di noi non c'era nessuno, al terzo piano di quella casa popolare. Oggi sto al settimo piano di un palazzo che ne ha quattordici e vedo solo le luci inutili di una caserma sotto di me. Se però sono fortunato, come adesso, vedo i lampi in direzione della zona dei castelli romani, anche quando sono così lontani da non sentire i tuoni.
Mi piacciono tuoni e lampi, e mi piace l'odore della pioggia sull'asfalto, anche se c'è un gruppo su Facebook con questo nome. Già, ormai non puoi avere una frase, un ricordo, una sensazione in un angolino della tua testa, che qualcuno l'ha inscatolata. Voglio dire: se incontrassi una persona che mi parla dell'odore della pioggia sull'asfalto, direi tipo: cazzo, io e te la pensiamo allo stesso modo, non dico che siamo anime gemelle perché ho smesso di crederci, però quanti sono quelli a cui poteva venire in mente questa cosa, che ce l'ha così presente da riuscire a razionalizzarla senza vergognarsi di farlo e anzi la tira fuori come argomento di conversazione, immaginando che l'altra persona, cioè io, apprezzi l'odore della pioggia sull'asfalto. Invece no, c'è proprio un gruppo su Facebook con questo nome, e la poesia va a puttane, perché quella piccola cosa che volevo condividere con te, caro/a amico/a sconosciuto/a, è di dominio pubblico alias è sputtanata, grazie a uno stronzo che ha creato questo gruppo come se avesse registrato, che so, UschiDigard.com. A quel punto "L'odore della pioggia sull'asfalto" diventa un nascondiglio che conoscono tutti, una spiaggetta sperduta ma affollata tipo Calamosche, una chitarra che hanno suonato più di due persone.
Direi che per stasera è sufficiente. Mettiamo su po' di musica.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Alba a quattro corsie", dall'album "Terrestre" dei Subsonica. Voi fate come cazzo vi pare.
Per dire cosa?
Niente, come al solito. L'importante è dirlo. Non è questo il motivo per cui hai dato vita a questa radio?
Di cosa vuoi parlare? Dell'odore della pioggia? Ah, lo so, era tanto che pensavi di parlare della pioggia, fa tutto così romantico... o pseudo-tragico? o melodrammatico? Boh, qualcosa a metà strada tra Brandon Lee e Niccolò Fabi: come un hamburger con lo sgombro. Avariato.
Di Fabi ricordo un concerto. No, è troppo, allora diciamo: di quel concerto ricordo solo che per ottenere i coretti dal pubblico fece notare che era gratis. Di Brandon Lee non ricordo nessun concerto.
Oggi ho risentito l'odore della pioggia. Mi è sempre piaciuto. Quando ero alle elementari se pioveva in pratica non facevamo lezione perché eravamo pochissimi: le madri non volevano che i figli prendessero il raffreddore, l'influenza, la pleurite, che cavolo ne so, io non ho avuto neanche il morbillo o la varicella. Hai notato che quando piove le auto vanno più lente, come se avessero rispetto della pioggia? Da bambino mi piaceva scoprire le gocce attraverso la luce dei lampioni nelle strade; anzi, ce n'era uno proprio di fronte casa mia, io uscivo sul balcone e il lampione era lì, come un angelo custode che mi mostrasse la pioggia; illuminava la strada di sera, ma senza disturbare, così potevo guardare in alto e cercare le costellazioni in cielo, perché stavamo all'ultimo piano e sopra di noi non c'era nessuno, al terzo piano di quella casa popolare. Oggi sto al settimo piano di un palazzo che ne ha quattordici e vedo solo le luci inutili di una caserma sotto di me. Se però sono fortunato, come adesso, vedo i lampi in direzione della zona dei castelli romani, anche quando sono così lontani da non sentire i tuoni.
Mi piacciono tuoni e lampi, e mi piace l'odore della pioggia sull'asfalto, anche se c'è un gruppo su Facebook con questo nome. Già, ormai non puoi avere una frase, un ricordo, una sensazione in un angolino della tua testa, che qualcuno l'ha inscatolata. Voglio dire: se incontrassi una persona che mi parla dell'odore della pioggia sull'asfalto, direi tipo: cazzo, io e te la pensiamo allo stesso modo, non dico che siamo anime gemelle perché ho smesso di crederci, però quanti sono quelli a cui poteva venire in mente questa cosa, che ce l'ha così presente da riuscire a razionalizzarla senza vergognarsi di farlo e anzi la tira fuori come argomento di conversazione, immaginando che l'altra persona, cioè io, apprezzi l'odore della pioggia sull'asfalto. Invece no, c'è proprio un gruppo su Facebook con questo nome, e la poesia va a puttane, perché quella piccola cosa che volevo condividere con te, caro/a amico/a sconosciuto/a, è di dominio pubblico alias è sputtanata, grazie a uno stronzo che ha creato questo gruppo come se avesse registrato, che so, UschiDigard.com. A quel punto "L'odore della pioggia sull'asfalto" diventa un nascondiglio che conoscono tutti, una spiaggetta sperduta ma affollata tipo Calamosche, una chitarra che hanno suonato più di due persone.
Direi che per stasera è sufficiente. Mettiamo su po' di musica.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Alba a quattro corsie", dall'album "Terrestre" dei Subsonica. Voi fate come cazzo vi pare.
martedì 17 aprile 2012
Ancora sull'essere misantropo
Essenzialmente cerco di stare lontano dalla gente, però ne sento anche il bisogno. Intendiamoci: non mi piace stare da solo, o meglio, mi piace nella misura in cui persone che considero amiche possano mettersi in contatto con me a distanza. Comunichiamo per un po' di tempo, ma non troppo, perché so che più lo facciamo e peggio è, in quanto scopriamo una parte sempre più grande di noi, e credo che questo ci faccia sentire contemporaneamente in debito e in credito con l'altro/a: sensazione fallace, e questa incertezza non mi piace, mi fa sentire come se fossi in equilibrio su una fune sospesa nel vuoto e ci fosse un ventilatore da qualche parte, pronto ad accendersi.
Per il resto, quando sono costretto a uscire mi sento meglio se non incontro nessuno sul pianerottolo, in ascensore, nell'androne. Nessuno da salutare inutilmente, solo per educazione, perché in buona sostanza l'educazione è ipocrisia. Nessuno con cui condividere imbarazzanti silenzi o commenti sulle condizioni meteorologiche o sul cambio dell'ora o sulle tasse. In automobile mi sento più a mio agio chiudendo le serrature e alzando i finestrini, controllando l'aria tramite il climatizzatore.
Tutto sommato sono contento del mio impiego, della mia vita: una scrivania, un computer, nessun contatto con il pubblico. Sono solo e non lo sono, decido io quando esserlo, o meglio, mi illudo di deciderlo ma in realtà lo sono sempre, è che certe volte me ne dimentico, ma ad essere solipsisti qualche vantaggio dovrà (o potrà) pur esserci. Ho dei contatti con cui, suppongo per convenzione, ci chiamiamo amici, come si usava un tempo quando si correva e si rideva e si sudava e ci si picchiava e ci si tradiva per poi non vedersi più, anche se adesso non facciamo altro che interagire con noi stessi, con acrobazie di falangi, su un display LCD, inviando stringhe tramite un router in Indonesia, o forse proprio per questo.
Un'esistenza in cui vengono diminuiti i rischi derivanti dai contatti personali è più sicura di qualsiasi altra possibile illusione chiamata "vita vera".
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Nothingness" dall'album "Stain" dei Living colour. Voi fate come cazzo vi pare.
Per il resto, quando sono costretto a uscire mi sento meglio se non incontro nessuno sul pianerottolo, in ascensore, nell'androne. Nessuno da salutare inutilmente, solo per educazione, perché in buona sostanza l'educazione è ipocrisia. Nessuno con cui condividere imbarazzanti silenzi o commenti sulle condizioni meteorologiche o sul cambio dell'ora o sulle tasse. In automobile mi sento più a mio agio chiudendo le serrature e alzando i finestrini, controllando l'aria tramite il climatizzatore.
Tutto sommato sono contento del mio impiego, della mia vita: una scrivania, un computer, nessun contatto con il pubblico. Sono solo e non lo sono, decido io quando esserlo, o meglio, mi illudo di deciderlo ma in realtà lo sono sempre, è che certe volte me ne dimentico, ma ad essere solipsisti qualche vantaggio dovrà (o potrà) pur esserci. Ho dei contatti con cui, suppongo per convenzione, ci chiamiamo amici, come si usava un tempo quando si correva e si rideva e si sudava e ci si picchiava e ci si tradiva per poi non vedersi più, anche se adesso non facciamo altro che interagire con noi stessi, con acrobazie di falangi, su un display LCD, inviando stringhe tramite un router in Indonesia, o forse proprio per questo.
Un'esistenza in cui vengono diminuiti i rischi derivanti dai contatti personali è più sicura di qualsiasi altra possibile illusione chiamata "vita vera".
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Nothingness" dall'album "Stain" dei Living colour. Voi fate come cazzo vi pare.
domenica 15 aprile 2012
Segni di violazione
Quando più di una settimana fa SuperMario mi chiama in ufficio per dirmi che sono entrati i ladri in casa, nutro ancora qualche speranza: lo avrà chiamato una vicina, lei avrà capito male, si sarà spiegata peggio e lui avrà mal interpretato.
A me non può succedere, penso: sono cose di cui sento parlare sui notiziari, lontane da me; non può capitare al sottoscritto, che non sono certo ricco, ma agli altri, che hanno sicuramente commesso un errore o si sono messi in una situazione tale per cui hanno praticamente aperto le porte ai ladri. Comincio a credere al karma e a tutte le cazzate che possono venire in mente per motivare un incidente, un furto, un tumore, cioè quelle eventualità perfettamente plausibili a cui evito sempre di pensare per non deprimermi. Invece no, questo è proprio il mio turno di comparire tra le vittime del titoletto in fondo alla pagina del quotidiano.
La memoria torna alla mattina: sono stato l'ultimo a uscire, è possibile che abbia chiuso male la porta? Cerco le chiavi nel borsello: ci sono, per cui non le ho lasciate appese. Mentre esco dall'ufficio di corsa, sperando di non complicare le cose investendo qualcuno, penso che l'amplificatore della chitarra è troppo pesante e scomodo da portare, per cui almeno quello dovrebbe essere ancora lì, in un cantuccio della mia stanza. Avranno preso le chitarre, mi dico, e allora cosa farò? Tornerò a cercare un'altra chitarra economica su mercatinomusicale.com o a lottare con i liutai per fargli capire se qualcosa non va?
Parcheggio sotto casa e improvvisamente ogni persona che incontro potrebbe essere un colpevole: l'impresa di pulizie del condominio, apparentemente impegnata in giardino, oppure qualcuno che sta facendo un trasloco, un postino, una ragazza che telefona o finge di farlo. Forse qualcuno studiava i nostri movimenti. Ripenso a chi ho incontrato uscendo la mattina dal palazzo ma nessuno risulta sospetto al mio sguardo poco avvezzo a simili riflessioni.
Arrivo sul pianerottolo e trovo la serratura divelta. Bene, almeno avevo chiuso la porta e non è stata colpa mia se sono entrati. Guarda cosa vado a pensare, mi dico.
Dentro, trovo le porte aperte col piede di porco. Entro nella mia stanza e ho la prima conferma: l'ampli c'è ancora. Apro l'armadio e ci sono anche le chitarre. Tiro un sospiro di sollievo.
Vi risparmio i miei pensieri sul sentirsi violati nel luogo in cui si dovrebbe essere più al sicuro ecc. In ogni caso, aver letto le prime pagine di Infinite Jest preme sulla mia paranoia per cui butto gli spazzolini e svuoto la bottiglia di acqua minerale già aperta. D'altronde, un compagno di liceo mi raccontava che quando andava in gita pisciava nel porta-sapone-liquido dei treni.
Risultato dell'effrazione: sono spariti portatili e macchine fotografiche.
Ora, avete presente Signs? [SPOILER] Una donna muore a seguito di un incidente stradale e le sue ultime parole sembrano prive di senso, ma in realtà anni dopo salveranno la vita del figlio. [SPOILER]
Ebbene, questo Natale si era rotto il PC che tenevo a casa in Sicilia e da quel momento viaggio in aereo con il mio portatile . La violazione di domicilio è avvenuta il venerdì prima di Pasqua, ovvero il giorno in cui sarei partito per la Sicilia con il computer nello zaino, che al momento dell'effrazione si trovava nella mia auto. Ecco perché mi ritengo fortunato, con tutto il rispetto per i miei coinquilini che stanno sicuramente preparando una bambola voodoo a mia immagine.
A parte questo, dovendo per forza prendere qualcosa dalla mia stanza, oltre a una piccola macchina fotografica digitale, i Lupin mi hanno rubato il dopobarba, il profumo e la macchinetta taglia-capelli, ma stranamente non quella regola-barba.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Lucky this time" dall'album "Lean into it" dei Mr Big. Voi fate come cazzo vi pare.
P.S.: lasciamo perdere che adesso la porta d'ingresso è talmente sicura che mi è capitato di restare chiuso in casa...
A me non può succedere, penso: sono cose di cui sento parlare sui notiziari, lontane da me; non può capitare al sottoscritto, che non sono certo ricco, ma agli altri, che hanno sicuramente commesso un errore o si sono messi in una situazione tale per cui hanno praticamente aperto le porte ai ladri. Comincio a credere al karma e a tutte le cazzate che possono venire in mente per motivare un incidente, un furto, un tumore, cioè quelle eventualità perfettamente plausibili a cui evito sempre di pensare per non deprimermi. Invece no, questo è proprio il mio turno di comparire tra le vittime del titoletto in fondo alla pagina del quotidiano.
La memoria torna alla mattina: sono stato l'ultimo a uscire, è possibile che abbia chiuso male la porta? Cerco le chiavi nel borsello: ci sono, per cui non le ho lasciate appese. Mentre esco dall'ufficio di corsa, sperando di non complicare le cose investendo qualcuno, penso che l'amplificatore della chitarra è troppo pesante e scomodo da portare, per cui almeno quello dovrebbe essere ancora lì, in un cantuccio della mia stanza. Avranno preso le chitarre, mi dico, e allora cosa farò? Tornerò a cercare un'altra chitarra economica su mercatinomusicale.com o a lottare con i liutai per fargli capire se qualcosa non va?
Parcheggio sotto casa e improvvisamente ogni persona che incontro potrebbe essere un colpevole: l'impresa di pulizie del condominio, apparentemente impegnata in giardino, oppure qualcuno che sta facendo un trasloco, un postino, una ragazza che telefona o finge di farlo. Forse qualcuno studiava i nostri movimenti. Ripenso a chi ho incontrato uscendo la mattina dal palazzo ma nessuno risulta sospetto al mio sguardo poco avvezzo a simili riflessioni.
Arrivo sul pianerottolo e trovo la serratura divelta. Bene, almeno avevo chiuso la porta e non è stata colpa mia se sono entrati. Guarda cosa vado a pensare, mi dico.
Dentro, trovo le porte aperte col piede di porco. Entro nella mia stanza e ho la prima conferma: l'ampli c'è ancora. Apro l'armadio e ci sono anche le chitarre. Tiro un sospiro di sollievo.
Vi risparmio i miei pensieri sul sentirsi violati nel luogo in cui si dovrebbe essere più al sicuro ecc. In ogni caso, aver letto le prime pagine di Infinite Jest preme sulla mia paranoia per cui butto gli spazzolini e svuoto la bottiglia di acqua minerale già aperta. D'altronde, un compagno di liceo mi raccontava che quando andava in gita pisciava nel porta-sapone-liquido dei treni.
Risultato dell'effrazione: sono spariti portatili e macchine fotografiche.
Ora, avete presente Signs? [SPOILER] Una donna muore a seguito di un incidente stradale e le sue ultime parole sembrano prive di senso, ma in realtà anni dopo salveranno la vita del figlio. [SPOILER]
Ebbene, questo Natale si era rotto il PC che tenevo a casa in Sicilia e da quel momento viaggio in aereo con il mio portatile . La violazione di domicilio è avvenuta il venerdì prima di Pasqua, ovvero il giorno in cui sarei partito per la Sicilia con il computer nello zaino, che al momento dell'effrazione si trovava nella mia auto. Ecco perché mi ritengo fortunato, con tutto il rispetto per i miei coinquilini che stanno sicuramente preparando una bambola voodoo a mia immagine.
A parte questo, dovendo per forza prendere qualcosa dalla mia stanza, oltre a una piccola macchina fotografica digitale, i Lupin mi hanno rubato il dopobarba, il profumo e la macchinetta taglia-capelli, ma stranamente non quella regola-barba.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Lucky this time" dall'album "Lean into it" dei Mr Big. Voi fate come cazzo vi pare.
P.S.: lasciamo perdere che adesso la porta d'ingresso è talmente sicura che mi è capitato di restare chiuso in casa...
giovedì 12 aprile 2012
La percezione delle cose (post-moderno)
In auto, attraverso gli schermi di parabrezza e finestrini
laterali, ammiriamo diversi sfondi di Windows, con le loro collinette, le nuvole sul cielo azzurro, il
sole che fa capolino, un lampo lontano. Come sottofondo musicale, una serie di download legali.
Nel frattempo parliamo, senza poter tornare indietro a
correggere parole pronunciate male, o frasi che potremmo rivedere per esprimere meglio i concetti, o addirittura cancellare. La
comunicazione verbale è antiquata per natura: non c'è una cronologia oggettiva su cui appoggiarsi per polemizzare e i ricordi sono fallaci; non posso lasciare
un “mi piace” su una tua frase; non posso cercare su wikipedia i lemmi usati
durante la conversazione, per cui c'è il rischio di non usare un vocabolario
della conoscenza in comune, e questo potrebbe portare a incomprensione tra noi. Di conseguenza parlo poco.
Arriviamo sulla home page
di casa ed effettuiamo il login salutando tutti.
Tu entri in chat. Il Grande Fratello della piazza
del paese, le repliche dal confessionale, il pubblico da casa. Chi voti? Mentre
gli altri iscritti si scambiano ping e ack di gossip, per dimostrare di essere
vivi, io alzo un firewall.
Si parla di fare un giro all'outlet, più tardi, per comprare tutto quello che non serve, ma che sta benissimo nell'anteprima sulle copertine di Vanity Fair. I negozi offriranno taglie senza Photoshop.
Si parla di fare un giro all'outlet, più tardi, per comprare tutto quello che non serve, ma che sta benissimo nell'anteprima sulle copertine di Vanity Fair. I negozi offriranno taglie senza Photoshop.
A fine pranzo mangiamo
pubblicità di uova di Pasqua. Io mi disconnetto e leggo un libro; non è vero
che sono poco social, perché leggere è un'attività che implica più conversazioni: l'autore ha
comunicato con il libro scrivendolo, il libro comunica con me durante la
lettura, e in risposta io dialogo con me stesso. Non sono io a isolarmi, sono
gli altri che lo fanno – non quando leggo, ma per il fatto stesso di leggere.
Mi chiedono il titolo e l'autore del testo, io carico la jpg della copertina di
"Americana" di Don DeLillo. Arriva un commento: “Dovresti leggere
autori meno sconosciuti”. Ritorno alla definizione di vocabolario della conoscenza
in comune. Forse è vero che mi isolo, e non è necessariamente un male.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Even better than the real thing" dall'album "Achtung baby" degli U2. Voi fate come cazzo vi pare.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Even better than the real thing" dall'album "Achtung baby" degli U2. Voi fate come cazzo vi pare.
mercoledì 11 aprile 2012
Non l'ha mai detto nessuno
-
Bene, Speaker, mi parli dei suoi
genitori.
- Di nuovo? Dottoressa, ma ne abbiamo discusso altre volte. Cosa fa poi, ci scrive dei romanzi, con i racconti dei genitori dei pazienti? Forse è questo che annota sulla sua agenda.
- Un rapporto conflittuale con il padre o una madre distante possono essere alla base delle turbe della psiche.
- Scusi, dottoressa, ma le capitano mai pazienti orfani?
- Sì. Per quelli c'è l'elettro-shock.
- Allora devo ritenermi fortunato.
- Percepisco sarcasmo.
- Non mi dica. Potrebbe fare la psicologa.
- Bene, il sarcasmo ammorbidisce l'astio che proviene da un conflitto interiore, ma ne è la sostanziale conferma. Vada pure avanti.
- Dottoressa, io non credo che mi sia d'aiuto stare sdraiato sul lettino a fissare lei oppure il soffitto. Davvero. Lei sta lì, mi scruta dietro le sue lenti, nel suo bel camice bianco che tratta quasi come la fonte della sua autorità, con le braccia incrociate sulla sua grande scrivania in mogano, ma io non riscontro nessun miglioramento.
- Ne è convinto? Allora perché torna ogni settimana?
- Non lo so. Ho altra scelta?
- C'è sempre una scelta, non crede?
- Per chi sta male no, non c'è mica la scelta di stare bene. Voglio dire, posso decidere di curarmi oppure no, o al limite di cambiare specialista...
- Certamente.
- ... ma per il resto non ho certo la scelta di guarire. Se potessi decidere di star bene...
- Ma cosa non va, esattamente?
- Non lo so. E' un disagio.
- Provi a definirlo.
- So solo che ho... come una tensione interna.
- Magari è un disagio di poco conto. Cerchi di rilassarsi.
- Come?
- Che so, guardi un po' di televisione.
- Io non guardo la TV, dottoressa.
- No? Come mai?
- Il fatto è che in televisione sembrano tutti così... belli, perfetti, vincenti. Le donne sono sexy, hanno gambe lunghe un metro e settantadue, pesano 38 chili e hanno una sesta, con i capezzoli disegnati da Giugiaro; gli uomini fanno urlare gli stadi, hanno gli addominali scolpiti, sorridono sulle copertine di Men's Health...
- E come la fa sentire tutto questo?
- No so... Inadeguato, credo.
- Quindi è così che si sente, in generale? Inadeguato?
- Sì, lo può scrivere. Come se mi chiedessi: "Ma io che cazzo ci faccio qui?" Un mio collega, il Lungo, l'altro giorno mi ha detto: "Sei pericolosamente borderline verso l'inettitudine alla vita".
- Bella. Questa me la segno.
- Sì, ma cosa vuol dire?
- Non ne ho la minima idea.
- Ah, bene.
- E la TV acuirebbe questa sensazione? Di inadeguatezza, voglio dire.
- Credo.
- Bene, faccia una passeggiata, allora.
- Sì, ma... Trovarmi tra la gente mi fa stare peggio.
- Come mai?
- Perché vedo gli altri sorridenti e sereni, per cui mi rendo conto ancora di più che c'è qualcosa che non va in me. E' come parlare di una cosa, invece che nasconderla, sperando che si risolva; in realtà così sento di renderla ancora più concreta. E' quello che facciamo qui da lei, in fondo.
- Quindi mi conferma di ritenere inutili i nostri incontri. Allora come mai continuiamo a vederci?
- Non lo so, mi dica lei qualcosa. Parlo sempre io, mentre lei fa solo domande.
- Io credo che stiamo facendo interessanti progressi. L'importante è che ci sia la volontà da parte sua.
- Non saprei. Quando esco di qui sento di essermi scaricato, ma è solo un rinviare il problema, perché poi ricomincia tutto da capo. Un po' come il sesso: fa stare bene finché dura l'effetto di svuotamento, fisico e mentale, ma poi ricomincio a pensare. Non sarebbe bello se la vita fosse una continua estasi post-orgasmica? Ad esempio, lei cosa ne pensa della pecorina?
- Scusi?
- Niente, così, mi chiedevo se fosse una seguace di Freud, che spiega tutto con le pulsioni sessuali; sa, la fase anale... No, dicevo che sarebbe bello se passassimo la vita a praticare continuamente del sesso, per via delle endorfine prodotte e tutto il resto. Dopo però torna il desiderio di farne ancora e ancora per tornare a stare bene, e finché questo desiderio resta insoddisfatto ci sentiamo male, per cui una cosa positiva riesce a essere anche una cosa negativa.
- Già.
- Allora, cosa devo fare, esattamente? Dottoressa, me lo dica lei, francamente. Non da professionista a paziente, ma da persona a persona.
- ...
- ...
- Speaker...
- Dottoressa?
- Sa, io ho una sorella.
- Bene. Continui, la prego.
- E' una maniaca dell'igiene dentale. Cambia lo spazzolino ogni mese, usa il filo interdentale, si pulisce i denti anche dopo aver mangiato una singola caramella. Io non ho la sua pazienza. Ciononostante lei è perennemente dal dentista a farsi devitalizzare qualche molare, io no, e sa perché?
- ...
- La verità è che non c'è nulla da fare. Le nostre psicosi non sono colpa né dei nostri genitori, né della TV, né di quelli che ci circondano. Nossignore. La responsabilità è solo nostra. Sconfiggere le nevrosi vorrebbe dire trasformarci, ovvero annullare noi stessi, e questo sarebbe un controsenso: sarebbe analogo a uccidere un paziente per curarlo da un tumore.
- Quindi sta dicendo che non c'è soluzione al mio disagio.
- L'unica cosa che può provare a fare, caro Speaker, è conviverci. Lo so che è difficile, ma è il massimo che posso fare per lei. D'altronde, chi ha mai detto che siamo fatti per essere felici?
- Già.
- Bene, il tempo a nostra disposizione è scaduto. Prenda appuntamento con la segretaria.
- Grazie dottoressa, ci vediamo la prossima settimana.
- Arrivederci. Ah, faccia entrare il prossimo, per favore.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Excuses" dall'album "So called chaos" di Alanis Morissette. Voi fate come cazzo vi pare.
- Di nuovo? Dottoressa, ma ne abbiamo discusso altre volte. Cosa fa poi, ci scrive dei romanzi, con i racconti dei genitori dei pazienti? Forse è questo che annota sulla sua agenda.
- Un rapporto conflittuale con il padre o una madre distante possono essere alla base delle turbe della psiche.
- Scusi, dottoressa, ma le capitano mai pazienti orfani?
- Sì. Per quelli c'è l'elettro-shock.
- Allora devo ritenermi fortunato.
- Percepisco sarcasmo.
- Non mi dica. Potrebbe fare la psicologa.
- Bene, il sarcasmo ammorbidisce l'astio che proviene da un conflitto interiore, ma ne è la sostanziale conferma. Vada pure avanti.
- Dottoressa, io non credo che mi sia d'aiuto stare sdraiato sul lettino a fissare lei oppure il soffitto. Davvero. Lei sta lì, mi scruta dietro le sue lenti, nel suo bel camice bianco che tratta quasi come la fonte della sua autorità, con le braccia incrociate sulla sua grande scrivania in mogano, ma io non riscontro nessun miglioramento.
- Ne è convinto? Allora perché torna ogni settimana?
- Non lo so. Ho altra scelta?
- C'è sempre una scelta, non crede?
- Per chi sta male no, non c'è mica la scelta di stare bene. Voglio dire, posso decidere di curarmi oppure no, o al limite di cambiare specialista...
- Certamente.
- ... ma per il resto non ho certo la scelta di guarire. Se potessi decidere di star bene...
- Ma cosa non va, esattamente?
- Non lo so. E' un disagio.
- Provi a definirlo.
- So solo che ho... come una tensione interna.
- Magari è un disagio di poco conto. Cerchi di rilassarsi.
- Come?
- Che so, guardi un po' di televisione.
- Io non guardo la TV, dottoressa.
- No? Come mai?
- Il fatto è che in televisione sembrano tutti così... belli, perfetti, vincenti. Le donne sono sexy, hanno gambe lunghe un metro e settantadue, pesano 38 chili e hanno una sesta, con i capezzoli disegnati da Giugiaro; gli uomini fanno urlare gli stadi, hanno gli addominali scolpiti, sorridono sulle copertine di Men's Health...
- E come la fa sentire tutto questo?
- No so... Inadeguato, credo.
- Quindi è così che si sente, in generale? Inadeguato?
- Sì, lo può scrivere. Come se mi chiedessi: "Ma io che cazzo ci faccio qui?" Un mio collega, il Lungo, l'altro giorno mi ha detto: "Sei pericolosamente borderline verso l'inettitudine alla vita".
- Bella. Questa me la segno.
- Sì, ma cosa vuol dire?
- Non ne ho la minima idea.
- Ah, bene.
- E la TV acuirebbe questa sensazione? Di inadeguatezza, voglio dire.
- Credo.
- Bene, faccia una passeggiata, allora.
- Sì, ma... Trovarmi tra la gente mi fa stare peggio.
- Come mai?
- Perché vedo gli altri sorridenti e sereni, per cui mi rendo conto ancora di più che c'è qualcosa che non va in me. E' come parlare di una cosa, invece che nasconderla, sperando che si risolva; in realtà così sento di renderla ancora più concreta. E' quello che facciamo qui da lei, in fondo.
- Quindi mi conferma di ritenere inutili i nostri incontri. Allora come mai continuiamo a vederci?
- Non lo so, mi dica lei qualcosa. Parlo sempre io, mentre lei fa solo domande.
- Io credo che stiamo facendo interessanti progressi. L'importante è che ci sia la volontà da parte sua.
- Non saprei. Quando esco di qui sento di essermi scaricato, ma è solo un rinviare il problema, perché poi ricomincia tutto da capo. Un po' come il sesso: fa stare bene finché dura l'effetto di svuotamento, fisico e mentale, ma poi ricomincio a pensare. Non sarebbe bello se la vita fosse una continua estasi post-orgasmica? Ad esempio, lei cosa ne pensa della pecorina?
- Scusi?
- Niente, così, mi chiedevo se fosse una seguace di Freud, che spiega tutto con le pulsioni sessuali; sa, la fase anale... No, dicevo che sarebbe bello se passassimo la vita a praticare continuamente del sesso, per via delle endorfine prodotte e tutto il resto. Dopo però torna il desiderio di farne ancora e ancora per tornare a stare bene, e finché questo desiderio resta insoddisfatto ci sentiamo male, per cui una cosa positiva riesce a essere anche una cosa negativa.
- Già.
- Allora, cosa devo fare, esattamente? Dottoressa, me lo dica lei, francamente. Non da professionista a paziente, ma da persona a persona.
- ...
- ...
- Speaker...
- Dottoressa?
- Sa, io ho una sorella.
- Bene. Continui, la prego.
- E' una maniaca dell'igiene dentale. Cambia lo spazzolino ogni mese, usa il filo interdentale, si pulisce i denti anche dopo aver mangiato una singola caramella. Io non ho la sua pazienza. Ciononostante lei è perennemente dal dentista a farsi devitalizzare qualche molare, io no, e sa perché?
- ...
- La verità è che non c'è nulla da fare. Le nostre psicosi non sono colpa né dei nostri genitori, né della TV, né di quelli che ci circondano. Nossignore. La responsabilità è solo nostra. Sconfiggere le nevrosi vorrebbe dire trasformarci, ovvero annullare noi stessi, e questo sarebbe un controsenso: sarebbe analogo a uccidere un paziente per curarlo da un tumore.
- Quindi sta dicendo che non c'è soluzione al mio disagio.
- L'unica cosa che può provare a fare, caro Speaker, è conviverci. Lo so che è difficile, ma è il massimo che posso fare per lei. D'altronde, chi ha mai detto che siamo fatti per essere felici?
- Già.
- Bene, il tempo a nostra disposizione è scaduto. Prenda appuntamento con la segretaria.
- Grazie dottoressa, ci vediamo la prossima settimana.
- Arrivederci. Ah, faccia entrare il prossimo, per favore.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Excuses" dall'album "So called chaos" di Alanis Morissette. Voi fate come cazzo vi pare.
venerdì 6 aprile 2012
-1²
Ore 17:00. Mentre Mario si dirige verso i tornelli, alza gli occhi dal pavimento in gomma nera e incontra RagazzaTriste, anche lei in procinto di lasciare l'ufficio. E' proprio quella ragazza a fargli capire che i suoi occhiali scuri non sono sufficienti:
- Oh, tirati su! Non sei contento di uscire?
Mario ripensa alla sua giornata tipo. A quanto siano stati formativi questi ultimi mesi e alle capacità che ha sviluppato.
Ad esempio adesso sa distinguere i passi delle persone in corridoio. C'è chi arriva e rallenta strisciando i piedi; chi ha un passo nervoso, con ampie falcate, ansioso perché è stato chiamato da un dirigente o perché gli fanno pressioni per una pratica; e c'è il passo del direttore, una donna: la camminata sui tacchi è decisa, tipica di chi si sposta solo per riunioni importanti e non vuole perdere il suo prezioso tempo.
Grazie a questo talento, Mario riesce a prevedere i momenti in cui deve nascondere il libro che sta leggendo per non farsi beccare.
Per il resto trascorre le ore cancellando mail - anche quando non sono di spam - , prende caffè per non addormentarsi alle riunioni e evita qualsiasi osservazione, sperando che sia sufficiente a farsi coinvolgere il meno possibile.
Mario portava avanti un progetto innovativo, l'unico spiraglio in quella struttura obsoleta definita Pubblica Amministrazione. La sua era più che dedizione: ci aveva messo passione, lavorando fuori dall'orario d'ufficio, studiando, assumendosi dei rischi, tutte cose che nessuno gli aveva chiesto di fare. Con i risultati ottenuti aveva salvato il culo a un'area per ben cinque anni.
Adesso la conduzione del progetto gli è stata tolta dal suo direttore, che non si è mai fidata di quel tipo che arriva in ufficio in jeans, scarpe da ginnastica e trench di pelle nera. I progetti seri vanno assegnati a gente seria, in giacca e cravatta e senza manie di grandezza.
Proprio in questi giorni Mario sta leggendo in ufficio "Americana" di Don DeLillo e si sofferma su una frase:
"Con il tempo imparai a non fidarmi di quei superiori che incoraggiavano l'indipendenza di pensiero: ogni volta che gliene si dava prova, erano i primi a rispedirla al mittente sotto forma di terrore, perché i dirigenti sapevano benissimo che proprio le idee, e le idee soltanto, acceleravano la loro obsolescenza. Non facevano altro che esigere di continuo idee nuove: arrivavano promemoria in cui si richiedeva di presentare intuizioni geniali e provocatorie. Ma con il tempo avevo imparato che le idee nuove sono letali, a meno di non recapitarle ben chiuse in un sacchetto di plastica."
Così, quando RagazzaTriste gli dice quella frase, lui pensa che essere felici di uscire da un ufficio perché si fa un lavoro di merda è una tristezza mascherata da felicità, che ti porti dietro anche oltrepassando i tornelli, per cui le risponde:
- Tanto dentro o fuori è uguale.
Dopodiché striscia il badge ed esce nella luce del tardo pomeriggio, tra lo smog delle auto di ritorno a casa, e pensa a far domanda di trasferimento.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Us and them" dall'album "The dark side of the moon" dei Pink Floyd. Voi fate come cazzo vi pare.
- Oh, tirati su! Non sei contento di uscire?
Mario ripensa alla sua giornata tipo. A quanto siano stati formativi questi ultimi mesi e alle capacità che ha sviluppato.
Ad esempio adesso sa distinguere i passi delle persone in corridoio. C'è chi arriva e rallenta strisciando i piedi; chi ha un passo nervoso, con ampie falcate, ansioso perché è stato chiamato da un dirigente o perché gli fanno pressioni per una pratica; e c'è il passo del direttore, una donna: la camminata sui tacchi è decisa, tipica di chi si sposta solo per riunioni importanti e non vuole perdere il suo prezioso tempo.
Grazie a questo talento, Mario riesce a prevedere i momenti in cui deve nascondere il libro che sta leggendo per non farsi beccare.
Per il resto trascorre le ore cancellando mail - anche quando non sono di spam - , prende caffè per non addormentarsi alle riunioni e evita qualsiasi osservazione, sperando che sia sufficiente a farsi coinvolgere il meno possibile.
Mario portava avanti un progetto innovativo, l'unico spiraglio in quella struttura obsoleta definita Pubblica Amministrazione. La sua era più che dedizione: ci aveva messo passione, lavorando fuori dall'orario d'ufficio, studiando, assumendosi dei rischi, tutte cose che nessuno gli aveva chiesto di fare. Con i risultati ottenuti aveva salvato il culo a un'area per ben cinque anni.
Adesso la conduzione del progetto gli è stata tolta dal suo direttore, che non si è mai fidata di quel tipo che arriva in ufficio in jeans, scarpe da ginnastica e trench di pelle nera. I progetti seri vanno assegnati a gente seria, in giacca e cravatta e senza manie di grandezza.
Proprio in questi giorni Mario sta leggendo in ufficio "Americana" di Don DeLillo e si sofferma su una frase:
"Con il tempo imparai a non fidarmi di quei superiori che incoraggiavano l'indipendenza di pensiero: ogni volta che gliene si dava prova, erano i primi a rispedirla al mittente sotto forma di terrore, perché i dirigenti sapevano benissimo che proprio le idee, e le idee soltanto, acceleravano la loro obsolescenza. Non facevano altro che esigere di continuo idee nuove: arrivavano promemoria in cui si richiedeva di presentare intuizioni geniali e provocatorie. Ma con il tempo avevo imparato che le idee nuove sono letali, a meno di non recapitarle ben chiuse in un sacchetto di plastica."
Così, quando RagazzaTriste gli dice quella frase, lui pensa che essere felici di uscire da un ufficio perché si fa un lavoro di merda è una tristezza mascherata da felicità, che ti porti dietro anche oltrepassando i tornelli, per cui le risponde:
- Tanto dentro o fuori è uguale.
Dopodiché striscia il badge ed esce nella luce del tardo pomeriggio, tra lo smog delle auto di ritorno a casa, e pensa a far domanda di trasferimento.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Us and them" dall'album "The dark side of the moon" dei Pink Floyd. Voi fate come cazzo vi pare.
lunedì 2 aprile 2012
SpeakerMutismo AKA La centrifuga
Ci sono momenti in cui ho davvero poca voglia di comunicare, e non perché sia di cattivo umore.
In realtà il problema non è il parlare o lo scrivere in sé, ma il pensare. Dicono infatti che prima di parlare bisognerebbe pensare a quello che si dice.
A volte pensare mi risulta doloroso perché il mio cervello è come una centrifuga e se mi metto davanti all'oblò vedo passare il blu dei jeans, il nero della maglietta, il viola della camicia, senza soluzione di continuità. La mia mente è spesso alla ricerca di qualcosa che non sa nemmeno lei, come la soluzione di un enigma che in realtà deve ancora inventare. Ogni oggetto, ogni azione, persino ogni parola mia o di chi mi sta accanto diventa un pensiero su cui tornare e ritornare, come se dietro ognuno di questi ci fosse la chiave della mia esistenza.
Io non so se è così per tutti o qualcuno riesce a evitare la centrifuga, che so, guardando la televisione, con la sua successione ipnotica di immagini. In questo senso, aver smesso di guardare la TV da qualche anno potrebbe aver peggiorato le cose.
Allora, quando è stanca di centrifughe, la mia testa va al mare e prende una barca che lascia lì sulla riva apposta per quei momenti, così si lascia trasportare dal vento, contemplando la distesa d'acqua che copre la distanza tra lei e la terraferma. Quando si rende conto di essere al largo da troppo tempo e teme di impazzire come un marinaio rimasto da solo a scrutare i venti e le onde, capisce che le tocca remare, e il primo affondo del remo nell'acqua è la cosa più difficile, perché vuol dire interrompere il suo stato di perfetta indolenza, ricominciare da capo - e ci sarà sicuramente qualcosa di sbagliato in quella azione, così come in tutte le seguenti, a formare una serie di imperfezioni che disturbano la perfezione del mare - per poi arrivare a casa e ritrovare la lavatrice in centrifuga.
Parole come queste rappresentano il primo colpo di remi, tanto per far capire alla barca che bisogna tornare a riva.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Silent man" dall'album "Awake" dei Dream theater. Voi fate come cazzo vi pare.
P.S.: partecipazione al "Nome della cosa".
Concorrenti:
In realtà il problema non è il parlare o lo scrivere in sé, ma il pensare. Dicono infatti che prima di parlare bisognerebbe pensare a quello che si dice.
A volte pensare mi risulta doloroso perché il mio cervello è come una centrifuga e se mi metto davanti all'oblò vedo passare il blu dei jeans, il nero della maglietta, il viola della camicia, senza soluzione di continuità. La mia mente è spesso alla ricerca di qualcosa che non sa nemmeno lei, come la soluzione di un enigma che in realtà deve ancora inventare. Ogni oggetto, ogni azione, persino ogni parola mia o di chi mi sta accanto diventa un pensiero su cui tornare e ritornare, come se dietro ognuno di questi ci fosse la chiave della mia esistenza.
Io non so se è così per tutti o qualcuno riesce a evitare la centrifuga, che so, guardando la televisione, con la sua successione ipnotica di immagini. In questo senso, aver smesso di guardare la TV da qualche anno potrebbe aver peggiorato le cose.
Allora, quando è stanca di centrifughe, la mia testa va al mare e prende una barca che lascia lì sulla riva apposta per quei momenti, così si lascia trasportare dal vento, contemplando la distesa d'acqua che copre la distanza tra lei e la terraferma. Quando si rende conto di essere al largo da troppo tempo e teme di impazzire come un marinaio rimasto da solo a scrutare i venti e le onde, capisce che le tocca remare, e il primo affondo del remo nell'acqua è la cosa più difficile, perché vuol dire interrompere il suo stato di perfetta indolenza, ricominciare da capo - e ci sarà sicuramente qualcosa di sbagliato in quella azione, così come in tutte le seguenti, a formare una serie di imperfezioni che disturbano la perfezione del mare - per poi arrivare a casa e ritrovare la lavatrice in centrifuga.
Parole come queste rappresentano il primo colpo di remi, tanto per far capire alla barca che bisogna tornare a riva.
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Silent man" dall'album "Awake" dei Dream theater. Voi fate come cazzo vi pare.
P.S.: partecipazione al "Nome della cosa".
Concorrenti:
- E cenere ritorneremo (Hombre)
- C come cioccolato (LaDonnaCamèl)
- Storia d’amore e di cerotti (Melusina)
- Cera fusa (MaiMaturo)
- Catena di perle (Lillina)
- Principesse (Dario D'Angelo)
- Carta e corsa 5 (La Carta)
- Gisella Clio (Singlemama)
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