mercoledì 29 febbraio 2012

Recensione - Cime tempestose

Di Emily Bronte. Su La Libreria Immaginaria.

Da "Cime tempestose" ai rumori nella notte

La sera prima termino la lettura di "Cime tempestose", con tanto di cronologia della vita dell'autrice, prefazione di Charlotte Bronte e un saggio di Joyce Carol Oates (l'odiata - da me - autrice di "Sorella, mio unico amore").

Sta di fatto che sogno [SPOILER] il matrimonio tra Cathy e Hareton, annunciato ma non descritto nel romanzo.  [/SPOILER] Dato che l'evento ha una certa importanza, nella mia immaginazione viene celebrato da un fantomatico Papa, un vecchietto seduto in un cantuccio buio di una chiesa, avvolto nell'enorme abito bianco, con la mitra e gli occhialoni con lenti fotocromatiche, che un po' di glamour non guasta. Forse sotto ha le mutande D&G. Il paese è in festa e nel luogo di culto recita un mantra. Tipo ohm, pausa, ohm, pausa, ohm, pausa.

Capisco di sognare e mi sveglio. Il rumore è reale ma non riesco a identificarlo. Le letture su Freud mi ricordano che il mio sogno era un'invenzione studiata per continuare a dormire. Caro Sigmondo, se mettevi una suora col c-string proseguivo la mia esperienza onirica. Forse. Guardo l'orologio, sono le cinque del mattino. Dalle serrande filtra una leggerissima luce.

Cominciano le tesi più assurde:
  1. L'altro giorno la lavastoviglie non partiva per colpa di un coperchio che non la faceva chiudere correttamente. Stavolta l'elica sarà bloccata e non riesce ad andare avanti per cui il motorino si sforza inutilmente. In tal caso non tocca a me occuparmene, abbiamo un coinquilino meglio di SuperMario per queste incombenze, il classico Mr "E che ci vuole", prima di una frase come 
    1. "a cambiare la cinghia di trasmissione del motore"
    2. "a costruire un amplificatore valvolare per chitarra"
    3. "a tirar su una mansarda con i pannelli solari sul tetto e il geotermico"
  2. Una vicina di casa ha avuto un'improvvisa voglia di usare la macchina da cucire, magari in preda al sonnambulismo.
  3. C'è un anaconda di dieci metri che sta cercando di uscire dallo scarico del water, come in certe fantasie da bambino. Me lo immagino mentre passa stretto stretto, come Babbo Natale nel camino.
Ammetto che la n° 3 mi sembrava l'ipotesi più plausibile.

Preoccupato, non riesco a dormire: devo capire di cosa si tratta ed eventualmente chiudere la porta del bagno.

Esco dal piumone e siccome è bene non affrontare un serpente di qualche quintale in mutande (io, non il serpente), indosso l'accappatoio. Molto più protetto.

Mi convinco che dovrò girare per tutta casa prima di trovare l'anaconda, che sarà già uscito dal bagno lasciando una striscia di liquame, a meno che non si sia educatamente pulito sul tappetino di fronte la vasca da bagno. Se sono fortunato ha già divorato un inquilino e non ha più appetito.

Apro la porta della mia stanza pronto ad affrontare il mondo esterno, manco Schwarzy contro Predator nella giungla di ValVerde. Drizzo le orecchie come i cani (ci riesco davvero, sapete). Il rumore si fa più distinto.

Ronf...ronf...ronf.

Vaffanculo, è il nuovo coinquilino che russa. Chiudo la porta e torno a dormire.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Lullaby" dall'album "Disintegration" dei Cure. Buonanotte.

lunedì 27 febbraio 2012

Piccoli cambiamenti per sopravvivere

Scarico musica e film, come già detto. In effetti cancello la maggior parte degli album che scarico, perché spesso li ascolto per curiosità ma poi non mi piacciono granché. Nonostante la possibilità di download, e prima ancora che chiudessero i vari MegaUpload, prendo anche dei film al videonoleggio sotto casa, da diversi anni.

In un certo senso, per me noleggiare un film in videoteca è come andare in libreria. Se non so già cosa cercare, mi piace potermi perdere tra le copertine. Dietro ognuna di queste, oltre la trama, c'è il marketing per attirare il target corrispondente. Certo, anche se mi attirano le gambe di Natalie Portman in "Amici, amanti e...", quel tipo di pellicola non è il mio genere, adorando invece l'attrice in "V per Vendetta" e "Il cigno nero". Grazie al pazzo, direte voi.

Le prime volte che andavo al videonoleggio sotto casa, cioè esattamente sei anni fa, questo era un affiliato di "Primafila" ma, a sentire i ragazzi che lavorano lì, la società è fallita. Di conseguenza l'attività è passata sotto la gestione di "Hollywood party".

La cosa però che mi ha colpito è che negli anni il noleggio di DVD è diventata solo una parte del business. Certo, la vendita di patatine San Carlo e pop corn ci sta tutta, come accompagnamento alla visione del film, così come la vendita di video usati a prezzo ridotto. Pian piano però ha preso piede il merchandising che sfrutta la nostalgia per fumetti e cartoni animati tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80. Ecco quindi poster, magliette, cappellini e portachiavi, con immagini di Lupin e Margot, Yattaman, Capitan Harlock, Spider Man e così via. Si trovano vetrinette con modellini in scala di personaggi più recenti e legati alle varie sottoculture, tipo Patlabor, Squadra Speciale Ghost o derivati dal fantasy tipo Signore degli anelli ecc.

Non è finita qui, perché a tutto questo si è aggiunta la vendita di giocattoli per animali, croccantini e palestre per gatti. Credo che il fondo, però, sia stata l'introduzione di una manciata tra slot machine e video poker, niente di più lontano dall'attività iniziale.

Cos'è successo in questi anni? E' successo che bisogna sopravvivere, e per farlo si cambia e ci si adatta a qualsiasi cosa. Si restringe lo spazio a disposizione per le cose che ci piacciono di più e se ne dà ad altro di cui non ci importa niente ma che serve per arrivare a fine mese. Si scende a compromessi. Pur andando pazzi per i film di Cronenberg o i monologhi di Al Pacino, gli impiegati servono i clienti che chiedono un'animazione per tenere buoni i bambini. Vicino l'ingresso, in un angolo in penombra, tra confezioni di croccantini e ossi di gomma, un avventore trascorre il tempo inserendo monetine in una macchinetta, sperando di vincere qualcosa, e quando gli capiterà continuerà a giocare perché non gliene fregherà niente della vincita in sé e perché è intrappolato nel gioco, ipnotizzato dalle lucine e i beep del videogame, come se cercasse sollievo nel fondo di una bottiglia di Moretti.

Ogni volta che entro in quel non-solo-videonoleggio, cerco di non guardare alcune parti del negozio, come quando un pensiero si affaccia alla mia coscienza e cerco di ricacciarlo indietro, perché non voglio farci i conti. Quegli angoli mi sanno di sconfitta e mi mettono una leggera tristezza, perché ci vedo un po' me stesso.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Tom Traubert's blues" dall'album "Small change" di Tom Waits. Voi fate come cazzo vi pare.

Recensione - Indignazione

Di Philip Roth. Su La Libreria Immaginaria.

mercoledì 22 febbraio 2012

Neanche l'invidia

- Quanti siete a fare l'esame?
- Sette.
- OK. Noi però possiamo mettervi nell'aula sei alla volta.
- Ah. E quanto dura l'esame?
- Un'ora e mezza.
- ...

Indovinate un po' chi era il settimo?

Va be', detto questo, io non ho superato l'esame. Ho studiato male, non sono abbastanza intelligente, non sono portato per l'argomento, fate voi.

Fatto sta che quando sono uscito dall'aula e ho comunicato l'esito ai miei colleghi (che mi hanno aspettato un'ora e mezza, davvero gentili) ho capito che ero stato l'unico a non passare.

Mentre capivo questo, mi sono fermato a riflettere: cosa avrei dovuto sperare? Che qualcun altro non avesse superato l'esame? A che pro?

L'unico pro si chiama "invidia". L'invidia è quel sentimento che si prova quando gli altri hanno/sono/riescono-in qualcosa e tu invece no.

Ora, il brutto dell'essere invidiosi non è che "Non si fa perché non è giusto". Diciamoci la verità, quando il tuo prossimo fallisce, sei contento solamente perché pensi: "Allora non capita solo a me, non sono uno sfigato o un perdente. Quanto meno non l'unico. Se fossi il solo ci starei proprio male, sarei l'individuo Omega del branco, mi terrebbero con loro solo prendermi per il culo." A questo ci può arrivare anche un bambino.

Purtroppo, quando arrivi a questa consapevolezza, ti rendi conto che se qualcuno non riesce e tu ti senti meglio, sei proprio una merda, perché indirettamente stai ripensando a tutte le volte in cui tu hai fallito. Quindi non ti senti meglio, ma ottieni l'effetto opposto. Allora l'unica soluzione è sperare che ce la facciano tutti.

L'importante è riuscire nelle cose a cui si tiene veramente, o quanto meno dare il massimo. Io non ho dato il massimo in questa prova e non m'importa, non era lo scopo della mia vita. Ho ancora riserve di autostima. Non troppa ma insomma, tiro avanti.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Nobody's fault but mine" dall'album "Presence" dei Led Zeppelin. Voi fate come cazzo vi pare.

lunedì 20 febbraio 2012

Ma Roma è troppo grande

Fu così che Filippo conobbe Lorena.

Erano le 8:00 di mattina. Lui stava bloccato sull'Appia antica. Probabilmente un incidente più avanti aveva provocato una coda e si procedeva a passo d'uomo ormai da diversi minuti, mentre sulla corsia di emergenza erano passati un carro attrezzi e un'ambulanza. Filippo immaginò la scena: all'incrocio un pirla si era messo al limite del semaforo per stare avanti a tutti, per cui un secondo pirla, a fianco, si era imposto di superarlo con una partenza bruciante. Dall'altra parte un terzo pirla, per non arrivare tardi in ufficio, aveva attraversato a tutta velocità quando era appena scattato il rosso, convinto di farcela, della serie: "Figurati chi è l'idiota che attraversa appena scatta il verde". Risultato: un Nissan Qashqai fracassato, un'Audi S1 rovinata e due chilometri di fila.

Filippo si trovava sulla sua Peugeot 106 verde di seconda mano e pensava che iniziare la settimana gli faceva girare i coglioni. Era il suo primo giorno presso il nuovo cliente, la Mezzetti SPA, che aveva una fretta del diavolo. In tre mesi Filippo avrebbe dovuto completare un lavoro iniziato da un altro, altrimenti la Mezzetti sarebbe andata in penale col suo cliente. Potenza del sub-appalto: uno scarica barile continuo.

Il lavoro, un contratto disperato, era stato ottenuto da un commerciale che aveva chiesto a Filippo:

- Quanta esperienza hai su Java e Struts 2?
- Be', ci lavoro da due mesi.

E già lui aveva esagerato, visto che l'aveva studiato per tre settimane.

- Va be', ma se te lo chiedono, tu di' che sono due anni.
- Ah, OK.

In pratica gli sarebbe toccato correre per studiare e per comprendere di cosa trattava il lavoro, cosa avevano combinato quelli che c'avevano lavorato prima e cosa poteva combinare lui. Si chiedeva a cosa gli era servita l'università, visto che per ogni nuovo lavoro ricominciava da capo. Si domandava anche come fosse possibile che la sua azienda, la OpenWeb, avesse preso quel lavoro: se i commerciali di tutte le concorrenti avessero barato, cosa molto probabile, avrebbe vinto chi la sparava più grossa, oppure il fesso che non aveva letto le clausole in piccolo e inguaiava la sua azienda.

Adesso i tre mesi a disposizione cominciavano a essere rosicchiati minuto dopo minuto in quell'inutile fila all'altezza di Capannelle. Già immaginava le serate passate dietro a codice non funzionante senza un indizio del perché. Tutti straordinari non pagati, naturalmente.

La fila non accennava a sfilare, solo quelli con scooter e moto riuscivano a proseguire. Quanto li odiava ed invidiava, quegli stronzi che si infilavano dappertutto tra due auto, ti sorpassavano a destra a dieci centimetri di distanza, convinti che gli automobilisti dovessero guardare prima negli specchietti retrovisori per dargli spazio e poi la strada davanti a loro, altrimenti i centauri di 'sto cazzo si incazzavano e ti insultavano pure.

Filippo si rese conto, in ritardo, di dover inserire il riciclo dell'aria: l'abitacolo era pregno degli scarichi di monossido di carbonio dei veicoli vicini. Con il riciclo avrebbe respirato sempre gli stessi gas. Praticamente i suoi polmoni stavano agendo da filtro dell'aria.

Chi poteva immaginarlo, pensava Filippo? Mi ero detto: parto per Roma, trovo lavoro sicuramente, metto a frutto gli anni di studio, guadagno bene perché sono laureato... Macché. I primi sei mesi prendevo così poco che mi hanno dovuto aiutare i miei. Tanto valeva fare il commesso in un negozio sotto casa, altro che bamboccione. Invece eccomi qua: una vita con la borsa del portatile sempre a fianco, seduto a una scrivania cercando di capire che cazzo vogliono davvero i clienti, visto che non lo sanno nemmeno loro.

Un momento: alla radio riconobbe un riff di chitarra inconfondibile, suonato su una Gibson Les Paul di qualche migliaio di sterline: era l'intro di "God save the Queen". Filippo alzò il volume, chiuse gli occhi e si abbandonò al ritmo di quell'aggressione sonora, strillando insieme a Johnny Rotten:

"God save the queen
The fascist regime
They made you a moron
Potential H-bomb"

Quanto poteva essere attuale quella canzone, rapportata alla sua realtà? Il "sistema" era un'enorme macchina lavorativa piena di falsità, che ti rendeva un idiota che faceva quello che gli dicevano, pronto a esplodere in una fila sull'Appia, come in "Un giorno di ordinaria follia".

"There is no future
In England's dreaming"


Non c'è futuro per i miei sogni, le mie aspirazioni. Così cantava Filippo dentro la sua auto, procedendo a passo di lumaca. Chissà cosa facevano quelli accanto a lui. Diede un'occhiata.

Un signore stava al cellulare, probabilmente incazzato come una iena perché in ritardo a qualche riunione dove vendere un po' di fumo, mostrare un Power Point, proiezioni di vendita, slogan, tutto finto come sempre, senza niente dietro.

Un altro tizio stava fumando col finestrino aperto. Probabilmente aspirava anche gli scarichi della betoniera che aveva davanti, ma magari arricchiva il sapore della nicotina. A giudicare dagli adesivi ostentati, stava sicuramente seguendo una di quelle emittenti dove parlano di calcio, anzi, solo di Roma e Lazio.

Alla sua sinistra... Alla sua sinistra, in una Smart, Filippo ebbe una visione: una ragazza molto carina, anzi, tremendamente carina! Portava un cappellino colorato di lana da cui fuoriusciva una lunga chioma nera. Stava urlando. No, non stava urlando come una matta perché era bloccata nel traffico. Stava cantando la stessa canzone che ascoltava lui in quel momento, con tutta l'energia che aveva in corpo. Agitava la testa, dava manate al volante e al cruscotto. Sorrideva con la bocca e con gli occhi, felice di cantare, fregandosene di essere lì, intrappolata tra mille auto. Era la gioia di vivere, quella che senti sempre nominare al passato, con quella voglia di spaccare il mondo e di non fermarsi mai a piangersi addosso. Era lì, sotto forma di venere post-punk. Già sognava di farsi una canna con lei dopo aver fatto un sessantanove sul tappeto in sala con un film dimenticato in sottofondo, ascoltando "Black hole sun" dei Soundgarden o, se fossero stati da lei, "I'm a bitch" di Meredith Brooks.

Filippo la guardava e riguardava. Voleva dirle: "Hey, tu! Stiamo cantando la stessa canzone, la fottuta "God save the queen" dei Sex Pistols", e avrebbe mimato il testo della canzone. Magari non era un gran discorso, ma qualcosa doveva pur fare, perché aveva una fottuta paura di passare inosservato da quella splendida ragazza. Provò ad agitare le mani ma lei stava guardando in avanti, immersa nella musica o nei suoi pensieri. Suonò il clacson per attrarre la sua attenzione, però in mezzo a quel traffico gli altri automobilisti pensarono che lui si fosse semplicemente spazientito di procedere a cinque chilometri l'ora e ne condivisero la protesta, persino lei. Pessimo momento per fare fronte comune, maledetti stronzi, pensò Filippo.

Purtroppo, ironia della sorte, il traffico cominciò a scorrere. La fila della ragazza era più veloce e lei lasciò indietro Filippo. Lui provò a seguirla, cercando di infilarsi tra un'auto e l'altra, ricevendo gli insulti degli altri automobilisti, ma pensava che ne valesse la pena. Dopo un po' lui si rese conto di averla persa di vista: probabilmente aveva infilato una traversa, ma quale?

Un giorno, si disse, sapendo di mentire a se stesso, l'avrebbe incontrata e in qualche modo avrebbe dovuto chiamarla fino ad allora. Per non dimenticarla, le diede un nome di fantasia: Lorena.

Non la rivide più però, perché Roma è una città fottutamente grande, che ingoia ogni sogno.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Ironic" dall'album "Jagged lil' pill" di Alanis Morissette. Voi fate come cazzo vi pare.

mercoledì 15 febbraio 2012

Rapidità e coerenza

Certe volte ci fotte la fretta. La fretta nel rispondere a una domanda incalzante.

Messi di fronte a un quesito, spesso sentiamo più importante fornire una risposta velocemente. La rapidità di parola non sempre è accompagnata da rapidità di pensiero, dato che ogni termine ha un mondo dietro, figuriamoci la combinazione di più termini a formare una frase di senso compiuto.

Poi però ci chiedono di motivare la nostra affermazione. Ecco, lì comincia un processo al contrario: ci siamo espressi in maniera istintiva, senza avere il tempo di pesare sulla bilancia pro e contro di quanto stavamo per dire. Adesso invece possiamo, anzi dobbiamo farlo.

Può capitare, infine, che qualcuno faccia notare che ci stiamo contraddicendo con un'affermazione di tempo prima. Ecco che entra in gioco l'altra fregatura: la coerenza.

Ci sono due alternative:
  1. cercare di incanalare le due affermazioni in un unico filo conduttore (alias "Arrampicarsi sugli specchi")
  2. ammettere: è vero, mi sto contraddicendo, che porta a due ulteriori opzioni:
    • ogni tanto si può fare un'eccezione
    • ho cambiato idea
Purtroppo spesso non si ammette l'opzione 2, perché nella nostra società la coerenza ha una forte valenza. Chi non cambia mai idea vuol dare un'immagine di sé costante e affidabile e questo perché il nostro cervello non può prevedere il futuro quindi si basa su quanti più dati certi ha in mano per predire le decisioni di una persona.

La coerenza può però condurre a estraniarsi dalla realtà circostante, qualsiasi cosa voglia dire. Tipo la Chiesa con Galileo, per dire.

Allora io preferisco discutere con persone meno coerenti con loro stesse ma più disponibili a rivedere le proprie convinzioni. Anche a costo di parlare più lentamente; meglio ancora, scrivendo.

"La coerenza è la virtù degli sciocchi" (Oscar wilde)

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Erase and rewind" dall'album "Gran turismo" dei Cardigans. Voi fate come cazzo vi pare.

martedì 14 febbraio 2012

Grazie di esistere

Radio Free Mouth compie un anno. Questo è un post di ringraziamenti, per tutti coloro che hanno seguito le trasmissioni di questa radio e che hanno partecipato alle discussioni in onda, ma anche chi mi ha citato, fino ad arrivare a chi mi ha ispirato con i suoi scritti.

RFM non aveva un vero e proprio progetto, da cui la parola "free": scrivo tutto quello che mi pare. Non esistono neanche le etichette su questo blog, perché non sapevo quali sarebbero stati gli argomenti affrontati, né avevo intenzione di catalogarli, metterli in cassetti: non sono calzini. Possedevo una sola certezza: parlare esclusivamente di me e non di attualità. Smentita. Altra certezza: non inventare nulla. Smentita anche questa.

All'inizio cercavo solo uno sfogo nella notte, non era possibile commentare. Poi ho cominciato a far intervenire ascoltatrici e ascoltatori. Un grazie sentito a tante persone che hanno reso il vostro SpeakerMuto un po' meno solo. Dagli ascoltatori della prima ora, come The.Blackletter, Pseudo, Sam ai compagni più recenti, come Giovy, la Donna Camel, o Melusina, di cui all'inizio non riuscivo a trovare il blog sul profilo, pensa te, e poi mi sono imbattuto in questa meraviglia.

Questo è il mio quinto blog, nato per raccontare non tanto le mie vacanze ma quello che mi frulla nella testa. I primi post erano molto lunghi, avevano la pretesa di analizzare quello che penso. A rileggerli mi vengono i brividi, ne ho pure cancellati un paio. Adesso ho intenzioni differenti e forse riesco ad essere più diretto, provo a dire di più con meno parole, magari non sempre ci riesco, ma provo a esprimere quello che sento.

Come nacque RFM? Un po' per caso, dopo la lettura di "Prima di lasciarmi passa almeno lo straccio" di Mauro Zucconi. Mi piacque talmente che cercai informazioni sull'autore e alla fine trovai il suo blog. Da lì ho incontrato altri abitanti della blogosfera e alcuni sono diventati compagni nella condivisione delle loro esperienze, fino ad essere per me dei mentori. Ho conosciuto così:
Perdonate se ho dimenticato qualcuno/a. E' bello aver incontrato tante persone straordinarie.

Dulcis in fundo ringrazio Lei, il cui supporto e giudizio imparziale non mancano mai. Anche a Lei ruberei volentieri qualcosa.

Presto la mia vita potrebbe cambiare e chissà se avrò ancora il tempo di scrivere un post al giorno o quasi. Inoltre sono impegnato nella stesura di un romanzo e quest'anno con tutti voi mi è stato molto utile per lanciarmi in questa impresa. Non so se ne leggerete mai una riga, però mi sono detto: "E che cazzo, buttati!" (cit.)

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e vi dedico "We are the champions" dall'album "News of the world" dei Queen. Baci.

P.S.: un ringraziamento anche a La Libreria Immaginaria che mi ospita nelle mie farneticazioni travestite da recensioni.

domenica 12 febbraio 2012

Quando le parole non bastano

Chiuso nel suo studio, il sindaco leghista passeggiava sul tappeto, di fronte la scrivania in mogano e l'ampia libreria, suo vanto. Stava preparando il discorso per i suoi concittadini, in cerca di una rielezione che tuttavia sembrava quasi scontata. Ripeteva mentalmente le frasi, tirando fuori quell'arte oratoria e quella grinta che lo avevano portato dove si trovava adesso.

Non era più tempo di parlare politichese, lo avevano capito lui e quelli del suo partito da anni ormai. Nemmeno si trattava semplicemente di trovare le parole corrette, ne era conscio, ma di esprimerle con la giusta grinta e in questo era maestro: sapeva infiammare gli animi facendo leva su rabbia e frustrazione della gente comune, che sentiva montare nelle sale e nelle piazze quando lui gli ricordava le difficoltà in cui si trovavano. Stava tutto lì: trovare il punto nevralgico nella coscienza del popolo, e approfittarne. Le persone sono capaci di offrire libertà in cambio di sicurezza; come un gregge, sopportano il bastone del loro pastore per essere condotte all'ovile e lì stare allineate. Il suo sogno era proprio quello: un mondo in cui tutti si uniformassero ad un volere dettato dall'alto, per il loro stesso bene.

Bussarono alla porta. Il politico in carriera non voleva essere disturbato mentre preparava i suoi discorsi. Sperava che non fosse la colf senegalese con le sue chiacchiere; se solo se ne trovassero, di italiane, pensò. Contrariato chiese:

- Chi è?
- Papà, sono io. Hai un minuto?

Era Italo, suo figlio. A scuola studiava con profitto, bravo soprattutto in letteratura italiana e storia. Era il martello della sua squadra di pallavolo. Un bravo ragazzo, senza grilli per la testa, che si era sempre tenuto lontano dalla politica: gli bastava trascorrere le serate in pizzeria con i compagni di scuola e con la squadra. Un cinema ogni tanto, qualche libro di narrativa. Per fortuna, soprattutto, non era un no-global come andava spesso di moda tra i giovani: niente chefie, nessuna maglietta col Che né vestiti equi e solidali color verde militare, niente musica reggae, niente occhi rossi: suo figlio non fumava nemmeno. Condivideva col padre l'amore per la lirica. Il sindaco non poteva esserne più orgoglioso.

- Entra, Italo. Come stai, figliolo?
- Papà, ti devo dire una cosa.

Il giovane era teso. Cosa poteva essere successo, si chiese il padre? Aveva avuto un incidente? L'importante era che non si fosse fatto niente né lui né qualcun altro, per il resto i danni si potevano pagare. L'avevano fermato ubriaco? Sarebbe stato un problema forse più serio, per la pubblicità negativa alla sua immagine: avrebbe dovuto mettere la cosa a tacere, in qualche modo, con gli amici del partito e così via.

- Dimmi, Italo che c'è?

Il ragazzo fece un cenno diretto fuori dalla porta. Entrò un suo coetaneo.

- Papà, questo è Mario. E'... il  mio ragazzo.

I due giovani erano fianco a fianco. Si presero per mano per farsi coraggio l'un l'altro, di fronte all'uomo col fazzoletto verde nel taschino.

Il sindaco leghista ebbe un giramento di testa. Di tutti i discorsi che aveva preparato durante la sua carriera, non riusciva a cavare neanche una parola che gli venisse in soccorso. Niente, zero, vuoto più totale nella mente. Mai aveva immaginato una simile eventualità. Cosa poteva rispondere al figlio? Perché gli faceva questo, dopo tutti i sacrifici fatti per lui? Eppure era sangue del suo sangue, un figlio fortemente amato, al quale aveva dedicato, fuori dall'impegno politico, tutto il tempo che poteva. Lo aveva accompagnato agli allenamenti, seguiva le partite, andava ai ricevimenti con i professori, quando ancora non aveva la patente lo accompagnava alle feste.

E adesso, si chiese? 

O forse non era più il tempo di cercare le parole e vestirle per catturare gli animi della platea. Forse era il tempo di capire e comprendere davvero le persone a lui care.

A questo pensiero si svegliò, madido di sudore, drizzandosi sul letto. Era stato solo un incubo, per fortuna.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Bohemian Rhapsody" dall'album "A night at the opera" dei Queen. Voi fate come cazzo vi pare.

venerdì 10 febbraio 2012

Non c'è fretta

Conoscevo uno che si sentiva solo, sempre solo.

Si sentiva solo in inverno, quando il freddo lo portava a chiudersi in casa e a guardare il mondo dalla finestra della sua stanza. Poteva vedere un piccione che si aggrappava alla cima di un cipresso, cercando di resistere al vento. Gli veniva da ridere, a seguire la caparbietà del volatile, mentre si trovava ormai a testa in giù. Poi però quel piccione idiota si lasciava librare nell'aria per appollaiarsi ai rami spogli di una pianta vicina.

Si sentiva solo in estate, quando andava al mare e c'era la musica sparata dagli altoparlanti, i bambini che gli sfrecciavano accanto buttandogli la sabbia addosso, il caldo, i gruppetti di ragazzi che ci provavano con le ragazze, quelli che raccontavano alle famiglie le malattie e gli interventi della madre.

Si sentiva ancora più solo alle feste, quando tutti avevano aneddoti da condividere riguardanti persone che lui non conosceva mai, nomi che non riusciva ad associare a volti noti, risate a cui poteva unirsi solo per non essere scortese ma di cui non capiva il senso.

Si sentiva solo in metropolitana e al supermarket. Si sentiva solo a fare due passi in centro, vedendo le coppiette che portavano in mano buste di vestiti da indossare alle feste per mostrare quanto vestissero bene. Si sentiva solo a vedere un ragazzo e una ragazza accanto, e poi senza motivo abbracciarsi e baciarsi, lì, in mezzo alla strada, tra l'indifferenza dei passanti.

Si sentiva talmente solo che stava sempre da solo e non si capiva se lo facesse apposta. Si crogiolava nella sua solitudine e passava le ore, le giornate, gli anni a meditare sul fatto che si sentiva solo. Beveva da solo, e non lo tirava su, ma lo sprofondava in una tristezza più nera.

A un certo punto pensò di suicidarsi. Non ne sapeva molto però, e non c'era nessuno a cui chiedere, per cui cercò su Internet. Scoprì che ci si poteva suicidare come richiesta di aiuto, e quindi si cercava di non morire realmente ma di farsi del male. Non era il suo caso però: era talmente solo che nessuno se ne sarebbe accorto. Ci si poteva suicidare per far soffrire qualcuno a cui si era legati sentimentalmente, ma anche qui non avrebbe avuto senso. C'era infine chi si suicidava perché non ce la faceva più ad andare avanti. Capì quindi che lui non aveva motivo: poteva andare avanti all'infinito e, come già detto, crogiolarsi nella sua solitudine e non c'era nessuna ragione per cambiare o per commettere un'azione che avrebbe richiesto tante energie come il provocarsi la morte.

Preferiva suicidarsi lentamente, giorno dopo giorno, spegnendosi poco alla volta, cambiando la definizione di "vivere".

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "High hopes" dall'album "The division bell" dei Pink Floyd. Voi fate come cazzo vi pare.

martedì 7 febbraio 2012

Tanto per ricordarselo

Capita una di quelle giornate buone.

Una in cui ti ritrovi in auto e anche se ai lati delle strade c'è la neve, dentro hai un tepore perfetto perché il cielo è limpido e tu avevi parcheggiato fuori così la SpeakerMobile si è presa il sole. Sei di buon umore senza una particolare ragione, talmente buono che, cosa rara, non ti viene voglia di usare un bazooka su  quelli che hai attorno, non cerchi di superare tutti, non effettui inversioni ad U dove non potresti. Stai meglio che non un qualsiasi cannone dei tempi dell'università.

Sarà che è lunedì ma sei stato a casa perché il prefetto ha imposto la chiusura degli uffici pubblici. Sarà che hai ricevuto un invito a pranzo e hai mangiato un ottimo risotto coi funghi e bevuto un vino rosso corposo. Sarà che ti sei appena tagliato i capelli e ti senti più a posto. Sarà che il giorno prima hai pensato che non sei così male. Sarà che semplicemente non hai fretta.

Sta di fatto che ami tutti. Una mamma che parla con i suoi due bimbi tenuti per mano prima di attraversare sulle strisce. Tre ragazze liceali che si raccontano le loro ultime conquiste e una di loro per un attimo ti fissa. Persino un signore intento a pulirsi l'auto da solo, sotto casa, alle due del pomeriggio, perché magari qualcuno c'ha vomitato la notte prima. Entri nel centro commerciale più vicino a casa tua e cammini a testa alta, dritto con la schiena, leggero come l'aria. Sorridi beatamente/beotamente, perché al supermercato un giovane papà scherza con la figlia che, incastrata nel carrello, chiama la madre a voce alta tra gli scaffali dell'Ipercoop, mentre lui la incalza: "Più forte, altrimenti non ti sente"; e non ti frega se hai scordato il salvatempo e devi tornare all'ingresso: avresti perso quella scena.

Insomma torni a casa dopo aver fatto la spesa e aver preso quattro libri e ti dici che, almeno per qualche ora, sei stato felice. Non è poco.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "What a wonderful world" di Luois Armstrong. Peace and love.

domenica 5 febbraio 2012

La vita è una rivalsa

Mentre parlo a tavola, la Fra mi fa notare che non mi esprimo in italiano. O meglio, ci prova, perché io non faccio caso alla differenza tra la forma corretta "Ci si mette" e quella tipicamente meridionale "Si ci mette". Quindi me lo ripete tre o quattro volte, di fronte a gli altri commensali. Alla fine capisco e, non essendo uno scrittore di testi di denuncia della collusione tra mafia e politica con titoli di ispirazione biblica, ammetto il mio errore.

- Vedi, questa stessa cosa successe a me a lezione, con il mio professore di linguistica, di fronte a tutta la classe: anche io continuavo a ripetere "Cosa?". Quello stronzo di un professore di merda!
- Ah, quindi ti stai rivalendo su di me.
- Be', in effetti sì.

Allora io immaginato quel professore, mentre si accaniva contro la sua studentessa, cercando soddisfazione da un insulto/errore/sconfitta più o meno recente. Chissà cosa gli era successo. Forse era un nerd sfigato che al liceo veniva preso per il culo dai suoi coetanei perché era un cesso e non aveva una ragazza. Coetanei che si accanivano con di lui per vendicarsi del fatto che a casa avevano padri che quando tornavano dal lavoro li picchiavano con un qualsiasi pretesto: perché a scuola erano degli asini (a differenza del futuro professore), perché avevano rovesciato la minestra sulla tovaglia sporca, perché respiravano. Padri che prendevano a sberle e pugni in testa i loro figli perché invece loro sul lavoro avevano impastato male la malta, avevano effettuato una saldatura in malo modo su un tubo dell'acqua, non avevano assicurato con delle funi il carico sul furgone e se l'erano perso per strada. Operai cazziati dal geometra perché il proprietario dell'azienda gli aveva fatto una lavata di capo in quanto aveva commesso un errore di progettazione e avrebbero dovuto aggiustarlo con una variante che avrebbe comportato una penale; errore dovuto al fatto che la notte dorme poco perché il bambino si sveglia ogni tre ore e la moglie lo tratta di merda dicendogli che deve pensare a tutto lei e sarebbe ora che lui si assumesse le sue responsabilità; lei con una madre che la accusa sempre di non saper badare alla casa e di aver scelto l'uomo sbagliato, che c'era quel bel ragazzo di Cosimo, pure dentista quindi ricco, che invece si è lasciata sfuggire e lo ha preso la figlia della vicina, quella troietta che pensa di avere una famiglia migliore delle sua...

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "The beautiful people" dall'album "Antichrist superstar" di Marilyn Manson. Voi fate come cazzo vi pare.

mercoledì 1 febbraio 2012

Adesso devo andare

Lei glielo disse quel giorno.

- Adesso devo andare.

Sì, lui ricordava bene. Aveva pronunciato precisamente quelle tre parole. Non "Amore, scusa, devo andare". Nemmeno "Mauro, devo proprio andare". Disse semplicemente "Adesso devo andare". Così, come se si rivolgesse allo specchio o al muro. Fu l'ultima volta che parlarono, quella in cui gli spiegò perché non potevano continuare a vedersi, anche se lui non lo aveva compreso. Lei doveva andare, per non tornare più.

Non ci voleva un genio a capire che non aveva nessun impegno. "Doveva andare" solo perché non voleva più stare con lui. Era finita, ma senza ammettere che lei non l'avrebbe cercato più, e se lo avesse fatto lui, lei non avrebbe risposto. Non lo avrebbe più chiamato la sera per sentire la sua voce, ridere con lui, confidargli i suoi errori del passato, il suo sogno di scrivere un romanzo giallo, le sue riflessioni filosofiche sui film di fantascienza che piacevano a entrambi. Non si sarebbero più messi d'accordo per incontrarsi quando suo marito non c'era. Lui non avrebbe più aspettato pazientemente e fedelmente un viaggio dell'altro per poterla stringere e baciare e sentire l'odore della sua pelle olivastra e dei suoi capelli appena lavati. Lei non avrebbe più dormito a casa di lui, in quelle serate che passavano insieme quando il capofamiglia era fuori per lavoro, o quando lei gli diceva che le amiche avevano organizzato un pigiama party e invece correva da lui, facevano l'amore e poi ordinavano pizza e birra a domicilio.

Lei non gli avrebbe più rubato le patatine dicendo che gli facevano male, non avrebbero più fatto a gara di rutti ridendo come matti perché "Ma cosa mi fai fare? Io non le faccio, 'ste cose!", non si sarebbero più abbracciati sul divano, avvolti in una coperta, a guardare vecchi film degli anni ottanta che conoscevano a memoria sin da quando andavano a scuola insieme e dei quali anticipavano le battute, facendo a gara a chi le citava per primo. Lei non si sarebbe più addormentata a mezz'ora dal finale come sempre, abbracciandolo e accoccolandosi sul suo petto, cercandone il calore, e lui non l'avrebbe presa in braccio e portata sul letto, per poi coprirla e dormire vestiti, con i due respiri che si incrociavano.

Lei non l'avrebbe cercato con una mano nella notte, strusciando il seno contro la schiena di lui. No, non sarebbe più scesa sotto le lenzuola a spogliarlo né lui l'avrebbe morsa su un fianco per sentirsi dire, ridendo: "Daì, non lasciarmi segni". Non ci sarebbero stati più mugolii nella notte, in un appartamento altrimenti solitario, con le inutili bottiglie di superalcolici che piacevano a lei. Nessun ansimare, nessun rumore delle molle del vecchio materasso, nessuno sdraiarsi di schiena quando il sesso era finito e poi lei a fianco, che dopo qualche istante gli avrebbe detto "Mauro, cosa mi fai fare? Io non faccio queste cose". Poi la mattina sarebbe dovuta andare via.

Adesso doveva andare e basta.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "You oughta know" dall'album "MTV unplugged" di Alanis Morissette. Voi fate come cazzo vi pare. Io devo andare.