mercoledì 31 agosto 2011

Un cachet per amico AKA Le storie infinite

Io non guardo praticamente mai la TV da ormai qualche anno, come ho già detto.

Ma a casa di mia madre non ho accesso a Internet, per cui sono costretto a rivolgermi a telegiornali e televideo per l’informazione.

Allora mi son detto “Vediamo cosa mi perdo” e ho cominciato a fare un po’ di zapping. Ho quindi trovato una puntata di “Una mamma per amica” - probabilmente della diciannovesima serie, quella per la quale Alexis Bledel si è fatta iniettare del botox e Milo Ventimiglia si è operato di prostata.

E insomma, scene già viste: l’amica va dal proprietario dell’unico pub del paese, perennemente in camicia a quadretti (farebbe pendant con eventuali tovaglie ai tavoli) e berretto indossato al contrario (probabilmente anche sotto la doccia).

- Luke, basta, sposiamoci! Ci giriamo intorno da sempre, lo sanno tutti, è dalla prima puntata che gli spettatori pensano che staremmo bene insieme!
- Lorelai, io vorrei, davvero! Ma secondo gli sceneggiatori non si può!
- Cosa? E perché?
- Dicono che altrimenti non saprebbero come trascinare questa serie all’infinito. Perché se noi stessimo insieme veramente non ci sarebbe più nessuna tensione emotiva o cazzate del genere, insomma l’audience non avrebbe più motivo per seguirci.
- E dove l’hanno letta questa stronzata?
- Gliel’ho detto pure io! E loro sai cosa mi hanno risposto? Mi hanno fatto l’esempio di Ross e Rachel di Friends, di J.D. e Elliot in Scrubs, di Leonard e Penny in The Big Bang Theory, di Superman e la brunetta in Smallville. Mi hanno persino fatto notare che in Dr. House hanno usato questo stratagemma con tre donne diverse: prima Cameron, poi l’ex di House, quindi la Cuddy…
- Insomma siamo fottuti!
- Esatto! Quindi alla tua domanda di sposarci devo risponderti in maniera vaga, così rimandiamo il tutto e manteniamo la tensione emotiva.

Io ho sempre pensato che ogni serie (sia di telefilm che di lungometraggi) dovrebbe avere al massimo due edizioni. Dopo un po’ le trame cominciano a diventare ridicole, vedi Zack Braff che vuole Sarah Cholke, poi no, poi sì, poi no… oppure Dr. House che racconta di essere stato violentato dalla nonna, anzi dal padre. Insomma, alla fine gli sceneggiatori non sanno più cosa inventarsi. In alcuni casi sarebbe meglio concludere alla prima serie, vedi “Dexter” (che da serial killer “buono” diventa sfigato adepto di una roba tipo alcolisti anonimi – “Ciao a tutti, mi chiamo Dexter e non uccido da tre settimane, urrà!” – indeciso tra la buona madre di famiglia e la zoccola psicopatica) o “Boris” (in cui la sceneggiatura della seconda edizione sembra scritta dagli autori de “Gli occhi del cuore”).

O peggio ancora, possono trovarsi delle incongruenze temporali. Tipo Xavier cinquantenne che cammina con le sue gambe in “X-men III” (nel flashback in cui lui e Magneto parlano con una giovane Fenice alias Jean Grey), mentre nel più recente episodio "X-men: L'inizio" il professore diventa paraplegico da pischello.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando “End over end” dall’album “In Your honour” dei Foo Fighters. Voi fate come cazzo vi pare.

No, viaggiare AKA Fuori sede

L'altro giorno io e Lei abbiamo deciso di fare una passeggiata. Per raggiungere il centro abbiamo preso la metro.

Quando prendo i mezzi da solo, porto con me qualcosa da leggere, col risultato di estraniarmi dal contesto - il che, pigiato tra sconosciuti sudati e maleodoranti, non è necessariamente un male.

Essendo però in Sua compagnia, non leggevo (pur avendo nel borsello una già citata biografia di Miles Davis, per i quarti d'ora che Lei avrebbe passato nei negozi di abbigliamento, trucchi ecc.).

Di conseguenza ogni tanto mi guardavo attorno, anche in virtù del nostro "gioco per adulti" n° 3.

A un certo punto il mio sguardo è caduto su un ragazzo dall'aspetto vagamente familiare. Ascoltava musica dal suo lettore mp3, aveva un grosso trolley e sopra di esso una borsa col portatile.

Come dicevo, mi ricordava qualcuno: me stesso.

In effetti mi ha fatto ripensare istantaneamente a tutti gli anni trascorsi da fuori sede. Cominciai con l'università e proseguii entrando nel mondo del lavoro. (In realtà anche in precedenza, quando frequentavo il primo liceo, ma almeno andavo e tornavo in giornata.)

Viaggiare per dovere e non per piacere può suscitare vari sentimenti. Le prime volte provavo il senso di novità, dovuto all'esperire una vita diversa dalla solita, uscire dalla mia comoda routine. Ma col passare del tempo la stanchezza prendeva il sopravvento. Mi rendevo conto di aver lasciato una routine per un'altra, per niente comoda, ad esempio la domenica pomeriggio:

  • trasportare la valigia pesantissima (che mia madre riempiva del necessario per affrontare l'operazione Desert Storm)
  • viaggiare in pullman sperando di trovare posto a sedere
  • una volta arrivato, comprare i biglietti per l'autobus urbano (sperando che non passasse nel frattempo)
  • correre per prendere il bus che, naturalmente, passava proprio in quel momento - il tutto, vestito per la montagna, da cui venivo, mentre in città c'erano venti gradi (noi fuori sede ci si riconosceva facilmente)
  • arrivare la sera, sudati, in una umida casa semi-vuota con mobili che cadevano a pezzi e spifferi dappertutto, condivisa con varie categorie di inquilini
  • disfare la valigia (pratica col tempo ridotta al minimo indispensabile)
  • riempire il frigorifero delle cibarie per la settimana
  • mangiare qualcosa, cercando la forza e la voglia per farlo
  • guardare qualche cazzata in TV, tipo X-files, e andare a dormire, pronto per una settimana di lezioni e studio domestico
Tutto questo mentre magari molti miei coetanei rimanevano tranquilli al paese, scegliendo di non proseguire gli studi (per motivi economici o cerebrali) e trovando un lavoro sotto casa, rimanendo a vivere con i loro genitori, senza aver mai pagato l'affitto o provato l'ebbrezza di pulire il bagno, serviti e riveriti, con la pappa pronta in tavola e neanche un litigio per i turni di pulizia o di accensione delle stufe elettriche.

Invece io e tutti gli studenti fuori sede del mondo credevamo nell'utilità di fare sacrifici per un futuro più sicuro. O meglio, ci credevano i nostri genitori, che magari avevano sognato di possedere un pezzo di carta e ora ci accollavano la loro ambizione. In facoltà noi sentivamo tante chiacchiere astratte da professori che nella vita raramente erano andati oltre lo scrivere col gesso sulla lavagna, e nutrivamo qualche dubbio sull'utilità per il nostro brillante futuro professionale delle ore passate sui libri e poi a cucinare e lavare i piatti e pulire il cesso e provare a studiare mentre fuori c'è il sole e tu hai vent'anni, e dover chiedere ai tuoi i soldi per l'affitto e le bollette e la retta universitaria e i libri e le fotocopie e magari per una pizza con gli amici ogni tanto.

Intendiamoci:
  1. Non è che spalassimo carbone nelle profondità di Latveria, per carità
  2. Ci sono stati anche molti lati positivi: l'arricchimento dovuto al conoscere realtà diverse dalla solita, nuove amicizie/conoscenze (e chiaramente anche delusioni amorose)
Ma certo non eravamo lì per giocare. Non potevamo restare iscritti all'università in eterno: c'era una meta e andava raggiunta.

Quando terminai gli studi, fui tra quelli che dovette continuare a viaggiare.

Ora, non era tanto che mi seccasse continuare a prendere il bus con la mia enorme valigia, vivere da solo, in un'altra città, dove non conoscevo quasi nessuno, muovermi senza auto, fare la spesa, pulire il cesso. Questi sacrifici si potevano fare.

Ma per sacrificio si intende "in generale uno sforzo, la rinuncia a qualcosa in vista di un fine." (cit. wikipedia)

Ora, a cosa erano serviti gli anni di impegno e rinunce? A ottenerne altri? Ma io come minimo, una volta laureato, dovevo diventare, che so, sindaco di Catania (cit. M.C.). Invece restavo uno che si affannava per non perdere i mezzi pubblici. Come Fantozzi che prendeva il bus al volo.

E soprattutto non vedevo come e quando questi sacrifici sarebbero finalmente terminati e avrei ottenuto questo benedetto Sacro Graal, questo El Dorado, questa Terra Promessa. Quel "Poi vedrai!" cavallo di battaglia dei miei genitori quando mi lamentavo per la pesantezza degli studi in ingegneria imposti da mio padre.

Ecco a cosa mi ha fatto ripensare quel ragazzo nella metro. E il suo sguardo stanco, scocciato, appesantito mi ha spinto a credere che i suoi pensieri, più o meno coscienti, non dovevano essere troppo distanti dai miei. Che ancora oggi, apolide, viaggio nei fine settimana per stare con Lei.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Home" dall'album "Echoes, silence, patience and grace" dei Foo Fighters. Voi fate come cazzo vi pare.

martedì 30 agosto 2011

Dal passato AKA L'ABC delle relazioni

Diario di Sonia
Qualche giorno fa mi squilla il cellulare. Io non aspettavo nessuna telefonata e mi chiedevo chi fosse. Ho guardato il display ed era un numero che non conoscevo. Un po' titubante, ho risposto.

Era Christian! Non lo sentivo da... Quanto tempo? Sette anni, credo! Da quando ci siamo lasciati. E ora si faceva vivo! Che strano. Tutto era strano.

Voglio dire, era strano risentire la sua voce; certo, era diventata più profonda, ma dietro gli anni passati a fumare riuscivo ancora a riconoscere quella del mio ex. Quella che era stata una voce importante per me per tanto tempo, forte quasi quanto quella di mio padre. Mi dava sicurezza. Voleva dire che era vicino a me. Che c'era, insomma.

Era strano anche il fatto che mi chiamasse dopo tanto tempo. Era praticamente scomparso. Quando ci si lascia si può pensare di rimanere amici, ma non è stato il nostro caso. Non so, tante cose... Insomma, forse è stato meglio non incontrarsi più.

E invece mi richiama e comincia a chiedermi come sto, dove mi trovo, cosa faccio. Gli parlo un po' di me, ed è strano che debba raccontarglielo. Voglio dire, una volta lui sapeva tutto di me - non era necessario che gli facessi un riassunto. E invece eccomi, a raccontargli cosa è successo in questi sette anni.

"E tu? Che mi racconti?". Lui mi ha risposto che si era lasciato da poco con la sua ragazza. E adesso attraversava un periodo in cui guardava indietro e ripensava a tante cose. Mi ha detto che ha ripensato a noi due.

La ragione per cui noi ci siamo lasciati? Non lo so, era cambiato tutto. Lui era cambiato, io ero cambiata. Volevamo cose diverse. Era solo questione di tempo, ognuno doveva andare per la sua strada e amen. E così è stato.

Christian, mi hai chiamato dopo sette anni. Sette anni! E mi hai detto che hai pensato a me. Che hai pensato a noi. Io ho una relazione stabile da parecchio ormai e... Ti avevo dimenticato. O almeno avevo fatto di tutto per riuscirci. Non lo so, tu sei tornato dal passato, improvvisamente...

Mi hai chiesto di incontrarci. Io ti ho detto che secondo me non era una buona idea. Tu hai insistito, mi hai detto che avevi bisogno di una persona di fiducia con cui parlare, aprirti, perché ti sentivi allo sbando e avevi bisogno di un punto fermo. Qualcuno su cui contare, che sapevi che ci sarebbe stato per te. E hai pensato a me.

Alla fine ho ceduto, non me la sono sentita di dirti di no, era chiaro che avevi bisogno di una persona amica. Ci siamo dati appuntamento al Bar Italia. Avremmo bevuto qualcosa, parlato dei vecchi tempi, cose così, di quando eravamo fanciulli e sembrava tutto più facile.

Mi sono preparata mentalmente. Ho ripassato la parte che avrei dovuto recitare. Perché lo so, rivedendoti sicuramente non sarei riuscita a rimanere impassibile. Avrei dovuto fare di tutto per dissimulare. Per evitare che potessi leggermi negli occhi i ricordi della nostra storia, il sogno che rappresentava il futuro insieme che poteva essere e non è stato.

E invece tu non ti sei fatto vivo. Ti ho aspettata un'ora come una stupida! Ho anche provato a richiamarti ma avevi il cellulare spento. Sei scomparso di nuovo.

Cosa significa? All'ultimo momento ti è mancato il coraggio? Anche tu hai ripensato a quei sentimenti che provavamo l'uno per l'altra? Forse non lo saprò mai.

Christian, dove sei?

Diario di Christian
L'altro giorno c'avevo voglia di trombare una con le tette grosse, così m'è tornata in mente Sonia, la mia ex di quando ero pischello. M'ero salvato il suo numero così l'ho richiamata.

Porca mignotta, quanto se l'è tirata 'sta fighetta! Uguale uguale a quando aveva sedicianni! Per ottenere un cazzo di appuntamento al bar ho dovuto sudare e dare fondo a tutto il repertorio: che attraverso un periodo difficile, che ho solo bisogno di parlare con qualcuno, bla bla. Insomma le classiche cazzate che a loro piace sentirsi dire.

Se non fosse che Nadia, Olga, Rossella e Serena m'hanno dato buca... Porca puttana, sono quasi arrivato in fondo alla rubrica! Poi, miracolo! M'ha richiamato Rossella: quei rompicoglioni dei suoi andavano a teatro l'indomani, avevamo la casa tutta per noi!

Almeno domani si scopa! E' un mese che non batto chiodo. Se domani andavo all'appuntamento con quella, potevo fare la muffa, sicuro.

Già, ora che m'invento per disdire?

Ma niente, spengo il telefono e sticazzi. M'immagino lei, a farsi un sacco di pippe mentali del perché e del per come...

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Don't explain" dall'album "The complete Riverside recordings" di Wes Montgomery. Voi fate come cazzo vi pare.

lunedì 29 agosto 2011

Sfida agli dei

Sin dall'antichità, la conoscenza è sempre stata contesa tra l'autorità - che voleva tenerla per sé e godere del potere che le dava - e il popolo - che voleva migliorare la propria vita, renderla più facile e comoda, avere meno paura dell'ignoto, rendersi indipendente dall'autorità.

E siccome la religione è sempre stato un modo, tra le altre cose, di sfruttare la paura della persone (per esempio della morte, come dice anche Miles Davis, cfr. la biografia "Lo sciamano elettrico" di Gianfranco Salvatore, pag. 167), sono sempre state inventate delle storielle per gli sprovveduti. Una di queste è la favola di Adamo ed Eva.

- Il giardino è in comodato d'uso, Ada'. Ma mi raccomando: non toccare le mele.
- Ah, sono indigeste?
- Non toccarle e basta!
- Ho capito, ma perché? Sono innesti nuovi? OGM? Devi partecipare a una competizione, Signo'?
- Ada', non mi fare venire l'ira di Dio!
- Sempre esagerato! E vabbuò, chi te le tocca 'ste mele, che a me la frutta manco piace, mi va per traverso...

Naturalmente Adamo ed Eva disobbedirono e vennero sfrattati dal paradiso terrestre. Ecco il monito per la plebe: alcune nozioni devono rimanervi oscure e non dovete essere voi ad amministrarle, altrimenti grande sventura ve ne incoglierà.

Non è solo l'Antico Testamento a lanciare questo messaggio. Nella mitologia greca troviamo il mito di Prometeo:

- Bella Zeus! Che, c'hai da accendere?
- Prome', mo che fai, fumi?
- Sai, da quando sto con una tipa che si fa le canne...
- Non è che ti presto l'accendino e lo porti agli amichetti tuoi, eh??? Guarda che semmencazzo...
- (andandosene) Mamma mia questo! Mi fa proprio rodere il fegato.

Tuttavia Prometeo rubò il fuoco per restituirlo all'umanità, e ricevette un terribile castigo. Capite? Chi vuole sottrarre l'uomo all'oscurità viene punito, punto.

Ora, se dovessimo dare retta, che so, al mito di Icaro, non saremmo mai stati nello spazio (e nemmeno sapremmo cosa vuol dire inferocirsi con la Windjet per i ritardi disumani e immotivati). L'universo è talmente vasto da non potersi definire totalmente conosciuto. Fatti non fummo a viver come bruti ecc.

Detto questo.

Il sottoscritto, all'età di cinque anni, ricevendo dalla madre l'ordine perentorio e immotivato: "Non toccare la pianta della prozia!", curioso più che mai, cosa fa? Naturalmente tocca la pianta, così carina, dall'aspetto soffice e setoloso. Questa:

Cleistocactus (che già il nome) - Fonte: qui.

Naturalmente non sono stato cacciato dal paradiso per aver toccato la pianta, ma andrò sicuramente all'inferno per le mie imprecazioni a seguito della scoperta che le setole in realtà erano spine.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Flight of Icarus" dall'album "Piece of mind" degli Iron Maiden. Voi fate come cazzo vi pare.

venerdì 26 agosto 2011

E poi AKA Gli interruttori dei desideri

E poi a volte ti prende una strana sensazione. Dettata da un'intuizione, forse, o da un pensiero fugace. Di cui faresti volentieri a meno.

Pensi che il tempo passa. E che certi momenti non tornano indietro. Certi istanti preziosi, che ti facevano sperare che i tuoi sogni potessero realizzarsi. Sogni sbagliati, spesso. Troppo ambiziosi.

Certo però, come fai a sceglierli? Io, se potessi decidere cosa desiderare, fregandomene del mio es, starei tranquillo. Un bell'interruttore dei desideri - anzi una serie di interruttori, per intervenire chirurgicamente.

- OK, per oggi decido di volere questo e quest'altro, quindi accendiamo qui e qui. Del resto non m'importa, abbassiamo tutte le altre levette. E domani si vedrà.

Invece no. E allora magari i tuoi sogni ti passano accanto, li vedi uscire dalla porta, mentre tu vorresti afferrarli, farli voltare, guardarli negli occhi, dirgli "Hey, io sono qui!". Perché lo sai: il tempo scorre, e prima o poi tutto questo non ci sarà più. Non farai più certe cose, non andrai più in certi posti, non vedrai più alcune persone.

Dicevo: sogni troppo ambiziosi. Ma d'altronde, che gusto ci sarebbe a desiderare quello che è già tuo, quello che puoi avere quando vuoi?

Ma forse ciò che vorresti non lo meriti. Chi sei per pretenderlo? Sì, certo, vorresti urlare al mondo intero: "Non avete capito niente: dentro di me sono molto meglio di quello che credete!", ma forse è solo un'illusione. C'è quello che pensiamo di essere, quello che sembriamo, e quello che siamo veramente; probabilmente il secondo coincide con il terzo, chi lo sa.

Quindi puoi pensare che si tratti di occasioni mancate. Ma io credo che, alla fine, ognuno avrà avuto ciò che si meritava. Amen.

E poi, non so nemmeno io cosa volevo dire.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Dreamsville" dall'album "Guitar on the go" del Wes Montgomery Trio, qui. Voi fate come cazzo vi pare.

Come Dr House ma senza la genialità

"Orapassa orapassa orapassa. Orapassa orapassa orapassa..."

Sono le quattro di notte. Mi ritrovo a camminare, o almeno ci provo, da un capo all'altro della mia stanza. E ripeto come un mantra la frase di cui sopra, cercando di convincermi che fra poco il male alla gamba passerà davvero.

"Orapassa orapassa orapassa. Orapassa orapassa orapassa..."

Stavo dormendo e a un tratto mi sono svegliato per il dolore all'altezza dell'anca. Credo di non averlo mai sentito così forte. Da supino ho provato a girarmi prima su un fianco poi sull'altro ma senza risultato. Forse a stare sdraiato ho una compressione del nervo, che cazzo ne so.

"Orapassa orapassa orapassa. Ahi. Orapassa orapassa orapassa. Ahi..."

E dire che quando sono andato a correre nel pomeriggio avevo fastidio ma non così forte. Anzi, durante l'attività sportiva l'organismo produce degli antidolorifici e antiinfiammatori naturali. Sono sempre stato un sostenitore dello sport come panacea, vero o falso che sia. In effetti, quando facevo l'informatico a Catania, con quelle sedie di merda che c'erano in ufficio, trovavo nella corsa ristoro contro i dolori alla schiena.

"Orapassa orapassa orapassa. Ahi. Orapassa orapassa orapassa. Ahi."

Per oggi non posso prendere altri antiinfiammatori, dopo un Brexin alla mattina e uno il pomeriggio e una Neocibalgina a cena dal Nonno: se fossi costretto a vendere stomaco e fegato al mercato nero in questo momento, non credo raggiungerei il top della valutazione.

"Perchenonpassa perchenonpassa perchenonpassa. Perchenonpassa perchenonpassa perchenonpassa..."

Zoppico, e con me il mio mantra, che adesso ha cambiato formula. Mi fa male se cammino, ma è peggio se mi fermo e malissimo se provo a sedermi.

"Perchenonpassa perchenonpassa perchenonpassa. Ahi. Perchenonpassa perchenonpassa perchenonpassa. Cazzo..."

Devo fare qualcosa. Ma cosa? Vado al pronto soccorso? Seeee, arriverò là, si chiederanno perché un coglione come me debba farsi venire il dolore alla gamba proprio alle quattro di notte mentre loro dormono tranquilli, mi faranno aspettare un'eternità, alla fine forse mi daranno un calmante. Grande cura.

"Cazzocazzocazzo. Cazzocazzocazzo. Cazzocazzocazzo..."

D'altronde la mia fiducia nei medici è nota. Tirano a indovinare, oppure seguono il rimedio che va di moda in quel momento. Ma in realtà non hanno la minima idea di come guarirti. Al massimo, non ti fanno sentire il dolore per un po'.

"Cazzocazzocazzo. Cazzocazzocazzo. Cazzocazzocazzo..."

No, va be' dai, m'è andata di lusso quando mi sono rotto l'altra gamba. Però non possono certo mettermi dei chiodi endomidollari per raddrizzarmi la schiena e farmi passare la sciatalgia. Cristo, voglio un trapianto di colonna vertebrale. Datemelo, adesso. Toglietemi sistema nervoso centrale e midollo spinale e piantatemeli dentro un esoscheletro di titanio come in Robocop.

"Porcodiqua porcodilà. Porcodiqua porcodilà. Porcodiqua porcodilà..."

Comincio a sparare cazzate, come quando passo troppo tempo a programmare - quando ho un'idea che per realizzarla ci vuole tanto tempo e io la devo tenere a mente come un castello di carte e mi occupa interamente la testa e mi stresso e perdo i freni inibitori e allora parlo da solo e mi escono più cazzate del solito e canto roba che persino Radio Margherita si vergognerebbe oppure cito Frankestein Junior: "Il destino è quel che è, non c'è scampo più per me!" come la categoria di inquilini cazzoni.

Solo che adesso la testa è occupata da un solo pensiero: il dolore.

"Cosafaccio cosafaccio cosafaccio. Cosafaccio cosafaccio cosafaccio..."

Devo prendere qualcosa. Qualsiasi cosa, che mi faccia passare il dolore e mi faccia dormire, poi domani procuro un seghetto e mi amputo la gamba meglio che in Saw, se necessario taglio da L1 in giù così vaffanculo alla lombo-sciatalgia.

Guardo nel cassetto dei medicinali. Trovo un Momendol! Controllo la data di validità, ma credo che anche se fosse scaduto da tre anni lo prenderei comunque.

"Daipassa daipassa daipassa. Daipassa daipassa daipassa..."

Stringo i denti per quei lunghissimi secondi necessari a rimettermi a letto. Non va, qualsiasi posizione mi fa male.

"Daipassa daipassa daipassa. Daipassa daipassa daipassa..."

Eppure sento che ci deve essere una soluzione a pagina quarantasei, un'angolazione della gamba che faccia diminuire il dolore.

"Daipassa daipassa daipassa. Daipassa daipassa daipassa..."

Finisce che piego il ginocchio a novanta gradi e lo appoggio al muro. Mi addormento (o svengo, che scriverlo fa più pathos).

L'indomani mi sveglierò e andrà già meglio. Mi darà la speranza di migliorare ancora e di tornare a fare gli squat o di correre al parco sotto casa, a schivare i cani. O più semplicemente, di dormire.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Drop dead legs" dall'album "1984" dei Van Halen. Voi fate come cazzo vi pare.

giovedì 25 agosto 2011

Perché scrivere?

Perché scrivere? Vediamo un po'.

Magari lo faccio semplicemente perché, come questa sera, fa troppo caldo ed è troppo presto per andare a dormire: mi sveglierei dopo un paio d'ore e poi non riuscirei a riprendere sonno. Quindi tanto vale.

Oppure. Non so voi, ma a me capitano spesso momenti in cui sento che c'è qualcosa che non va e non capisco bene cosa. E allora scrivo. In parte per sfogarmi. In parte per cercare di capire cos'è quel qualcosa, ragionarci sopra, analizzarlo, chiedermi se c'è una soluzione ecc. Insomma, un po' come andare da una psicologa - solo che invece di attraversare la città per sdraiarmi su un divano e raccontare a una sconosciuta il rapporto coi miei genitori, be', lo faccio tranquillamente da casa, sul mio portatile, alla luce di una abat-jour, ascoltando un po' di musica e il silenzio della città, disturbato solo da qualche rara auto di passaggio.

In questo mi sento vicino alle parole di Noam Chomsky:

"La gente ha solo una vaga idea di quello che pensa realmente. Solo comunicando, attraverso il linguaggio, riesce a capire cos'ha davvero in testa."

Un altro motivo per scrivere potrebbe essere la sensazione di sentirsi meno solo. Raccontare (e raccontarmi) riempie le mie ore in questa stanza singola in affitto, a volte qualche minuto in ufficio. Anche leggere mi aiuta, e mi trasporta in un mondo lontano, dove vivo le storie, i pensieri e i sentimenti dei protagonisti dei libri. Ma scrivere mi fa sentire più concreto quello che vivo, penso, ricordo e provo.

Qualche anno fa ho fatto un corso di tecnica di scrittura che, nella mia ingenuità, ho trovato molto interessante. Il docente ci disse: "Si scrive perché si vuole essere letti." Certo, fa piacere avere un riscontro, perché negarlo. Ma soprattutto, mi piace quando qualcuno commenta dicendomi che gli è capitata la stessa cosa o che si pone le stesse domande, ecc. Un po' come dire: non succede solo a me, e se sopravvive lui... Insomma: mal comune, mezzo gaudio.

O probabilmente ha indovinato il mio amico sor Max: "Ma tu che scrivi sempre... Non tieni un cazzo da fa'!".

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Idle moments" di Grant Green. Qui. Voi fate come cazzo vi pare.

mercoledì 24 agosto 2011

Metal Shock a memoria AKA L'età dell'innocenza

Eri giovane. Potevi essere tutto.

Avevi il tempo dalla tua parte. E possedevi l'innocenza e l'inesperienza giusti.

Per questo potevi essere tutto. Non inteso come "tutte le cose che potevi pensare", ma proprio "tutto": una parola talmente ambigua, oscura, omnicomprensiva da non voler dire niente. Quel "tutto" che non sapevi bene cosa fosse. Probabilmente dettato dal tuo generale ottimismo verso gli anni a venire, le tue potenzialità, quello che ancora non c'era ma avresti sicuramente avuto, anche se non capivi bene cosa.

Eri un guscio vuoto, una spugna che assorbiva quello che il mondo gli mostrava, e lo rivendeva con la sua finta espressione da uomo esperto.

Potevi scegliere. Quando ti vestivi sempre di nero anche per andare al mare, portavi i capelli lunghi, conoscevi a memoria le interviste di Metal Shock o ti facevi un piercing o andavi da qualche parte la sera era una tua scelta. Dettata dal tuo libero arbitrio. Parlavi usando un'espressione tra le tante che avevi a disposizione, scegliendo quella che poteva farti sembrare più figo.

Ti lamentavi di genitori e insegnanti sempre lì a dare consigli, regole, richiami, ma tu non sapevi che fartene. Non avevi bisogno che qualcuno ti mostrasse la strada da percorrere. Hai pensato che tu eri diverso. Non eri come gli altri. Andavi avanti, fiero di te stesso, della tua energia, delle tue capacità e del tuo ottimismo.

Poi.

Qualcuno ti ha preso e buttato nell'ignoto. Una strada che prima non avevi frequentato perché, anche se non te ne rendevi conto, c'era sempre qualcuno a fianco a te che, nel bene o nel male, aveva guidato per te.

Hai dovuto tagliarti i capelli. Hai indossato giacca e cravatta. E' stato qualcun altro a decidere per te dove andare ogni giorno.

Adesso non puoi neanche più scegliere quale espressione usare quando parli, perché la tua mente non è più quel guscio vuoto di una volta, ma è piena di pensieri: prepararsi per un nuovo colloquio, risparmiare per comprare un'auto nuova, chiederti se tra tre mesi lavorerai ancora lì.

Adesso non hai più il tempo di leggere Metal Shock.

E, soprattutto, non hai più la possibilità di decidere cosa essere. Sei diventato qualcosa, che però non avresti mai scelto di diventare.

Ma, forse, qualche pezzo di ciò che eri è rimasto: la speranza che il futuro ti riservi il meglio.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Innocence faded" dall'album "Awake" dei Dream Theater. Voi fate come cazzo vi pare.

martedì 23 agosto 2011

Tutto quello che è scritto (Un post dentro un altro)

Mia madre, che mi ha gentilmente preparato il bagaglio per tornare a Roma, ha dimenticato di rimetterci i costumi. Così mi tocca affrontare una delle mie nemesi: il centro commerciale.

Dentro Euroma 2 trovo una visione che in un libro di Philip K. Dick o di Don De Lillo verrebbe definita come apocalittica: il centro è aperto ma i negozi sono tutti chiusi. La nostra società dei consumi a un punto di rottura? Deve re-inventarsi per non soccombere?

Fortunatamente non si tratta della morte dello shopping: più semplicemente, sono arrivato troppo presto.

Benché ci siano già un bel po' di clienti in giro, i negozi aprono infatti alle dieci: a quell'ora una voce dagli altoparlanti annuncia l'apertura degli esercizi commerciali e augura buona giornata, mentre le saracinesche vengono sollevate quasi in contemporanea. La "macchina del consumismo" prende vita. Un po' inquietante, a essere sincero.

Comunque, nell'attesa dell'apertura faccio un giro delle vetrine per individuare i negozi più convenienti. Suppongo che in teoria dovrei entrare in ogni negozio per poter valutare seriamente, ma non sono a questo livello di shop nerdiness, devo solo comprare un costume per il mare, della taglia giusta, senza spendere troppo e di colore scuro per bilanciare la mia carnagione chiara (quindi escludiamo ridicoli mutandoni bianchi tanto di moda).

Cammina cammina, arrivo alla Arion. Mi dico: perché no? Anche se ho appena iniziato un romanzo di settecento pagine ("Il club degli incorreggibili ottimisti"), prima o poi lo finirò.

Quando entro in una libreria mi sento come un bambino dentro un negozio di giocattoli e non so più cosa comprare. Visto che sono da solo, ho meno remore a:

  • girovagare tra scaffali e espositori vari
  • scegliere un libro
  • leggere la sinossi e qualche pagina all'interno
  • prenderlo
  • ricominciare a girovagare
  • ripensarci
  • rimetterlo a posto
  • cercare qualcos'altro
  • infine, tornare a riprenderlo.
Breve parentesi. Benché alle elementari fossi tra i pochi a non avere difficoltà nella lettura (o forse proprio per questo) ho iniziato a leggere seriamente molto tardi. Concedetemi delle attenuanti: sono cresciuto in ambienti per i quali i libri non erano fighi. D'altro canto tra i miei coetanei esisteva solo giocare a calcio, seguire il campionato di calcio, collezionare figurine di calcio; a me non è mai piaciuto, forse perché incapace di giocarvi (perdendo l'occasione di trombarmi qualche velina, eh!) o magari perché non capivo l'ossimoro di abitare in Sicilia e tifare... Juventus??? Inoltre la mia famiglia, pur rendendosi conto di questa mia lacuna, non trovava il modo giusto di invogliarmi. Piuttosto mi rivolsi alla musica rock e alla chitarra.

Tornando alle librerie, quando vedo quell'enorme massa di cellulosa, be', mi sento piccolissimo. Perché penso a tutto quel mondo che ho perso durante la mia adolescenza. A tutto quello che è scritto e che non riuscirò a leggere in una vita intera.

Insomma, mi sento un po' in colpa. Quindi entrando mi rivolgo ai libri: "Vi ho snobbato, trascurato e sottovalutato per troppo tempo, lo so. Perdonatemi. Per quanto mi sarà possibile, cercherò di rimettermi in pari." Così ne ho presi altri tre.

Però io ero andato a Euroma 2 per comprare un costume. Torniamo all'argomento iniziale.

Entro in un negozio. Passo un minuto intero a cercare di capire la taglia dei costumi all'ingresso: "14", quale sarà la corrispondente italiana? Mah. Chiedere al commesso? Non voglio fare la figura dell'inesperto. Prendo un capo e me lo accosto al bacino per vedere come mi sta. Così capisco finalmente che sto guardando il reparto per bambini (sic). Mi guardo intorno sperando che non se ne sia accorto nessuno.

Comunque trovo quello che mi serve e torno a casa. Magari neanche dico a mia madre che ho dovuto comprare un costume nuovo perché lei se l'è scordato, per non farla sentire in colpa. Povera, alla sua età può capitare di essere sbadati.

Dopo pranzo cerco le ciabatte da mare. Dove saranno? Le avrò lasciate nel trolley. All'andata le avevo messe in uno scompartimento, al ritorno mia madre le avrà rimesse lì.

Prendo quindi la valigia e la sento stranamente più pesante di quanto mi aspettassi.

Intuisco già prima di aprire quella zip. E infatti: i costumi stanno lì, ben ripiegati e messi in una busta.

...

Come dicevo, il piacere di andare in libreria.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Before You accuse me" dall'album "Unplugged" di Eric Clapton. Voi fate come cazzo vi pare.

lunedì 22 agosto 2011

Ubriaco o pazzo? AKA Una voce fuori dal coro

Venerdì scorso sono stato con degli amici in pizzeria.

Sticazzi, direte voi.

OK. Dicevo, siamo andati in un locale. Ora, non so voi, ma a me piace accompagnare la pizza con un po' di birra. Ne bevo anche prima che arrivi il cibo, sia perché è rinfrescante, sia perché mi riempie lo stomaco placando momentaneamente la fame.

Ma.

I recenti incidenti stradali e la proposta di inserire nel codice "l'omicidio stradale" mi hanno fatto riflettere prima di sedermi a tavola: era davvero opportuno che mi comportassi così anche stasera? Non avrei dovuto agire in maniera più responsabile?

E insomma, ho bevuto.

Quando mi sono alzato da tavola mi girava un po' la testa. Fortunatamente si guida seduti. Scherzi a parte, l'effetto è passato durante il tragitto a piedi verso il parcheggio, dove ho trovato la mia Ford Clev un po' incastrata tra altre vetture; comunque con due manovre l'ho tirata fuori senza problemi. Mi immetto in strada e vado più piano di quanto avessi fatto all'andata, mantengo una certa distanza di sicurezza, agli incroci prendo più tempo a controllare se arriva qualcuno da una parte e dall'altra.

E questo, credo, per due motivi:

  1. Non ho bevuto da stramazzare al suolo. Non lo faccio mai, a prescindere dal fatto che debba guidare o meno. Semplicemente non mi piace. Bevo per piacere, non per battere un record.
  2. Ciò nonostante, sono cosciente che i miei tempi di reazione (che già normalmente non sono da lepre) sono dilatati sotto l'effetto dell'alcol.
Ora, non è che voglia invitare tutti a bere dell'alcol prima di guidare, assolutamente no. E certo se penso alle morti o alle paralisi provocate dagli incidenti, direi tutto il contrario. Però mi viene in mente qualche riflessione.

Riflessione numero uno:
Una persona che, durante una semplice cena al ristorante, ha bevuto un po' di birra e sta andando tranquillo a casa sua, procedendo a velocità moderata, rispettando limiti, precedenze, distanze di sicurezza ecc. se viene fermata subisce il ritiro della patente.

Io bevo una volta ogni tanto, tipo un paio di volte la settimana, includendo quando lo faccio rimanendo a casa e quindi non guido, oppure esco ma non sto al volante. Non assumo alcol ogni giorno.

Ci sono invece persone che hanno l'abitudine di bere non semplicemente a una cena tra amici, ma a qualsiasi ora del giorno. Qualche esempio:
  1. Dalle mie parti si dice che la Moretti è la birra dei muratori perché, quando si incontrano questi ultimi nelle botteghe a farsi confezionare il pranzo, ordinano questa marca. Una Birra, capite? Alcol. Queste persone, dopo pranzo, dovranno magari salire su delle impalcature e dalla lucidità potrebbe dipendere la vita loro e dei colleghi. Eppure non ho mai sentito parlare di "omicidio cantieristico".
  2. Dalle vostre parti vi capita di andare al bar per un caffè e il barista vi chiede: "Corretto?", intendendo un'aggiuntina di grappa? (Che "può avere un contenuto alcolico tra 37,5% e 60% vol" - fonte wikipedia). Pensate un po': un bel grappino a stomaco vuoto (caffè a parte) e poi via verso il luogo di lavoro, magari smadonnando perché le strade sono intasate da gente in ritardo perché è passata al bar a prendere un caffè col grappino, e allora provano qualche manovra azzardata per recuperare minuti preziosi, e così via. Tuttavia queste situazioni sfuggono a eventuali controlli perché una cosa è far accostare, di sera, in una strada provinciale con poco traffico, un'auto con persone in giro dopo cena; un'altra è fermare, in mezzo al caos mattutino, chi deve recarsi in ufficio e vuole evitare perdite di tempo.
Insomma, di gente che beve e guida (o altro) ce n'è un bel po' in giro, ma facciamo finta di non vederla.

Riflessione numero due:
Chi beve così tanto da non capire che sta andando troppo velocemente o sta prendendo l'autostrada contromano, è probabilmente una persona che... Be', a me vengono in mente solo due parole.

Amy Winehouse.

La cantante si è sempre dichiarata cosciente del fatto che stava indulgendo con gli eccessi. Ma continuava. Perché?

Perché la Winehouse aveva qualcosa che non andava dentro di sé. Come tanti altri hanno un male interiore che cercano di sedare con le droghe (e l'alcol è una droga) e tutto questo li porta, più o meno consapevolmente, sulla strada dell'autodistruzione.

Perché per uscire e passare la serata o la notte a sbronzarsi, be', bisogna davvero avere qualcosa che non va nella testa. Certo, mica tutti/e sono dei potenziali suicidi. Ma se si stordiscono così spesso, probabilmente hanno bisogno di cancellare la loro coscienza, dimenticare qualcosa che non va, non pensare a quello che hanno e a quello che sono.

Quindi figuriamoci se questi individui, indifferenti al male che stanno facendo a loro stessi, possono preoccuparsi di un'accusa di "omicidio automobilistico".

Ecco perché questa proposta francamente mi sembra più di tipo mediatico-propagandistico che di efficacia reale. L'effetto deterrente è zeroUna proposta davvero efficace dovrebbe essere quella che aiuta a prevenire gli incidenti per guida sotto l'effetto di droghe. Inoltre personalmente, se domani venissi falciato da un pazzo, mi sarebbe di poco conforto sapere che il mio assassino verrebbe accusato di "omicidio automobilistico".

Riflessione numero tre:
Vengono vendute automobili che superano abbondantemente qualsiasi limite sulle strade nazionali. (A meno che non andiate in Germania per battere il vostro record personale, come di recente ha fatto l'eurodeputato Speroni).

Io penso che un'auto che può arrivare a duecento all'ora sia, in Italia almeno, una vettura illegale e come tale dovrebbero essere presi dei provvedimenti.

Conclusioni:
Vogliamo far stare più tranquille le famiglie che la sera si chiudono in casa e pendono dalle dichiarazioni del TG1 e del Governo? Bene, vendiamo un nuovo slogan: "L'omicidio automobilistico".

Ma francamente temo che si sia ben lontani dal risolvere il problema degli incidenti automobilistici (o sul lavoro, o le risse allo stadio o nei locali ecc.). Tanto per dire una cazzata, mi sentirei più sicuro se la patente venisse data solo a coloro che superassero un esame psico-attitudinale periodico, proprio come per il porto d'armi (sarebbe sufficiente? non lo credo nemmeno io e senza bisogno di leggere la cronaca nera).

Perché puoi decidere di bere oppure no, ma non di essere una mina vagante alla guida di una potenziale arma - ecco, anche io ho coniato uno stupido slogan.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Wrong" dall'album "Sounds of the universe" dei Depeche Mode. Voi fate non fate i cazzoni al volante.

sabato 20 agosto 2011

Andare avanti

Al momento (14 agosto) sono a casa di mia madre.

Ho scritto i miei post più recenti con il vecchissimo Pentium che sta lì. Di fronte c'è un muro con appese alcune mie foto di quando avevo diciotto anni. Ripensando a quei tempi, confronto quello che mi aspettavo dalla vita allora e dove sono arrivato adesso.

  • Volevo suonare sempre meglio e ci sono riuscito almeno in parte, anche se non quanto desideravo. Attualmente suono con un gruppo di ragazzi romani così bravi da intimidirmi, i Quartech.
  • All'epoca ero single e adesso ho una relazione stabile ma a distanza.
  • Vivevo in Sicilia e pensavo che avrei fatto di tutto per rimanervi. Adesso abito a Roma e non so dove mi trasferirò il prossimo anno.
  • Studiavo ingegneria informatica e mi chiedevo se mai ce l'avrei fatta a completare gli studi e se avrei trovato un lavoro soddisfacente e remunerativo come volevano farmi credere i miei. Adesso sono laureato (perdendo qualche neurone) e dopo tre aziende private e parecchio studio pratico (e non accademico) sono approdato a un lavoro nel pubblico, stabile ma che non mi soddisfa affatto, con uno stipendio che fa i conti con i costi di una città come la capitale.
  • Pensavo avrei avuto una casetta tutta per me, anche piccola. Mi ritrovo a vivere in una stanza singola, condividendo l'appartamento con altri due ragazzi.

Insomma, credo che ogni età abbia sogni, desideri, ambizioni. Tu ti dai da fare per realizzarli. Dopo qualche anno tiri le somme: ce l'hai fatta?
  1. No
  2. In parte
  3. Non sa, non risponde
Credo anche che non si possa fare a meno di darsi degli obiettivi, perché altrimenti la vita sarebbe solo un enorme loop. Ho trentacinque anni e mi chiedo se ha senso che io cominci a prendere lezioni di jazz. Forse sarebbe inutile, magari è troppo tardi.

Però, citando Gianluca Morozzi in "Blackout":

"Lo so benissimo che non imparerò mai l'inglese", le aveva spiegato la sua cara nonna, "Ma fino al mio ultimo giorno di vita avrò un obiettivo da inseguire, questo caspita d'inglese."

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Dreams" dall'album "5150" dei Van Halen. Voi fate come cazzo vi pare.

venerdì 19 agosto 2011

Una tranquilla famiglia italiana

Mi basta passare una settimana a casa di mia madre per sentire almeno un paio di strilli dei vicini.

E io torno qui di rado, figuriamoci il resto dell'anno! Solitamente la ragazzina litiga coi genitori, poi va in camera (adiacente la mia) sbattendo la porta e si mette a piangere, maledicendoli.

In casa nostra, invece, questa situazione era stata superata. Grazie a una serena armonia, forse.

O forse no.

Magari perché con mio padre non parlavamo più.

Un giorno lui torna tranquillamente a casa, io lo saluto allegramente. Mi vede con la chitarra elettrica tra le mani e la sua espressione cambia di colpo. Se fossi telepatico, potrei dire di aver letto il suo pensiero:

"Maporcodio, possibile che devi fare casino proprio quando torno a casa???"

(Per inciso, la chitarra elettrica non si sente se non è attaccata a un amplificatore. La mia non lo era. Mai.)

Passano trenta secondi e mio padre trova un motivo per litigare con me, talmente pretestuoso che interviene persino mia madre, forse stanca di sentirmi riprendere per qualsiasi cazzata.

Da quel momento in poi io e lui non ci siamo più parlati, a parte salutarci educatamente. Non so per quanto tempo: sei mesi? Un anno? Un anno e mezzo? Ma non abbiamo mai discusso granché (litigato, più che altro).

Per fortuna a tavola, a riempire quei silenzi educati, c'era la televisione. Perché certamente era più importante conoscere a memoria i nomi dei ministri italiani piuttosto che sapere come avevo passato la giornata.

- Papà, domani sera ho un concerto col gruppo.
- Occheppalle...

L'importante era che io non dessi fastidio a chi lavorava. L'importante era lasciargli passare sabati e domeniche sul divano guardando la TV, risolvendo i cruciverba della settimana enigmistica o dormendo. L'importante era che io diventassi ingegnere per poter firmare i suoi progetti di geometra.

Oggi lui non c'è più. Eppure da qualche parte, dentro la mia testa, continuiamo a litigare.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Sometimes goodbye is a second chance" dall'album "The sound of madness" degli Shinedown. Voi fate come cazzo vi pare.

giovedì 18 agosto 2011

Bravissimo


"Il mio dottore è bravissimo."

Quante volte ho sentito dire questa cosa da un paziente. E ogni volta mi girano le palle.

Il motivo è semplice: questa frase non ha assolutamente senso. Come fa un paziente a dare un giudizio del genere?

  1. Dovrebbe essere medico anche lui. 
  2. Entrambi dovrebbero avere le stesse conoscenze della materia, lo stesso bagaglio culturale.
  3. Rispetto al paziente, il medico dovrebbe mostrare piena comprensione di concetti che l'altro conosce ma trova ostici.

Insomma, solo un bravo medico può giudicarne un altro.

Il paziente invece non capisce un cazzo. Per lui il dottore è bravissimo se lo fa stare meglio, amen. Attenzione a quest'ultima frase: non "lo guarisce" ma "lo fa stare meglio", che è ben diverso. Un generico malato non ha cultura ed elementi sufficienti per capire se sta effettivamente guarendo. Non può sapere se nella flebo c'è un farmaco curativo, un antidolorifico o una semplice soluzione fisiologica.

La verità è che quando rivolgiamo un "E' bravissimo" a qualcuno facciamo un mezzo complimento anche a noi, come se fossimo in grado di giudicare l'abilità altrui comparandola con la nostra. Analogamente quando diciamo "Sto dottore non capisce un cazzo". Ci sentiamo maestri virtuali che giudicano alunni inconsapevoli, senza averne le competenze.

Spostandoci in campo artistico, ecco un esempio di apoteosi della stronzaggine: “Ora ti faccio ascoltare Tizio: è per chi ne capisce davvero di musica”. Solitamente questa sentenza arriva da chi al massimo suona il jingle della Barilla con l’orrendo flauto delle medie.

Insomma, trovo più onesto (e umile) dire "Questo dottore mi fa stare bene", "Questo pittore mi piace più dell'altro", "Ascoltare questo sassofonista mi emoziona".

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "'Round midnight" dall'album "A dynamic new sound", suonata dal trio del bravissimo Wes Montogomery. Voi fate come cazzo vi pare.

mercoledì 17 agosto 2011

Granita di gelsi

Quest'anno ho visto un bell'angolo di Sicilia. Mi piacerebbe che l'intera isola gli assomigliasse.

Mi riferisco a tanti aspetti. Al sole e allo splendido mare di San Vito lo Capo o delle Egadi, color smeraldo. Ai delfini che abbiamo incrociato tra Marettimo e Favignana. Al cannolo e alla spigola da mezzo chilo che ho mangiato a Erice (dove fanno i congressi sul grafene - furbi 'sti cervelloni, eh). Alle granite che mi sono imposto di mangiare quotidianamente, ben sapendo che tornando in continente avrei dovuto rinunciarvi (grattachecca? Bleah!).

Ma non parlo solo di questo.

Ho visto una Sicilia con ricchezze che non possono soffrire la delocalizzazione, a differenza di quanto successo con l'ST Microelectronics, che ha trasferito la produzione di memorie in Asia perché più conveniente, mandando a casa un bel po' di periti elettronici e diminuendo fortemente l'indotto che ruotava attorno ai propri stabilimenti.

Ho visto una Sicilia priva dell'esasperazione che porta a occupare l'autostrada per Palermo, come protesta contro la chiusura dello stabilimento della FIAT di Termini Imerese. Una Sicilia che non subisce la mancanza di piani industriali della Pfizer che acquista gli stabilimenti della Wyeth per poi mettere i dipendenti in cassa integrazione. (E certo non è la sola regione a subire queste situazioni: vedi la Glaxo in Veneto.)

Ho visto una Sicilia che non ha bisogno di vendere la propria salute per avere un lavoro, come invece succede dove si trovano i vari impianti petrolchimici, presentati ai cittadini come la manna dal cielo contro la mancanza di lavoro. Chi altri potrebbe volere dei mostri così dietro casa? Naturalmente noi siciliani, e ringraziamo pure i nostri benefattori per questo regalo. Nel frattempo i bambini soffrono di malattie respiratorie, il mare viene inquinato, l'aria diventa irrespirabile, l'acqua pubblica viene garantita allo stabilimento ma non ai cittadini. E quando qualcuno fa notare che i valori delle sostanze nocive emesse dalle ciminiere dell'ANIC di Gela sono superiori a quelli consentiti dalle norme, la città si divide in due: chi vuole il rispetto delle regole e della salute, e chi invece è preoccupato dalla minaccia di chiusura dello stabilimento - mica vorremo far spendere inutilmente quei poveri petrolieri? Ma alla fine arriva la soluzione: vengono innalzati i valori consentiti dalla legge. Tutti contenti, giusto?

Insomma, mi piacerebbe poter cancellare certe immagini e rimpiazzarle con altre. Perché ho visto una Sicilia che non si fa sfruttare, ma che invece sa far fruttare le proprie risorse, il patrimonio e la bellezza, in maniera intelligente e responsabile.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "All the things You are", suonata dal Chet Baker Quartet. Voi fate come minchia vi pare.

martedì 16 agosto 2011

Recensione - Settanta acrilico trenta lana

In vacanza ho potuto leggere un po' di libri, il più interessante dei quali è stato questo romanzo di Viola Di Grado. Su La Libreria Immaginaria.