mercoledì 21 dicembre 2011

Chiudi la finestra, che entrano i ricordi.

William aveva fissato la data del matrimonio, che sarebbe stato di lì a giorni. Per cui aveva invitato i suoi amici più stretti a una piccola festa di addio al celibato, molto tranquilla: una serata in pizzeria, qualche birra, una passeggiata sul lungomare, una canna sulla spiaggia.

A un certo punto aveva chiesto loro:

- Avete mica notizie di Valentina?
- Valentina? Valentina chi?
- Valentina, la mia ex.

I suoi amici erano rimasti un po' perplessi: a una settimana dalle nozze pensava ancora alla sua ex? Comunque nessuno sapeva dirgli niente.

Quando tre anni prima lei lo aveva lasciato, avevano litigato di brutto. Lui non aveva fatto altro che raccontare peste e corna di lei, insultandola nella pubblica piazza di fronte ai suoi amici, raccontando dei regali che lui le aveva fatto; adesso però lui aveva buttato tutto quello che riguardava entrambi, tutto ciò che li aveva legati: orologi, indumenti, CD.

Dopo qualche tempo Will aveva conosciuto Chantal, si erano messi insieme e infine avevano deciso di sposarsi. Sembrava c'avesse messo una pietra sopra.

Ma William non si rassegnava, era tormentato dal pensiero di Valentina. Quando poteva, passava fugacemente con l'auto davanti l'azienda dove lavorava lei, per vedere se usciva per un gelato o a comprare le sigarette. La cercava su FaceBook, ma non le chiedeva l'amicizia: si accontentava di guardare le foto che lei non aveva protetto con le impostazioni della privacy. L'aveva cercata su Google e aveva scoperto che si era sposata e che aveva messo le foto del matrimonio su un sito; Will guardava suo marito e pensava che non la meritava. Aveva anche trovato che scriveva recensioni di libri, quella stupida che pensava sempre di sapere tutto.

Lui la cercava senza avere idea di cosa avrebbe fatto se l'avesse incontrata: l'avrebbe salutata o insultata? Si sarebbe girato dall'altra parte? Le avrebbe sorriso e si sarebbe fermato a chiederle "Come va?"? L'avrebbe presa a schiaffi?

Disperatamente, William desiderava avere ancora qualche frammento di lei, fosse solo una JPG sfuocata. Si pentiva di tutto quello che aveva gettato o cancellato, compresi gli SMS, i numeri di telefono, le mail e gli indirizzi mail, ma l'aveva fatto temendo che non avrebbe resistito e l'avrebbe richiamata, cosa che non poteva assolutamente fare, lo sapeva, perché si sarebbe solo reso ridicolo: Valentina non voleva più vederlo, era finita e non c'era niente da fare, niente da spiegare. Non si poteva tornare indietro.


William parlava da solo. Ma in realtà discuteva con lei: le rinfacciava tutti i bei momenti che avevano passato insieme. Quella strega, pensava Will, non si faceva neanche sentire. Nemmeno per chiedere "Come stai?". Come poteva essere così crudele? Davvero lui non avevo contato nulla per lei? E tutte le notti passate insieme, tra le lenzuola disfatte? O in auto, o al mare, a condividersi il freddo e una sigaretta? Tutti i rantoli, gli orgasmi, le unghie dietro la schiena, i "Ti amo" mentre erano uno sopra l'altra? Tutti i risvegli con il mal di testa in due per essersi ubriacati la sera prima, tra una risata e l'altra, e essersi sentiti complici, appartenenti a un mondo che conoscevano solo loro, e aver fatto l'amore e aver mandato a fanculo tutto il resto perché loro si bastavano da soli e non gli importava del lavoro, delle bollette, del futuro, dei genitori che rompono sempre anche se hai trent'anni? Maledizione, come cazzo faceva lei a non chiamarlo e dirgli: "Siamo stati bene insieme, mi manchi?"

Perché lei lo pensava ancora ogni tanto, ne era certo, con tenerezza o odio non gli importava, ma dentro doveva essere così cattiva da non chiamarlo sapendo che lui soffriva per questo. Ma forse non lo pensava più e basta e sarebbe stata la cosa peggiore: lui si tormentava mentre lei viveva tranquilla la sua vita lasciandosi il passato alle spalle come se non fosse successo nulla di importante. Chiudi la finestra, che entrano i ricordi. Semplice, vero Vale?


E Will conduceva la sua, di esistenza: una moglie, un figlio in arrivo, una casa con il mutuo da pagare, un lavoro che lo teneva a una scrivania tutto il giorno, la domenica dai suoceri, con la paste prese al bar. Ogni tanto faceva l'amore con Chantal ma pensava a Valentina, e si nascondeva nell'incavo del collo di lei per non far vedere che piangeva, e la penetrava con più forza e le faceva male, perché voleva far del male a Valentina ma non poteva, e sua moglie gli diceva poi "Oggi eri così passionale!" e lui l'abbracciava per non guardarla negli occhi.

E ogni tanto, se si fermava a pensare un istante di troppo, sentiva che il meglio della sua vita era già passato e non sarebbe tornato più.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "You can't save me" dall'album "Into the black" di Richie Kotzen. Voi fate come cazzo vi pare, io ero andato un attimo di là.

giovedì 15 dicembre 2011

Sicuro al 100%

Alla fine della nostra telefonata quotidiana, mia madre mi saluta con un "E mi raccomando, stiamo attenti. Guardati sempre le spalle!"

Una volta le ho risposto che non sono mica un agente segreto.

Ma potrebbe succedermi quello che è capitato a un mio collega: mentre sono fermo a un semaforo, mi apre lo sportello un pazzo esagitato e mi prende a sberle, di sorpresa, accusandomi di avergli bloccato la strada mentre lui voleva sorpassare a destra. Poi scappa in auto e in una direzione per cui non posso neanche prendergli il numero di targa.

Allora chiudo le sicure e tengo i finestrini alzati. Poi magari ad un incrocio mi viene addosso uno che ha perso il controllo dell'auto o che non rispetta la precedenza/stop, procurandomi un danno alla cervicale, un timpano perforato e chissà cos'altro (è successo a una mia collega, 'mazza che sfigati).

Allora potrei prendere un autobus, ma dovrei evitare di indossare la kefiah a mo di sciarpa, perché se passasse di lì qualcuno chiedendomi se per caso sono antifascista, io risponderei di sì e loro mi coricherebbero di legnate, mandandomi all'ospedale.

Allora eviterei di indossare alcun simbolo di qualsiasi valenza politica: camicia nera/rossa, cravatta verde, ecc. Ma a quel punto potrebbe semplicemente passare un pazzo qualsiasi che spara all'impazzata (appunto) su chiunque gli capiti a tiro. E non importa che io sia di carnagione chiara: i folli trovano sempre una scusa per combinare cazzate, sia in Italia che in Norvegia, sia con i senegalesi che con la razza bianca caucasica. Magari la fidanzata gli aveva detto che l'avevo messa incinta e poi le avevo rapito l'utero.

Allora andrei a piedi, 'ché rimanere fermi ad aspettare gli autobus è pericoloso, mi dico. A quel punto però uno mi chiederebbe una sigaretta e poi mi darebbe un pugno che mi ammazzerebbe.

Niente, non se ne esce. Non c'è prevenzione contro la stupidità.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "The sound of madness" dall'omonimo album degli Shinedown. Voi fate come cazzo vi pare.

mercoledì 14 dicembre 2011

I personaggi di Paolo Bartolozzi

Paolo Bartolozzi voleva solo scrivere una storia.

In questo racconto, sfortunatamente, per far succedere le cose ha dovuto metterci dei personaggi. Quindi ha provato a descriverli, per giustificare la storia. I personaggi, insomma, erano un pretesto.

E' andata a finire che la storia è diventata un pretesto per descrivere i personaggi.

Bartolozzi ha cominciato così: aveva solo una vaga idea riguardo queste figure, perché esistevano solo in funzione delle azioni e dei pensieri che li contraddistinguevano nella narrazione. Ma appena si fermava a interrogarsi sul perché cavolo lui o lei dicevano così e non cosà, facevano così e non costì, ecco che doveva andare a ritroso nella (presunta) esistenza del tizio o della tizia. Insomma partiva dal "presente", già stabilito, per costruire il passato dei protagonisti, inventandolo. Una sorta di viaggio a ritroso nell'io, se solo Paolo sapesse cosa vuol dire.

E come riusciva a costruire questo fantomatico passato? Semplicemente rubando. Copiava le frasi dette dagli amici, dai colleghi, dalla cassiera della Coop o da un passante che parlava da solo. Rubava anche dai suoi ricordi da bambino, dalle sue emozioni, dai desideri, sofferenze, dai suoi stessi insuccessi.

In questo modo era riuscito, o almeno così credeva, a produrre a una sorta di substrato da cui far partire le azioni dei personaggi.

A quel punto successe una cosa strana. I vari Ciccio, Luisella, Riccardo, Magda erano diventati autonomi. Paolo scriveva senza sapere esattamente dove sarebbe andato a parare, ma la strada gli veniva indicata dai personaggi stessi:

  • "Paolo, io non direi mai una cagata così!"
  • "Bartolozzi, lo sai che voglio assolutamente fare questo!"
  • "Bart, devi farmi dire quelle parole. Quelle parole che anche lei ti aveva detto tanto tempo fa. Vedrai che calzeranno a pennello."
  • "Paolo, salta e dimmi quali muscoli stai muovendo. Lo farò anche io."
  • "Fammi stare di fronte a lei. Vedrai, le parole mi verranno dal cuore."
E allora a Bartolozzi, che non era una cima, né come scrittore né come persona, capitava di commuoversi. Non per quello che era riuscito a scrivere, ma per le tragedie, l'eroismo, la disperazione, gli errori, l'amore dei suoi personaggi.

Dopodiché staccò e andò a scrivere le solite cazzate sul suo blog.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "My hero" dei Foo Fighters. Voi fate come cazzo vi pare.

giovedì 8 dicembre 2011

Ma chi te lo fa fare?

Torni alle tre di notte. Ti metti a letto.

C'è silenzio, interrotto solo da qualche rara automobile di passaggio sulla Laurentina, che ti fa chiedere cosa ci faccia un altro disgraziato come te in giro a quell'ora, di venerdì. E ti accorgi che hai almeno un orecchio danneggiato. Fischia, ma di un fischio distorto. OK, hai perso alcune frequenze, non le sentirai più.

E allora pensi alle prove con il gruppo, a volte dalla parte opposta della città, dalle dieci a mezzanotte per venire incontro a chi stacca tardi dal lavoro. Pensi alla stanchezza in ufficio il giorno dopo, alla testa che casca mentre sei in riunione e fai delle figure di merda.

Pensi a quanto hai speso affittando le varie sale prove. E in benzina. E in strumentazione: a quanta ne hai cambiata o hai dovuto ricomprare perché s'era rotta irreparabilmente (o per l'idiozia di sedicenti tecnici e liutai). A quante ore hai passato per trovare il modo più comodo di scandire gli arpeggi di settima.

Poi pensi che qualcuno, il più volenteroso, quello che ci crede di più, procura le serate. Ma a volte suoni davanti a una cinquantina di persone, a volte in uno stanzone vuoto dentro un centro sociale. E maledici quei coglioni di centrosocialisti, che preferiscono la musica di merda (basta che si dia sinistra tipo raeggae, o anarchica tipo punk), suonata pure male, alla tua musica - dopo tutto per loro si tratta di una merda diversa, in fondo cercano solo la colonna sonora più adatta per farsi le canne.

Le cameriere si fanno i cazzi loro e già dal sound check capiscono che sarai pure bravo, per carità, ma loro preferivano una cover band dei Muse. Ma forse neanche quello: aspettano solo dei tipi fighi, pardon, interessanti da conoscere; e tu sei così ordinario, noioso, borghese. Al gestore del pub non gli frega cosa suoni: l'importante è che venga gente e consumi, almeno per recuperare le spese della cena che vi ha offerto. Se fai pezzi troppo lunghi, però, viene sotto il palco e ti fa segno di chiudere.

Per il resto non si vede un soldo, è chiaro: non porti mica il tuo fan club al completo. Spargi la notizia tra gli amici - ma se il concertino non è sotto casa loro, ti diranno che gli viene scomodo. E li capisci: tu hai impiegato un'ora e mezza per fare solo trenta chilometri sotto la pioggia, con il traffico dell'ora di punta rallentato da incidenti occasionali.

E allora qualcuno ti pone la fatidica domanda:

"Ma chi te lo fa fare?"

Già, chi te lo fa fare? Provi a darti una risposta da solo.

Tolta la tensione per l'ansia da prestazione, qualche errore occasionale, i ronzii e i fischi sul palco, puoi dire che lo fai perché ti diverti a suonare con gli altri, per la complicità tra di voi (che vi prendete goliardicamente per il culo sul palco); oppure per il puro e semplice atto di improvvisare un assolo in base all'umore del momento - alcuni la chiamano arte.

Puoi dire che lo fai per i complimenti che ricevi da uno tra i pochi spettatori, mentre fai il cambio palco il più rapidamente possibile per far spazio al gruppo seguente.

Oppure rispondi che la serata ti rimane come un ricordo. Avete registrato un paio di video casarecci (anche se un tizio si è messo proprio davanti a te e ti ha coperto tutto il tempo) che mettete su YouTube. E potrete guardarli e riguardarli pensando: "Ah però, non siamo neanche male!".

Provi a dare una risposta. Ma fondamentalmente non lo sai.

Però ti rendi conto di una cosa. Ci sarà un giorno, più o meno lontano, in cui non farai nulla di tutto questo, per una ragione o l'altra. Saranno gli impegni lavorativi, i figli, la stanchezza, il Parkinson. E allora potrai solo dire: be', non so chi me lo facesse fare, ma quando potevo l'ho fatto e sticazzi.

Perché in fondo "essere giovani" significa proprio questo: vivere nel presente quello che non potrai fare in altri momenti della tua vita. Finché ci riuscirai, sarai ancora un ragazzino, almeno nell'animo.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "The road" di Jackson Browne. Voi fate quel cazzo che vi pare.