venerdì 29 aprile 2011

Padrona della tua vita

Vi leggo la lettera di una nostra ascoltatrice:

"Caro SpeakerMuto,


mi chiamo Jessica, ho venticinque anni e ti scrivo perché ho bisogno di un consiglio.


Vorrei rifarmi il seno. Ho solo una seconda e vorrei almeno una quarta.


E' da quando sono adolescente che mi guardo allo specchio e penso: ma quando crescerà? Invidio le mie amiche pettorute! Tutto quello che si mettono sta bene e anche se hanno un po' di pancia non si nota.


Io sono stanca di portare il pezzo sopra dell'intimo bianco e quello sotto nero! Al mare mi prendono sempre in giro, mi dicono che sono una tavola da surf!


Non è il mio ragazzo (di lunga data) a spingermi a farlo. Sono io che voglio. Penso che mi sentirei meglio con me stessa.


Cosa ne pensi? Visto che anche tu hai voluto fare un intervento di chirurgia, confido nella tua comprensione. Anche se a volte sembri misogino :)


Baci,
Jessica."

Bene, ringraziamo Jessica per la sua lettera. (Misogino? Io?)

E' vero, mi sono fatto operare di PRK. E non perché ne avessi un bisogno fisiologico. Tutt'altro: con gli occhiali vedevo leggermente meglio, paradossalmente per via di un'imperfezione - il destro arrivava a dodici decimi. E comunque l'astigmatismo ritorna dopo un po'.

Per rispondere alla tua domanda, provo a riflettere sul perché l'ho fatto io.

Una semplice ragione: non volevo più guardarmi allo specchio con gli occhiali. Per tanti motivi.

Da bambino, come già detto, mi drogavo di televisione. E se da una parte c'erano gli eroi, i protagonisti, i vincenti, dall'altra c'erano gli sfigati, gli imbranati, i perdenti. Questi ultimi portavano sempre gli occhiali. (Con poche eccezioni: vedi "La rivincita dei nerd" o "I ragazzi del computer". E ho detto tutto.) Di conseguenza mi si fissò in mente l'associazione sfigato = con gli occhiali.

In quarta elementare cominciai a portare gli occhiali.

Ora, c'è chi dice: "I bambini sono di sinistra" ma io non ci credo. Si può dire che sono l'estremizzazione dei comportamenti umani (direbbe il Signore delle Mosche). Io direi anche: i bambini sono proprio bastardi. Ma certe volte anche gli ottici o sono incredibilmente idioti o hanno un senso dell'ironia molto particolare: come si fa a chiamare il proprio negozio "Quattrocchi"? Che poi la parola in sé non vuol dire nulla, ma da piccoli ogni epiteto ricevuto rappresenta un'ingiuria solo per il fatto che viene usata come tale. Come se facessi piangere un altro dicendogli "camicia colorata" o "Ford Fiesta Clever".

In realtà è già la natura che ci fa guardare in maniera diversa chi porta gli occhiali.

  1. Sono indice di un difetto, di una debolezza, di una patologia
  2. In "tenera" età sono ancora pochi quelli che li portano, quindi ti marchiano come un outsider del gruppo; come una pecora nera o un cane rasato
  3. Ricordano gli occhi di certi insetti, che ci fanno impressione in quanto sono morfologicamente molto diversi dagli umani per la presenza di antenne, molti più arti di noi ecc. (Proprio per motivi simili gli studiosi di robotica si applicano per dare fattezze umane ai robot - Asimov docet)
Ho provato con le lenti a contatto ma non le tolleravo, mi hanno fatto venire la congiuntivite. Più o meno come se la nostra Jessica usasse un wonderbra e le venisse la psoriasi.

E insomma da quando non porto gli occhiali mi sento più "me stesso". Volevo farlo da tanto e credo che sia stato il regalo migliore che mi sia mai concesso da maggiorenne.

Quindi, cara Jessica, come puoi vedere non ho nulla contro la chirurgia estetica (considerando anche la rimozione di difetti visivi come tale, alla fin fine - non lo si fa per altro motivo se non quello estetico). Non ti racconterò storie del tipo: "Non devi essere bella fuori ma dentro" perché è la più grossa stronzata che possiamo dire in questo mondo di ipocriti che poi sbavano appresso alla prima maggiorata che passa. La vita reale non è fatta di buoni sentimenti, empatia e spiritualità ma di apparenza, di bellezza, di appeal.

Però.

Domanda: cosa succederà dopo aver ottenuto la tua quarta?

Sarai soddisfatta della tua immagine allo specchio. A parte che la tua taglia di adesso non andrà più bene, comincerai a vestirti in maniera più ricercata per valorizzare maggiormente il tuo (nuovo) corpo. Ti truccherai diversamente.

Poi ti accorgerai degli sguardi dei maschi. Parlo degli uomini che non ti conoscono e che ti incroceranno per strada, ma anche di quelli abituati alla "vecchia" Jessica e che capiranno benissimo (se vorranno pensarci) che qualcosa è cambiato dall'oggi al domani. Persino il tuo chirurgo estetico ti guarderà con occhi differenti appena finita l'operazione. Sentirai i loro sguardi su di te. Il loro desiderio di possederti, potente e pulsante, che fa perdere loro la ragione.

A quel punto realizzerai di avere un potere. (Cosa ben diversa dal non portare più gli occhiali.)

E allora la domanda diventerà: cosa ti succederà?

Vorrai recuperare il "tempo perduto"? Vorrai comportarti come, quando eri adolescente, hai visto sempre fare alla tua amica figa, che prendeva e lasciava i ragazzi come niente? Tradirai il tuo compagno pensando: "Mi merito un po' di auto-indulgenza, perché ho invidiato le altre e sopportato per troppo tempo, ora voglio finalmente godermi questi momenti"? Ti sentirai finalmente padrona della tua vita?

Be', Jessica, a questo punto la risposta alla tua domanda è la seguente.

Fa pure. Chi sono io per proibirti di essere quello che hai sempre desiderato di essere?

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Rosemary" dall'album "Wasting light" dei Foo Fighters. Voi fate come cazzo vi pare. Compresa tu, Jessica.

P.S.: Misogino io?

mercoledì 27 aprile 2011

martedì 26 aprile 2011

Ospite della radio "La Libreria Immaginaria"

Da oggi SpeakerMuto sarà saltuariamente ospite di un'altra radio: "La Libreria Immaginaria".

Troverete un po' di cazzate da parte mia, sotto forma di presunte recensioni di libri. Qui c'è la prima, dedicata a "Mia suocera beve" di Diego De Silva.

(12/09/11: Ho aggiornato i link, visto che il blog della Libreria è stato spostato).

lunedì 25 aprile 2011

Passione per i VIP

- Sempre a leggere Vanity fair?
- Mh mh
- Ah però. Chi è 'sta gnocca?
- ...
- Cameron Diaz? Eh! Certo ha la sua età, ma è proprio fica.
- Sei sempre il solito porco.
- Va be' dai. Ora prova a negare che è una bellissima donna. Oggettivamente. Poi sembra anche intelligente, spiritosa, che sono doti rare nel genere femminile.
- Ma che ne sai se è intelligente e simpatica? La conosci?
- Mah, così, a pelle, dalle interviste...
- Ah be'.
- Amore, lo sai che io ti sono fedele e lo sarò sempre. Però ti confesso che se mi capitasse con lei, be' un pensierino ce lo farei.
- Eh, la Diaz sta pensando proprio a te, guarda.
- Sì certo, vive in un altro mondo. Ma così, per dire. Tu mi perdoneresti?
- ...
- Voglio dire, mica ti tradirei con una qualsiasi.
- Mmm... Ma sì dai. Ti potrei perdonare. E tu mi perdoneresti se ti tradissi con, che so, Bruce Willis?
- Be' certo, come potrei biasimarti? Bruce Willis è figo, non ci sono dubbi. La virilità fatta persona.
- Allora, avrei il tuo perdono?
- E va be', dai, ti perdonerei. D'altronde, io la Diaz, tu Willis. Siamo pari.
- Bene.
- Bene.
- Sai, ieri è venuto il tecnico ad aggiustare la caldaia.
- ...
- Indovina a chi somigliava? Ma uguale uguale!

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Better man" dall'album "Vitalogy" dei Pearl Jam. Non ci credete? Cliccate qui. Poi fate come cazzo vi pare.

domenica 24 aprile 2011

Centoquattro

Sapete come vi chiamano i medici quando siete ricoverati in ospedale?

Pensate che vi chiamino per nome e cognome? Assolutamente no, e per varie ragioni. Eccone alcune:

  1. E' necessario mantenere un certo distacco tra dottore e paziente, così quando vi aggravate e alla fine morite si deprimono un po' di meno
  2. Semplicemente non si ricordano i nomi di tutti
  3. Un indicatore della patologia permette di condividere più rapidamente informazioni tra medici
Di conseguenza i dialoghi tra questi ultimi sono praticamente in codice:

- Hai visitato il carcinoma della (stanza) sei?
- Sì, è stabile. Piuttosto volevo parlarti del metastatico della dodici.

Quando sono stato ricoverato dopo essermi rotto una gamba ero il "tibia-perone" della due.

Una cosa simile succede in ufficio in riferimento a colleghi aventi diritto alla legge 104 ("Legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate.").

"Ha chiesto la 104", "Quello sta in 104", "E' un 104".

Ci sono vari tipi di centoquattro. Due esempi:

  • Chi parla tra sé e sé, tipo me e voi. Solo che loro lo fanno anche quando non sono da soli, per cui li vedi in corridoio che gesticolano strillando: "Eh... io gliel'avevo detto! Fortuna che gliel'ho ricordato!". Peggio che quando un tizio parla al telefono col bluetooth. Con questi quanto meno ti fai due risate (coi 104, non con quelli che telefonano). Poi magari ti accorgi che, come Dustin Hoffman in "Rain man", conoscono a memoria le formazioni della Roma e dell'Italia da quando esiste il calcio nel nostro paese.
  • Quelli che invece si aggirano silenziosi. Di questa categoria ho sempre un po' paura. Temo quello che possono pensare, soprattutto riguardo chi gli sta attorno e in particolare il sottoscritto. Mi danno sempre l'impressione di aspettare la scusa giusta per arrivare un giorno sul posto di lavoro con un mitra e realizzare un alto "body count".
Io cerco di evitare il secondo tipo. Senonché capita che debba fare l'assistente ad un corso di formazione e il docente sia impossibilitato a venire per motivi di salute. E tra i discenti mi ritrovi un 104 del secondo tipo.

E allora cosa faccio? Fingo di fare il docente. Lo coinvolgo come gli altri nelle esercitazioni. Rispondo alle sue domande, anche quando non hanno senso compiuto. Insomma cerco di farlo sentire a suo agio. E magari evitare che un giorno di questi mi accoltelli in sala mensa.

Rimango comunque sempre dubbioso. Una volta il tipo, che in fondo cercava solo di essere gentile, di stabilire un contatto, mi ha offerto una tic tac ma ho educatamente rifiutato. Da quella volta non mi saluta più quando mi incontra nei corridoi. Non passa giorno che non pensi che prima o poi quel rifiuto mi costerà caro.

E insomma cerco di vivere comunque la mia vita serenamente. Alle 11:00 vado a mensa a prendere il panino, mi cascano gli spiccioli del resto e mi chino per raccoglierli. Ma per non sbattere la testa contro un corrimano mi sbilancio e cado per terra come un salame. Per fortuna non mi vede nessuno.

Tranne lui. Che accorre in mio aiuto.

- Si è fatto male?

Io mi rialzo in due nanosecondi con una mossa che neanche Neo quando si esercita con Morpheus nelle arti marziali.

- Sì, sì, grazie. Non è successo niente.
- Stia attento. Ha bisogno di assistenza?

Sta a vedere che chiedo la 104 pure io.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Maddest hatter" dall'album "Erase the slate" dei Dokken. Voi fate come cazzo vi pare.

Incubi immaturi

Ieri sera ho visto il film "Immaturi".

Mi ha fatto ripensare al mio quinto anno di liceo. Praticamente ogni insegnante della mia classe scorreva il registro per le interrogazioni partendo dall'alto. Visto che SpeakerMuto inizia con la "S", venivo chiamato tra gli ultimi. Ovviamente Capizzi e Cascio erano fottuti. E insomma avevo più o meno idea di quando sarebbe toccato a me, quindi avevo modo e tempo di prepararmi per quando andavo alla cattedra. Già ad aprile praticamente non mi aspettavo più di essere chiamato dai professori, mentre loro infierivano su Capisci e Cazzo, ehm insomma i suddetti, per cui smisi di studiare le materie che non avrei portato alla maturità, salvando quindi solo Storia, Inglese e Matematica.

Non ricordo ancora perché, lo dissi all'insegnante di quest'ultima. Lei osservò: "E se in commissione ti chiedono un parallelismo tra un autore inglese e uno italiano, tu che gli rispondi?" Va be', io speravo che non succedesse.

E naturalmente successe: "Which italian poet would You compare him to?" o qualcosa del genere.

In me si scatenarono le seguenti reazioni:

  • sbiancai
  • salivazione azzerata
  • sudorazione
  • respiro pesante
  • contorsione delle budella
  • bestemmie
  • imprecazioni contro la professoressa di matematica, che
    • o m'aveva portato rogna
    • oppure era stata lei a proporre la domanda alla commissaria, qualche tempo prima; cosa alquanto improbabile, ma quando capita quello che speravi non accadesse, cominci a diventare paranoico
Dopo qualche secondo passato facendo finta di riflettere seriamente sulla domanda (cosa che in effetti pure feci, in parallelo alle reazioni suddette), con gli occhi che vagavano cercando di non far trasparire il mio stato d'animo, mi aggrappai disperatamente ai vaghi ricordi delle spiegazioni avvenute in classe nelle ore di Italiano, durante le quali facevo di tutto per distrarmi. Alla fine mi buttai:

- ... D'Annunzio?
- That's right!

E insomma scampai la figura di merda.

Ma evidentemente la mia coscienza non si è accontentata, perché spesso mi capita di sognare un ritorno al liceo con un'imprevista interrogazione di Italiano.

Non so voi, ma io preferirei essere inseguito da un tizio con artigli affilati e maglietta a righe.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Judgement day" dall'album "F.U.C.K." dei Van Halen. Voi fate come cazzo vi pare.

sabato 23 aprile 2011

Mors tua vita mea AKA il messaggio pasquale

Domani ricorre la Pasqua. Avete fatto caso? Anche quest'anno capita di domenica.

Questa festività cristiana festeggia la morte e risurrezione di Cristo per mondarci dai nostri peccati. Lasciamo perdere che anticamente, come già detto, fosse in realtà la festa del risveglio della natura, della primavera e della fecondità: vedi conigli e uova di cioccolato della Coop.

Possiamo dire che il messaggio cristiano è sopravvissuto ai giorni nostri? Proviamo a riflettere.

Supponiamo avvenga una catastrofe da qualche parte nel mondo. Che so, una guerra, una calamità (uno tsunami, un'esplosione nucleare), ecc. Cosa succede? Che praticamente tutte le nazioni del mondo si prodigano nel fornire aiuti umanitari all'area colpita. Cibo, medicine, ecc. Supponiamo però che questi non arrivino sotto forma di donazioni della serie "Ti do i soldi, facci quello che vuoi", ma sotto forma di "Questi sono i soldi, però il latte devi comprarlo da questa azienda, le medicine devi acquistarle dalle nostre società farmaceutiche, ecc.".

Facciamo un'altra ipotesi. Fingiamo che avvenga una forte scossa di terremoto da qualche parte e danneggi le abitazioni, le infrastrutture ecc. Se possedete un'impresa edile e avete una corsia preferenziale per l'aggiudicazione dell'appalto dei lavori, siete sicuramente dispiaciuti per le sofferenze delle vittime ma d'altro canto potrete comprarvi un altro paio di ville in Sardegna, un paio di nuove auto, gioielli per moglie (così chiude la bocca) e amante (così la apre).

Non so se vi ricordate, perché adesso fa già meno notizia, ma in Giappone è successo un casino tra scosse sismiche e centrali nucleari seriamente danneggiate. Avete fatto caso a quante band si sono prodigate a comunicare a chiare lettere che dedicavano la loro più recente produzione alle vittime dell'estremo oriente?



Qualche tempo fa è morto un grande musicista: Gary Moore. Poco dopo la notizia YouTube si riempì non già con brevi messaggi di cordoglio ma di tributi, cioè chitarristi che suonavano la sua musica. Avevo la home page del Tubo zeppa di cordoglio schitarrante.

Qualche volta passa un treno e bisogna essere rapidi a salirci su. Ogni tanto questo treno ha una carrozza che si chiama "vendita", collegata a un'altra chiamata "pubblicità" a sua volta trainata dalla "notizia", che ha come motrice la "tragedia".

E allora sì, il messaggio cristiano della Pasqua è arrivato pure e semplice direttamente ai nostri giorni: mors tua vita mea.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Jesus he knows me" dall'album "We can't dance" dei Genesis. Voi fate come cazzo vi pare. E se non siete atei come me, buona Pasqua.

Matrix, teste, carri armati, altre teste (di cazzo)

"Io sono io."

Ci pensate mai? L'immagine che avete di voi stessi, nel vostro specchio mentale. Chi vi dice che sia reale?

Tutti noi potremmo benissimo essere dentro dei bozzoli, come in Matrix, con i cervelli collegati a dei tubi che ci inviano impulsi per farci simulare un mondo plausibile. Oppure esistono solo le nostre teste, poste in teche come quelle di Futurama. Chi può dirci che non sia tutto un sogno come in "Apri gli occhi", "Shutter island" o in "Ubik"?

Magari siamo solo cavie da laboratorio. Di un mondo che è completamente diverso da quello che ci immaginiamo. Dove non è il carbonio l'elemento fondamentale, non è necessaria la fotosintesi clorofilliana per avere vita su un pianeta così come non è necessario l'ossigeno per gli animali, l'universo non è regolato da forza di gravità e di Coriolis, inerzia, attrito. Non esistono governi, religioni, proprietà privata e sì, fanno tutti di nome "John Lennon". Magari non siete reali nemmeno voi e tutto il creato è solo una mia proiezione mentale. In quel caso io sarei Dio, perché tutto esisterebbe solo in quanto legato alla mia esistenza.

E magari ancora, distribuire "Matrix" è stato un test, della serie: "Mettiamogli la pulce nell'orecchio, vediamo se quanto meno viene loro il dubbio che li stiamo prendendo per il culo." Oppure una sorta di Morpheus esiste davvero, ed è lui che ci sta mandando il messaggio.

Chissà? Di notte, mentre dormiamo (o crediamo di dormire) viene fatta della manutenzione al "sistema", oppure viene estratta dalla nostra testa una bobina con la registrazione della nostra esperienza quotidiana da "Dei" in camice bianco. Magari noi siamo come Yul Brynner ne "Il mondo dei robot" e abbiamo bisogno di manutenzione periodica.

E' davvero molto difficile riuscire a essere oggettivi nel comprendere come siamo fatti. Paradossalmente, l'unica cosa oggettiva che possiamo dire è che il giudizio su noi stessi è soggettivo. E questo giudizio dipende dall'esterno.

  • Supponiamo di voler fare una cosa. Come possiamo dire che sia possibile? Semplice: se qualcuno l'ha già fatta.
  • Come possiamo dire se abbiamo fatto bene qualcosa? Perché il nostro operato viene paragonato (da noi o da qualcun altro) con il cosiddetto storico:
    • Siamo riusciti ad eguagliare una prestazione altrui? Bene, siamo bravi.
    • Non siamo riusciti a ripeterla? Siamo scarsi.
    • Siamo riusciti a fare meglio? Siamo molto bravi.


Naturalmente possiamo dirci capaci di giudicarci da soli. Ma questo perché i nostri termini di paragone sono stati costruiti nel tempo in base al giudizio altrui e dentro di noi si consolida la sicurezza, la self-confidence.

Se davvero sapessimo come siamo fatti oggettivamente, nessuno di noi farebbe i test "Sei una persona tranquilla o ansiogena?", "Sei un leader?", "Sei uno stronzo o un ricchione?".

Possiamo anche dire che non ci interessa il giudizio di tutti, ma solo di determinate persone, quelle più care o quelle giudicate (a loro volta) come i giudici più validi da noi o da terzi (gira che ti rigira, siamo sempre lì).

Ora, quando una persona ci ferisce e afferma: "Io sono fatto/a così. Se ti sta bene, bene. Se no, vaffanculo." vuol dire che:

  • o non è interessata al nostro giudizio perché non ci stima; e allora è inutile averci a che fare
  • oppure sta sulla difensiva
Nel secondo caso questo accade perché sa già, per le esperienze passate, di venire giudicata negativamente per quello che è. E allora fa finta che non gli interessi il nostro giudizio.

Una persona onesta (prima di tutto con sé stessa) ammetterebbe: "Mi dispiace, mi rendo conto di aver sbagliato e di averti fatto del male".

Invece no. Come i bambini stanchi di essere rimproverati per il loro comportamento scorretto, questi individui negano ogni cosa - prima di tutto nella loro mente. Preferiscono andare avanti per la loro strada e non porsi mai domande sulla correttezza delle loro azioni. Vanno avanti come carri armati sulle teste e sui cuori di chi sta loro vicino.

"Perché io sono fatto/a così". Ma affanculo vacci tu, scusa eh.

Non so voi, ma io preferisco le persone dubbiose. Le persone che stanno male se gli rinfacci che ti hanno fatto soffrire. Persone capaci di mettersi in discussione. Persone che ci tengono al giudizio di chi hanno attorno, di chi gli è caro. Perché gli vogliono bene e vogliono averle accanto felici ed essere felici per empatia.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Who are You" dall'omonimo album dei "Who". Voi fate come cazzo vi pare. Ma fino a un certo punto, altrimenti vi mando affanculo.

giovedì 21 aprile 2011

Eroi catodici e loro responsabilità

Ho già detto di non guardare più la TV da qualche anno.

Peccato. Mi farebbe comodo. Questo fine settimana è Pasqua e per un paio di motivi la passerò da solo. Mi piacerebbe stare sul divano ed ammorbarmi di stronzate e pubblicità, magari in pigiama, come quando mi ammalavo da bambino.

E invece non lo posso fare. L'ho detto, la televisione non mi piace più. E poi ci sono un paio di considerazioni in merito.

La prima. Riguarda la mia infanzia.

Io mi sono praticamente drogato di immagini catodiche fino a tutti gli anni ottanta. E' stato il mio periodo di maggior assorbimento di radiazioni e di slogan pubblicitari - formativo insomma. Ho memorizzato spot e relativi jingle, quando ancora si chiamavano "reclame" e "sigla". Mi guardavo allo specchio e con una penna in bocca dicevo: "Vado pazzo per i piani ben riusciti", mi mettevo in piedi su una sedia al balcone e gridavo "Jeeg robot d'acciaio!". Mandavo a memoria tutte le battute dei comici di Drive In, tutte le curve di Tinì Cansino. Quelle persone mi sembrava di conoscerle come dei parenti. Ogni volta che il ciccione di "Cin cin" entrava nel bar lo salutavo anche io: "Norm!".

Poi accadde qualcosa. Ricky Cunningham non appariva più in "Happy days". Come poteva essere? Voglio dire, se tu fai parte di una serie televisiva, devi andare fino in fondo con essa. Non puoi abbandonare la nave, eccheccazzo! Hai delle responsabilità nei confronti dei telespettatori! Come se, da un giorno all'altro, Pessimo Elemento diventasse pedofilo, i ragazzi del computer prendessero steroidi, o McGyver non sapesse cambiare una lampadina.

E allora dove andremmo a finire? Cosa saremmo senza le nostre certezze? Come se mi dicessero, che so, che la terra è piatta, che è cambiato il senso di marcia del GRA o che l'uomo in realtà non è mai stato sulla luna. (Va be', nell'ultimo caso sticazzi).

Poi vidi Magnum P.I. in un film. Era lui, coi baffoni, lo sguardo simpatico e l'auto-ironia. Solo che non guidava una Ferrari 308 GTS e non faceva l'investigatore ma lo scrittore, aveva un'erezione mentre una tipa gli tagliava i capelli e le prendeva da un clown.

Queste sono cose che scioccano un ragazzino. Perché ti rendi conto che Magnum P.I. non esiste. O meglio, non esiste sempre, ma solo il tempo della serie. Poi il signore coi baffoni va a casa, il suo agente lo chiama per proporgli dei copioni, lui valuta le offerte e alla fine veste i panni di un altro personaggio. Ora, se sei fortunato, il personaggio è simile almeno caratterialmente. Se però a Tom Selleck togli pure i baffi e gli fai baciare un professore sessualmente confuso, come cacchio posso pensare che sia la stessa persona che mi guardava dritto negli occhi dopo che Higgins gli diceva "O-mio-Dio, Magnum!"?

Uno shock del genere non me lo procurava, per esempio, Schwarzenegger, che innanzi tutto non interpretava nessuna serie. Inoltre, passare dal ruolo di Terminator al mercenario di Predator non era poi così differente: era sempre e solo una macchina da guerra.

Poi però anche lui cambiò pian piano, interpretando "Gemelli" con DeVito o "Junior" in cui interpreta uno scienziato che rimane incinto. Lì capii che un attore poteva cercare di gestire la sua immagine per non fossilizzarsi su un personaggio e rimanere sulla scena senza saturarla. Per poi interpretare "Mr Freeze" in "Batman & Robin". L'apice di una strategia ben congegnata.

E insomma mi resi conto di una cosa: era tutto finto. Tutto studiato a tavolino per venire incontro alle richieste del mercato in quel preciso momento. Tutto per guadagnarsi l'affetto del pubblico (e anche sostanziosi caché).

La seconda riflessione mi ha colpito di recente.

Ho trentacinque anni, sto pian piano invecchiando, cadendo a pezzi. Ogni anno nella colonna (uno, due? ancora non l'ho ben capito) del rigo E1 del mio 730 compare una cifra sempre più alta.

Ora, quando si è giovani l'idea di invecchiare non ci sfiora nemmeno per un secondo. (In realtà a me sì: un giorno mi misi a piangere gridando: "Ho paura di morire!" senza una particolare ragione, calmandomi poi quando intuii che potevo risolvere il problema diventando un personaggio di "Cyborg 009".)

E chi sono le persone che più di ogni altro rappresentano la bellezza, l'eterna giovinezza, l'immortalità? Loro, i personaggi del mondo dello spettacolo.

E a me fa un po' impressione vederli invecchiare. La barba bianca di Tom Selleck, le foto al mare di Schwarzenegger a 64 anni (comunque più in forma di me, sia chiaro). E che dire del doppio mento di Kirstie Alley, la pancia di William Shatner? E tra gli eroi più recenti, le rughe sul volto di Keanu Reeves o di Cameron Diaz (che, cristosanto, quanto è gnocca anche adesso)?

E insomma quando li guardo penso: ma se stanno invecchiando loro, che per me sono degli eroi, i miei miti, persone che probabilmente hanno venduto l'anima al diavolo per ottenere il successo, oltre ad aver avuto talento, fortuna e palle. Dicevo, se invecchiano loro, cosa sta succedendo a me?

Oh no, non voglio proprio pensarci! Non voglio sapere. Magari guardandomi ogni giorno allo specchio non noto il mio inesorabile processo di decadimento. Ma non voglio percepire il tempo che passa nelle rughe dei volti del piccolo schermo. Perché sarebbe quello lo specchio che davvero rifletterebbe il tempo che passa e con esso anche il mio invecchiamento.

Che poi, anche volendo, si è rotto il decoder.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "My hero" dall'album "The color and the shape" dei Foo Fighters. Voi fate come cazzo vi pare.

mercoledì 20 aprile 2011

Lamento di un colletto bianco

Ultimamente mi sento un po' stressato. Solo che non ricordo più perché. Vediamo di trovare una motivazione.
  • Il passaggio all'ora legale? E' avvenuto quasi un mese fa, ma io sono lento di riflessi.
  • I miei recenti problemi con una chitarra?
  • La primavera con i suoi sbalzi termici?
  • Le prove con il gruppo, da cui torno a casa all'una di notte con i timpani sempre più danneggiati mentre suoniamo in 7/8 e 13/16 e prendiamo pure un Re21ma (cit. Pseudo)?
  • Il fatto che a trentacinque anni vivo una storia a distanza e sto in affitto condividendo l'appartamento con altre due persone, che concorrono ad aumentare l'entropia dell'universo e della casa?
Invece penso che me la prenderò un po' con il lavoro, concetto in parte già affrontato.

Ora, prima di affrontare quest'argomento, vorrei inserire un disclaimer. Per tutti quelli che diranno: "Ecco, un altro che sputa nel piatto dove mangia!".

Certo che sputo nel piatto dove mangio. E' la mia prerogativa di consumatore appartenente alla classe media: lamentarmi. E non siate ipocriti: lo fate anche voi.
  • Voi che ogni anno guardate il Grande Fratello, Sanremo e dite che fanno cagare. Poi l'anno successivo li riguardate ancora. E ancora. (Se non fosse abbastanza chiaro: tutta la TV fa cagare. Opinione mia. Quindi esatta.)
  • Il comico che costruisce i suoi spettacoli parodiando i politici. Che magari sono gli stessi che finanziano l'emittente su cui va in onda o la società di distribuzione dei suoi film. E voi votate per quei politici e ridete per quei comici.
  • I traghettatori di Messina che bloccarono lo Stretto perché la loro squadra era retrocessa. Non per l'aumento indiscriminato dei prezzi (realizzato approfittando del passaggio all'euro, in cui ogni parte politica incolpava l'altra ma nessuno ha mosso un dito) o della mancanza di lavoro o di acqua potabile o di scuole o per la legge Biagi. Nossignore. Perché la loro squadra di calcio era retrocessa. (Sospiro al pensiero della stupidità dei cavernicoli qui sopra.)
Diciamoci la verità: non siamo mai soddisfatti. Riusciamo sempre a trovare qualcosa che non va. Questo a tutte le età. Quando siamo ragazzini vorremmo fare quello che ci pare e ci lamentiamo se i nostri genitori non ci mandano in gita o in discoteca. E una delle cose che più ci fanno incazzare è sentire un adulto che ti dice: "Non sono questi, i problemi della vita".

E certo, perché ogni giorno devo essere felice che non mi sia venuto un tumore o crollato addosso un palazzo o non sia stato investito da un camion che trasporta tronchi di quercia. Insomma, secondo loro basta che la mia vita non sia "Final destination".

Nessuno di noi riflette mai su quanto è fortunato. E non lo dico per biasimo, ma solo per farlo notare.
  • Fai un lavoro che non ti piace? Pensa a chi non ce l'ha.
  • Sei disoccupato? Pensa a chi è ammalato.
  • Stai male? Pensa a chi ha la famiglia contaminata dalle radiazioni.
  • Sei contaminato dalle radiazioni? Pensa a chi viene bombardato.
  • Vieni bombardato? Cazzi tuoi, io sto tranquillo a casa mia, sto bene e ho pure un impiego.
E si arriva però all'assurdo che per sentirsi felici bisogna pensare a chi sta peggio di noi. Scusate ma io non ci sto.

Adesso che vi ho ricordato che siamo tutti degli stronzi ipocriti sputacchiatori-nel-proprio-piatto, toglietevi la maschera di Saw e scendete dal triciclo, così torniamo al punto di cui sopra: il lavoro. Proverò ad essere breve (premessa di tutti coloro consci del fatto che saranno prolissi).

Un nuovo impegno lavorativo può essere inteso come "la realizzazione di qualcosa che soddisfi l'esigenza di un committente". Nel mondo dei colletti bianchi come me, questo qualcosa può essere:
  • un testo più o meno ampio: nota, circolare, comunicazione, manuale, romanzo
  • un progetto di casa, acquedotto
  • un software, un sito internet
  • ecc.
Ciò è caratterizzato da varie fasi:
  • Comprensione del problema. Trattandosi di un ambito nuovo, all'inizio ci troviamo spaesati, anche solo per la mancanza di un vocabolario comune tra noi, i nostri colleghi e il committente. Questo periodo può essere più o meno lungo e più o meno difficile; i nostri precedenti studi ed esperienze (e la nostra intelligenza, quando c'è) ci facilitano durante questa attività. Questa è una fase faticosa.
  • Superata però le difficoltà inziali, come detto da Lara, cominciamo ad apprendere sempre più facilmente e a dialogare con maggiore convinzione. Questa è una fase positiva ma non definitiva.
  • Avendo raggiunto un certo grado di comprensione del problema, troviamo quella che secondo noi è la soluzione. Anche questa è una fase positiva, ma:
    1. non abbiamo ancora soddisfatto il cliente perché questi si riterrà tale solo ad opera completata
    2. non è detto che la concretizzazione dell'idea sia soddisfacente
  • Arriva il momento della realizzazione, mettendo insieme quanto sopra. E' tra quelle più impegnative e si porta appresso i precedenti punti 1 e 2
  • Quando pensiamo di aver finito il lavoro, capiamo il significato della parola "bozza": infatti per il committente ci sarà sicuramente qualcosa che non va. Dovremo quindi rivedere il tutto per venire incontro alle nuove esigenze, oppure a quelle vecchie di cui però il cliente
    • non si rendeva conto
    • oppure ci ha comunicato a cazzo di cane
  • Il suddetto processo può durare all'infinito e non termina quando noi ci riteniamo soddisfatti, ma quando lo è lui. E' la fase più lunga e stressante, perché:
    1. si tratta di lavorare sempre sulle stesse cose, per mesi se non anni; si perde quindi il senso di novità misto a curiosità che troviamo nell'affrontare una nuova sfida professionale; insomma, di freschezza
    2. man mano che aumentano i requisiti, quanto già realizzato si complica sempre più; una cosa è partire da una tabula rasa, un'altra è mettere mani su un'impalcatura già realizzata, adattandola ai cambiamenti, senza sconvolgere quanto già completato
E insomma lavorare è sempre una gran rottura di cazzo. E se riesci a mettere qualche soldo da parte (tipo togliendo 600 € di bolletta Eni), poi li spendi per rilassarti e liberare lo stress accumulato.

Tutto questo per dire che ho bisogno di una vacanza.

Oppure di cambiare lavoro periodicamente. Magari dopo ogni prima bozza.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sono talmente stressato che non sto ascoltando niente. Ma adesso metto su "Under pressure" dall'album "Hot space" dei "Queen" insieme a David Bowie. Voi fate come cazzo vi pare.

lunedì 18 aprile 2011

Camerini, donne solidali, daltonismo.

E dopo essere stati a pranzo da Past Food, Lei cercava un paio di pantaloni neri.

Ora, ho già detto che io odio andare in giro a fare shopping. Fortunatamente nel borsello avevo "Un calcio in bocca fa miracoli" di Marco Presta. Comunque, ogni tanto mostravo di essere interessato alle Sue considerazioni mentre esaminava un capo d'abbigliamento.

- Ecco, vorrei un paio di pantaloni come questi, starebbero bene con bla e poi bla. Magari me li metto per il prossimo matrimonio, bla e ancora bla.

Lei era vestita come adoro: scarpe da ginnastica, jeans e giubbotto di pelle. Proprio mentre accosta a quest'ultimo i pantaloni, Le dico:

- Scusa, ma non sono blu scuro?
- Blu scuro??? Ma dove???
- Eh scusa, confrontali col giubbotto, che è nero.
- Nero? Ma tu sei daltonico! Questo è marrone!
- Ecco, appunto. Va be', poi non ti stupire se sono restio a darti pareri in fatto di abbigliamento.

Prende due paia di pantaloni neri (suppongo di taglie diverse, visto che non noto differenze) e va in camerino. Arriva una bionda commessa che per fortuna Le presterà assistenza, permettendomi di mettermi in un angolo a leggere - anche se, quando lo faccio, ho sempre la paranoia che qualcuno in negozio mi chieda di uscire per non rubare spazio prezioso ai veri clienti. E non posso neanche usare la scusa: "La ragazza ha bisogno dei miei consigli", basterebbe guardare come mi vesto.

Lei esce dal camerino e mi chiede: "Come mi stanno questi?". Per ben sette volte. E io non riesco a distinguere un modello da un altro: "Ma non sono gli stessi di prima?". Cioè, veramente, potrebbe essere una candid camera. E Lei naturalmente rivolge alla commessa un "Niente, è un maschio", che naturalmente sorride e approva. Pericolose, le donne solidali.

Dopo venti minuti di prove e suggerimenti della bionda, finalmente Miss "Lo sai che sono veloce a scegliere" si rimette i jeans per cui faccio il segno di vittoria alla commessa, che si mette a ridere. Un punto a me.

A questo punto prima di dirigerci alla cassa gioco il tutto per tutto. Chiedo alla bionda:

- Scusa, secondo te di che colore è il Suo giubbotto?
- ... Nero?
- Perfetto, grazie.

Avrei voluto darle la mancia, se fosse stato possibile. Match point. Mi godo il trionfo. Non riesco a smettere di ridere.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "True colors" dall'omonimo album di Cindy Lauper. Voi colorate come cazzo vi pare.

P.S.: Naturalmente Lei ha provato a dire: "Va be', è... testa di moro."

Catena (di montaggio) alimentare AKA Past food

Stamattina, svegliandoci e alzando la serranda, abbiamo trovato un bel sole primaverile nel cielo di Roma Sud - è necessario specificare perché la capitale è talmente grande che possono capitare differenti situazioni climatiche a seconda della zona. Era quindi la giornata ideale per fare due passi al laghetto dell'EUR.

Infatti siamo andati di corsa a chiuderci in un centro commerciale.

In effetti a me si erano rotte le casse per il computer (e ho impiegato zero secondi a trovarne di nuove: appena terminata la corsa della scala mobile le avevo davanti) e Lei invece non ha faticato a trovare una scusa: acquistare un nuovo paio di pantaloni neri, ma questa è un'altra storia che troverà presto spazio su RFM.

Siccome arriviamo tardi a EURoma 2, decidiamo di pranzare in loco per proseguire gli acquisti. Notiamo un fast food specializzato in pasta. Per comodità lo chiameremo Past Food.

Il format è analogo a quello di McDonald:

  • I menu sono affissi in alto, sopra le casse, così mentre si fa la fila si può scegliere cosa ordinare senza perdere tempo; e senza farne perdere agli altri dietro di noi e ai cassieri; non so perché, ma mi viene in mente l'immagine di due piatti di pasta sovrapposti: il Big Past
  • Detti menu comprendono un primo (ma va?), un altro cibo a scelta tra frutta/insalata/dessert e acqua o bevanda alla spina
  • Paghi e ti viene dato un vassoio con la roba già pronta, cioè tutto tranne la pasta, giustamente - una delle poche differenze rispetto al Mac
Bene. Diamo un'occhiata al bancone e spiamo i piatti dei clienti. Il posto ci convince per cui ci mettiamo in fila. Il personale è costituito, a vista, da tre dipendenti: una alla cassa e due ai fornelli. Sono le 13:00 e comincia ad arrivare sempre più gente, per cui viene aperta un'altra cassa, alla quale ci precipitiamo.

Io comincio a percepire un (bel) po' di stress:
  • Persone, dappertutto: a dare un'occhiata o in fila dietro di noi oppure in attesa dei piatti; in queste situazioni divento sempre nervoso perché temo che qualcuno voglia fare il furbo e mi passi avanti; che a me non frega niente aspettare una persona in più, ma mi fa girare le palle che:
    • lui o lei pensi di essere stato furbo/a
    • se ne accorga qualcun altro e pensi "Ma guarda sto pirla che s'è fatto passare avanti"; tipo Lei
(Naturalmente, ogni volta che "abbasso la guardia", cioè non ho localizzato bene tutti quelli in fila prima di me, puntualmente arriva uno che afferma di trovarsi avanti.)
  • Il cassiere reagisce alla situazione parlandoci velocemente per poter sfoltire la clientela il prima possibile, riversando altro stress su di noi
  • Oltre la pasta, io ordino una macedonia, Lei un'insalata. Quando il dipendente della Past Food chiede velocemente "Frutta mista o solo ananas?" io mi giro verso di Lei perché mi sono già scordato che la domanda può essere rivolta a me soltanto
  • Ancora con solerzia ci viene chiesto: "Acqua naturale?" Io rispondo di sì con altrettanta rapidità, adeguandomi, ma in realtà avrei voluto quella frizzante (e Lei me lo fa notare - che cavolo, non le sfugge niente, soprattutto quando faccio cazzate); comunque non vedo l'ora di togliermi da lì
OK, la parte peggiore è finita, penso. Troviamo facilmente un tavolino. A questo punto La lascio seduta e mi affaccio verso il bancone, dove divento parte di una folla di avventori famelici con accresciuta salivazione, tutti a contendersi la preda, ovvero in attesa che venga urlato il proprio piatto: non viene infatti rilasciato un numeretto o qualcosa del genere, per cui chiunque potrebbe avvicinarsi e rispondere "Qui! E' il mio!" e portarsi una qualunque pietanza al tavolo, forse anche senza averla pagata.

Nonostante quanto detto sopra, tengo in mano lo scontrino. Non servirà infatti al personale come garanzia del pagamento, ma a me: lo guarderò più volte per ricordarmi cos'ho ordinato. (In realtà ogni volta che lo leggo me ne scordo immediatamente.) Passano cinque minuti e chiamano: "Tagliatelle-noci?" Io non dico niente, perché mi sono già dimenticato. Riguardo lo scontrino e solo dopo mi faccio avanti, anche se nel frattempo richiamano a gran voce "Tagliatelle-noci???" e io gli sono di fronte. Pessima figura, tipo "Ma sto pirla non ricorda neanche più cos'ha ordinato?"

Bene, ho aspettato circa cinque minuti. Porto il piatto al tavolo e torno ad attendere che arrivi anche quello che ha scelto Lei, in quanto incluso nella stessa ordinazione. Passano tre minuti e vedo che la mia fiducia non viene comprovata dai fatti, per cui penso alle mie tagliatelle che si raffreddano e torno al tavolo dicendoLe: "Va be', aspetti tu il tuo piatto? Tanto starà per arrivare".

Io cerco di non essere troppo rapido a mangiare, per riuscire a farlo insieme a Lei. In effetti, penso che una delle cose più tristi nella vita sia mangiare da soli. Non si dovrebbe mangiare in un locale quando si è l'unica persona al tavolo: la vista deprime gli altri clienti. (Naturalmente io l'ho fatto molte volte, soprattutto i primi tempi che mi trovavo a Roma e giravo il centro nei weekend, magari andando in libreria, per cui il mio commensale era spesso un libro appena comprato.)

Invece i Suoi tortelli con lo speck non arrivano prima di dieci minuti. Sarà forse anche perché, come detto prima, ci sono due persone alle casse ma una sola a cucinare? Così si assicurano che tu paghi in fretta - per mangiare c'è tempo, giusto?

Durante la lunga attesa, col mio piatto che diventa sempre più freddo, appoggio sconsolato il mento sulla mano e penso: "Perché siamo venuti qui? Questa è la prima e ultima volta che veniamo in un posto del genere. Da McDonald ci avveleniamo ma almeno lo facciamo guardandoci negli occhi."

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "For what it's worth" dall'album "Battle for the sun" dei Placebo. Voi fate come cazzo vi pare.

P.S.: In tutto questo, com'era la pasta?  Be', buona. Forse pure ottima. Ma io sono una buona forchetta quindi non faccio testo.

venerdì 15 aprile 2011

Ma perché non l'hai presa tu? Magari in quel posto.

Sono talmente sfortunato con l'ultima chitarra acquistata che se fossi ateo bestemmierei. Infatti bestemmio. E se fossi allegro mi deprimerei. Quindi sto a posto.


Ma io so di chi è la colpa.


Non è del ragazzo da cui, per la prima e ultima volta nella mia vita, ho comprato lo strumento a distanza, quindi senza provarlo, trovando il pick up al ponte difettoso e dovendo convincere il liutaio che non ero pazzo.


Non è neanche del liutaio che m'ha detto: "Guarda, c'ho due EMG che mi avanzano" e io ho pensato che ero a posto. E anche stavolta c'era qualcosa che non andava e gliel'ho detto. Al che lui m'ha risposto di portarla da un tecnico, con le stesse problematiche di cui sopra. Quest'ultimo mi ha chiamato perché gli sembrava tutto OK, allora sconsolato gli ho risposto che passavo a riprenderla. Cinque minuti dopo mi ha ritelefonato dicendomi che aveva voluto provare in extremis e aveva trovato il pick up al manico difettoso. Punto e a capo.


La responsabilità non è neanche del responsabile (appunto) degli ordini in negozio, che s'è scordato di richiedere l'EMG 81-7 in sostituzione di quello difettoso, e quando gliel'ho chiesto pareva che mi stesse facendo un favore della serie: "Che palle sto coglione, volevo andare fuori a rollarmi una sigaretta, a prendermi una birra al bar e a pensare ai cazzi miei invece che ordinare sta stronzata per quest'unico sfigato che suona quella merda di chitarra".


No. La colpa è di un amico.


Non di un mio amico. Di un amico di chiunque. Perché un amico così ce l'avete tutti, tranquilli. Che rompe i coglioni anche a voi.


Mi spiego. A sedici anni ricevo la prima chitarra elettrica dai miei. Un sogno che diventa realtà: peso sulle spalle, sudore, plettri che cadono. C'ho rotto le prime corde e preso le prime stecche. Con lei ho pensato che sarei diventato Brian May, Jimmy page, Joe Satriani, Nuno Bettencourt (e naturalmente non ci sono riuscito).


Ecco che entra in scena lui, l'amico.


- Ah, prima chitarra? Auguri! Cos'hai comprato?
- Una Yamaha RGX 421.
- Ah. Be' scusa se te lo dico, ma è una chitarra di merda. Devi prendere un'Ibanez.
- Ah.


E quindi metto da parte i soldi ma non bastano. Allora vendo il mio primo strumento, quello a cui ero legato, quello che volevo far vedere durante le interviste dicendo: "Questa è la prima chitarra che ho avuto. Ed è ancora qui. Uso solo questa. E' stato amore a prima vista. Non riesco a suonare senza. Non ho bisogno d'altro." Meno male, non mi hanno mai intervistato.


E compero un'Ibanez RG 470 (che suona pure peggio). Ed ecco che arriva lui:


- Ah bravo, hai preso un'Ibanez. Ma è di fascia bassa.
- Ehm, cioè?
- E' scarsa. Vabbe', per il momento... Dove l'hai presa? Quanto l'hai pagata?
-  XY da Pippo Quello
- Ma come??? Costava ¾ * XY da Pippo l'Altro.
- (Eccheccazzo, le sa tutte lui)


Va be', vendo la RG 470 e compro un'altra Ibanez, una Jem 7 DBK.


- La Jem? Bell'acquisto, bravo! Ma ci puoi fare solo quella musica lì, lo sai, è limitata. Ora va di moda il blues.


Allora passa un po' di tempo, vendo l'Ibanez, cambio genere anche io e compero una Fender Telecaster American Series.


- Nuova belva, eh? Bella, quanto l'hai pagata?
- Un'occasione nell'usato, l'ho presa a X + Y + Z.
- Ah, ne cercavi una usata? Se me lo dicevi, ho un amico che ne vende una uguale a ½ * X  + ¾ * Y + Z
- (Ora gli infilo la chitarra su per il culo.)


Vendo la Tele e trovo una Gibson Les Paul Studio, colore cherry red, con meccaniche dorate, bellissima.


- Ah, però! E questa?
- L'ho rubata.
- Ah, peccato, conosco uno che... Come hai detto scusa?
- Rubata, rubata. 
- Ma...
- E nella custodia ci stavano pure 300 €. Anzi, c'erano pure degli assegni in bianco già firmati, un bancomat con il pin scritto su un post-it appiccicato sopra e un blocchetto di buoni pasto.


Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Monkey wrench" dall'album "The colour and the shape" dei Foo Fighters. Voi fate come cazzo vi pare.

giovedì 14 aprile 2011

Il topo, il sasso, il parto, l'ombelico

I bambini sono facilmente impressionabili. Io lo ero particolarmente, come già detto. In realtà magari lo erano pure i miei coetanei, ma questo:

  1. non era vero
  2. oppure sì, ma
    1. lo tenevano nascosto
    2. o non me lo ricordo
E comunque è bello pensare di essere degli sfigati ma speciali.

E insomma parlavo dell'essere impressionabili. Bisogna stare attenti con un bambino.

Tu, genitore, te lo porti in giro, come se fosse un cane al guinzaglio, senza parlargli, senza guardarlo in faccia, spiegargli niente. Poi ti rompi i coglioni e lo lasci alla nonna. Che si rompe anche lei i coglioni a stare in casa e quindi lo porta in giro con sé, come fosse un cane al guinzaglio, senza parlargli, senza guardarlo in faccia, spiegargli niente. Poi, nonna, ti fermi a parlare con un'amica vecchiaccia anche lei, e sapendo che vi rimane poco tempo da vivere perché già sono morti un sacco di vostri coetanei, vi scambiate un po' di cazzate, tanto per riempire la giornata, perché fare non puoi fare più niente ormai, se non preparare da mangiare per il nonno, rifare i letti, stendere il bucato.

E allora bla e poi bla. E il bambino va in modalità screen-saver col cervello. E lascia passare le parole che vi scambiate voi cariatidi da un orecchio all'altro, favorito dal vuoto pneumatico creato nella sua testa per via del fatto che non gli si parla, non lo si guarda in faccia, non gli si spiega niente.

Insomma, una vita piena di stimoli.

Poi d'improvviso scatta qualcosa nel fanciullo, tipo: "Che cazzo hanno detto queste due rincoglionite???" e allora incredibilmente recupera le parole della frase che lo hanno colpito: "L'ha morsa un topo uscito dallo scarico del bagno".

Benissimo. Così ho passato un'infanzia, un'adolescenza e un'età che stento a chiamare maturità (ma che ho ben definito in altre occasioni) cagando con l'incubo che mentre sto lì mi salti fuori un topo con la maschera, le bombole d'ossigeno e le pinne, si tolga il boccaglio e mi azzanni le palle o il culo. Così, tanto per. E dopo mi dica anche: "Sapevi che prima o poi sarebbe successo, ah-ah-ah!".

Io poi ero incredibilmente credulone. Ma il fatto è che in generale bisogna stare attenti con le parole. Un giorno che giocavo dalle bimbe mie vicine (occasioni che non capitano più così facilmente) arrivò il padre, che non parlava molto (faceva i turni - non per parlare, intendo a lavoro - quindi era stanco), e infatti fu la madre (e anche con lei mi sarebbe piaciuto giocare) a dire: "Ora papà deve andare nell'altra stanza perché ha un sasso nel piede". Istantaneamente io gli fissai la gamba e nella mia innocente testolina la immaginai cava e con la pietruzza in basso.

D'altro canto per me l'espressione "L'ho visto nascere" era letterale. Insomma credevo che tutti i bambini del palazzo fossero nati con dei parti casalinghi, con tutti i vicini per le scale a partecipare, e casalinghe in grembiule rosso a fiorellini e urla di festa.

Ricordo una frase in particolare: "Non toccarti l'ombelico, che se ti fai uscire il sangue muori". E indovinate come andò a finire? Che mi toccai l'ombelico e lo feci sanguinare.

Successe mentre stavo raccontando a mio nonno non so quale cazzata e lui mi ascoltava con il tipico sorriso del nonno che ascolta il nipote mentre racconta una cazzata. Mentre parlavo con lui facevo avanti e indietro, per cui controllavo la ferita quando gli voltavo le spalle.

Sudavo. Avevo la tachicardia, anche se non sapevo cosa volesse dire. Forse avevo pure la prostata ingrossata, adesso non ricordo bene. Ero terrorizzato. Sarei morto per un banale taglietto, però all'epoca non sapevo che il taglio all'ombelico fosse banale, anzi, tutto il contrario. Disperato, cercando di ispirare compassione confessai: "Nonno... Mi esce il sangue dall'ombelico!". Ero pronto a riferirgli le mie ultime parole, tipo "Non volevo. Lo so che mi avete detto di non farlo, ho sbagliato. Non so perché l'ho fatto. Perdonatemi. Anche se morirò vogliatemi bene. Fin qui mi sono divertito, a giocare coi Lego, a imitare Goldrake, a mangiare le merendine del Mulino Bianco e a comprare i bastoncini di Capitan Findus perché la pubblicità era figa anche se poi facevano schifo. Speriamo nella metempsicosi, così ricomincio e non mi tocco più l'ombelico. E non vi faccio neanche comprare i bastoncini."

Lui mi rispose: "Ah, va bene. Andiamo in bagno e prendiamo il disinfettante."

Sopravvissi.

Cominciai a capire che forse mi stavano prendendo per il culo. Da un po'. Un bel po'. Da quel giorno mia madre si lamenta che non sto mai ad ascoltarla e conclude poi con un apocalittico "Fai come vuoi!". E infatti io continuo a toccarmi.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Innocence faded" dall'album "Awake" dei Dream Theater. Voi fate come cazzo vi pare. Io pure.

mercoledì 13 aprile 2011

La parabola, la porta, le mani, la colf AKA così fan tutti

Oggi mi trovavo a riflettere.

E già qui.

Dicevo che mi trovavo a riflettere su certi piccoli momenti della giornata che mi regalano soddisfazioni. Io, ma anche voi, insomma noi tutti tendiamo a sottovalutare questi istanti, e invece non dovremmo darli per scontati. Parlano di come ogni essere umano sia dentro di sé, senza ipocrisie, aprendosi al piccolo mondo quotidiano.

Ora, trasmettendo da questo radio, mi chiedevo se fosse il caso di parlarne, divulgando quelli che in fondo sono brevi momenti particolarmente personali. Ma credo che sia una buona cosa condividere con i miei sei lettori fissi queste piccole gioie intime.

Sto parlando della minzione. Sì, insomma, di pisciare.

Mi riferisco in particolare all'effettuare la suddetta funzione fisiologica in un ambiente pubblico, come ad esempio il bagno dell'ufficio.

In un primo momento, tale attività può apparire semplice. In realtà, a volerla esaminare per bene, è costituita da varie fasi che possono subire numerose varianti, in funzione della personalità del pisciatore e delle condizioni al contorno.

Consideriamo la prima fase. Quale potrebbe essere?

La risposta è: dipende.

Alcuni di noi si muoveranno direttamente verso la porta dietro la quale si trova l'agognato WC (c'è chi si accontenta degli orinatoi - quando presenti - ma vedremo in seguito che la differenza non è banale). Altri, come me, rifletteranno sullo stato delle proprie mani e decideranno se lavarle prima di dirigersi verso il sanitario.

OK, adesso supponiamo di avere la mani pulite, oppure che non ce ne freghi una minchia (metafora appropriata, direi). Cerchiamo un sanitario libero. Qui bisogna stare attenti, perché ci sono varie tipologie di utenti e altrettanti situazioni di "occupato":
  1. porta chiusa a chiave (persona discreta)
  2. porta chiusa ma non a chiave, a prescindere che la serratura funzioni o meno (utente distratto/frettoloso)
  3. porta socchiusa, con conseguente diffusione sonora (uomo pasticcione, che fa le cose a metà, in maniera incompleta, arraffazzonata o "alla cazzo di cane",  metafora appropriata numero due)
  4. porta aperta, causando una maggiore percezione dello scroscio (esibizionista, invadente, cafone)
Bene. Trovato libero è conveniente accendere la luce, soprattutto se il bagno è "cieco". Nel caso ci sia un neon è meglio aspettare che si stabilizzi, in quanto è molto importante avere una visione chiara delle condizioni del pavimento. Nel caso infatti i precedenti utenti abbiano avuto una pessima mira (ma ne parlerò tra poco) potremmo ritrovarci in una palude, e onde preservare le nostre scarpe saremo costretti ad assumere uno o più dei seguenti comportamenti:
  1. rimanere rasenti il muro mentre apriamo e chiudiamo (se lo facciamo) la porta
  2. effettuare un esercizio di stretching sui muscoli gracili (sic e non "gracili muscoli")
  3. agire come al precedente punto 4, per cui verremo presi per esibizionisti, invadenti e cafoni; nel frattempo noi desidereremo che l'innaffiatore sia costretto da qualche malattia rara (magari autoimmune, magari il lupus) a pisciare seduto per il resto dei suoi giorni
A questo punto possiamo sbottonarci i bottoni o abbassare la lampo e tirare fuori il nostro giocattolo preferito. Adesso viene la parte difficile, almeno per alcuni, a giudicare dal pavimento e dal resto. Ovvero: fare centro.

Gira la leggenda che all'istituto per geometri di Enna un insegnante, per spiegare l'effetto di gravità e attrito sulla balistica ottenendo il moto parabolico, dopo vari tentativi infruttuosi, fece riflettere i propri alunni sulla traiettoria della loro urina. La classe comprese il sottile paragone.

Assodato che la figura descritta dal moto del liquido renale sia una parabola, non tutti riescono o si impegnano o vogliono evitare di pisciare senza imbrattare:
  1. bordo della tazza
  2. tavoletta del water, altra componente che differenzia i vari utenti, infatti non tutti la sollevano, distinguendo quindi in:
    • premurosi per chi dovrà sedersi per il bisogno grosso (cacare, insomma) e previdenti perché potrebbero essere loro
    • quelli che invece, come già detto, hanno avuto la mamma a pulirgli il culo finché non sono usciti di casa, passando il testimone alla moglie (donna fortunata che ringrazia la suocera)
    • (una variante è colui impossibilitato a sollevarla in quanto già pericolosamente imbrattata)
  3. coperchio
  4. muro
  5. pavimento (vedi stretching suddetto)
Attenzione però. Benché la traiettoria sia soprattutto parabolica, è possibile che venga prodotto un flusso secondario di pressione molto inferiore, ragion per cui seguirà una traiettoria verticale. Chiaramente amministrare due flussi contemporanei rende più difficile "lasciare il bagno come l'avete trovato".

Non mi dilungherò su ulteriori condizioni che possono compromettere la governabilità del liquido fisiologico (che tra l'altro in ufficio non dovrebbero accadere, ma non si mai, qualche relazione clandestina tra le scartoffie), rimandando alla visione di "Io, me e Irene".

Durante la minzione vera e propria è possibile divertirsi dirigendo il getto sull'acqua dello scarico oppure no, producendo differenti effetti sonori.

Finita l'espulsione di liquidi, abbiamo varie alternative:
  1. rimetterlo dentro as is, ritrovandoci poi le mutande di vari colori a testimoniare tale manovra
  2. strizzarlo, evitando possibilmente di bagnarci le mani
  3. scrollarlo (o in romano "sgrullarlo"), a mo di battesimo, nel caso fosse rimasto qualche angolo asciutto in bagno
  4. e/o usare la cara igienica, opzione non disponibile per gli utenti degli orinatoi
A questo punto tutti (o quasi) tiriamo l'acqua e seguiamo il percorso inverso a quello iniziale per lasciare il gabinetto.

Per quanto riguarda l'ultima fase, cioè cosa fare alle mani dopo aver toccato il proprio idrante, vi sono differenti scuole di pensiero:
  1. chi le lava
  2. chi le lava, ma senza il sapone, per evitare di sentirsi troppo puliti (utente che fa le cose a cazzo di cane, v. sopra)
  3. chi non le lava, eventualmente giustificandosi dicendo: "Eh ma tanto, tocco di peggio in ufficio!". In questo caso evitare di:
    • salutarlo stringendogli la mano
    • condividere con lui telefoni, penne o tastiere dei PC
    • evitare di far indicare sullo schermo toccando col dito, lasciando l'impronta
    • per ogni evenienza tenere a portata di mano dei rotoloni Regina e uno sgrassatore multiuso; io ne ho due confezioni
E insomma, che schifo.

Allora torno a casa, cosciente di quanto vario sia il mondo e di quanto superiore e nobile sia il sottoscritto, anche in queste piccole cose. Vado in bagno, mi lavo le mani, alzo la tavoletta, lo tiro fuori e faccio centro, attento che non ci sia nessun flusso secondario. Insomma, sono lì che me la godo.

E starnutisco.

E imbratto: bordo della tazza, tavoletta del water (da sotto), coperchio, muro, pavimento. Più pantaloni e scarpe.

E penso che la colf era venuta la mattina prima.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Territorial pissing" dall'album "Nevermind" dei Nirvana. Voi fate come cazzo vi pare. Poi magari pulite, eh.

lunedì 11 aprile 2011

Libri, sport, critici di merda.

Ho quasi finito "Mia suocera beve" di Diego De Silva. A un certo punto l'autore, attraverso il protagonista, si lancia in un'invettiva contro i critici, definendoli più o meno così: falliti che si vendicano della loro mancanza di talento facendo le pulci all'operato altrui.

Come ho già detto, io rientro a pieno titolo nella definizione di incapace. Di conseguenza posso proseguire e vestire i panni del critico. Ma non tramite la corretta terminologia, gli appropriati riferimenti stilistici, confronti con grandi del passato, analisi della perifrastica ecc.

No. A cazzo. Non sarei capace di fare altrimenti. Accosterò infatti i quattro libri ad altrettanti sport.

Saranno oggetto della mia arguta critica i seguenti testi:
  1. "L'opera galleggiante" di John Barth
  2. "Non avevo capito niente" del suddetto De Silva
  3. "Considera l'aragosta" di David Foster Wallace (l'unica raccolta di saggi in questa lista)
  4. "Uomini che odiano le donne" di Stieg Larsson
Ho letto il primo romanzo grazie al suggerimento di Mauro Zucconi sul suo blog. Se volessi paragonare "L'opera" a uno sport, be', penserei all'equitazione, una pratica insieme antica e nobile. Signorile. Con il busto eretto, Barth dà un tocco molto elegante alla narrazione. L'avvocato Todd Andrews, il protagonista, ci porta all'interno del suo modo di pensare e di considerare la vita (cosa che fanno tutti i personaggi che abbiano il minimo sindacale di spessore), osservando tutto in maniera molto distaccata e cercando di ricondurlo alla sua filosofia del momento, ad esempio il nichilismo e la decisione dell'avvocato di suicidarsi.

Leggendo "L'opera galleggiante" si ha l'impressione di trovarsi seduti in un club esclusivo e attendere che il nostro amico gentiluomo faccia il suo ingresso elegantemente, ci raggiunga con passo misurato, si accomodi all'altro lato del tavolo, poggi il suo bastone (con pomello dorato in cima), si tolga guanti e cilindro e dopo una serie di convenevoli inizi la narrazione di quel particolare periodo che lo ha cambiato e gli ha fornito una diversa prospettiva delle persone, degli eventi, dei sentimenti, della vita. In questo romanzo non troverete termini scurrili o parole con la "z" (tipo, che so, Ratzinger). Tutti questi elementi potrebbero, credo, giustificare l'occhio con cui mi ha guardato la commessa della Fnac di Verona a cui ho chiesto il libro, della serie: "Ah, e io che a guardarti avrei detto che al massimo leggevi Dan Brown - l'equivalente di Tiziano Ferro per la letteratura."

Per quanto riguarda "Non avevo capito niente", mi viene in mente il nuoto. Forse meno nobile dello sport indicato prima, sicuramente più alla portata di tutti. La classica frase riferita al nuoto è "ti fa usare muscoli che non sapevi di avere". E le parole che accosto all'opera di De Silva si riferiscono a quanto segue: l'autore è in grado di estrapolare dal comune mortale i pensieri che stanno in sottofondo ma a cui è difficile fare caso, perché, come dire, vengono dati per scontati. Ecco allora che quando leggo le elucubrazioni di Vincenzo Malinconico (avvocato anche lui, ma più che dalla postura eretta, direi dalla facile caduta di braccia) mi viene da dire: "Maccheccazzo! Questo l'ho sempre pensato anche io ma non ho mai trovato le parole per dirlo! Anzi, non mi sono mai neanche accorto di pensarlo!" Ecco, Malinconico ha il coraggio, la temerarietà, la faccia tosta, la non-ho-niente-da-perdere-nello-sputtanarmi-quindi-tanto-vale-andare-fino-in-fondo, insomma la capacità di raccontarci come siamo fatti, di dire che siamo degli sfigati nati e perché. (Dopo averlo letto, il commento di Lei è stato: "Quello sei tu. Uguale".)

Arriviamo a "Considera l'aragosta". Premetto che si tratta del quarto libro di Wallace che ho letto e che i precedenti ("La scopa del sistema", "Una cosa divertente che non farò mai più" e "Brevi interviste con uomini schifosi") non mi avevano entusiasmato. Però continuavo a leggere di dichiarazioni di stima nei suoi confronti (tipo dal suddetto Zucconi) e così ho voluto riprovare con questa raccolta di saggi.

Uno sport a cui accostare "Considera l'aragosta"? Forse andiamo oltre. Qui io indicherei la meditazione. La capacità del DFW di focalizzare un argomento e guardarlo da svariati punti di vista, rivoltarlo, offrire parallelismi e collegamenti insospettabili (per un pirla come me), be', mi fa commuovere. Ecco, una genialità che mi fa piangere (come quando riguardo i video dei Queen in cui c'era Mercury).

Lasciando perdere il primo articolo, un resoconto degli "Oscar per il porno", il resto è per me qualcosa di incredibile: mai avrei pensato di seguire certi ragionamenti - a fatica, perché incapace rimango. Tipo che se l'autore fosse ancora vivo, farei un serio corso di Inglese, poi mi metterei in aspettativa per far parte della sua classe di letteratura, fosse solo per quelle tre settimane dedicate alla scrittura che Wallace non voleva mai fare ma alle quali si trovava costretto dopo aver corretto i primi compiti dei suoi studenti.

Dopo aver letto "Considera l'aragosta" nemmeno scrivere un SMS sarà più la stessa cosa. Ovvero:
  1. Lo scriverete di merda come prima
  2. Stavolta però, una volta terminata la composizione del messaggio, lo rileggerete
  3. Vi accorgerete di errori a cui prima non avreste fatto caso
  4. Correggerete i suddetti errori: cercherete di evitare pleonasmi, incoerenze nella consecutio, scriverete i numeri fino al venti in lettere invece che in cifre; eviterete persino di scrivere "nn" e "ke"
  5. Tornerete ai punti 2, 3 e 4
  6. Spedirete l'SMS
  7. Lo rileggerete accorgendovi di altri sbagli e penserete: "Noooooo, cazzo!" perché sarà troppo tardi e proverete a pensare se c'è un modo per annullare l'invio - non c'è
(Nonostante tutto l'impegno possibile, anche questo post e l'intero blog  sono pieni di errori, ne sono sicuro. E io posso solo scrivere un disclaimer, cioè le mie scuse.)

Infine parliamo di "Uomini che odiano le donne" della buonanima di Larsson. Bene. Come dire, quest'opera mi fa pensare a una partita di calcio.

Guardata in televisione, spaparanzato sul divano. Senza commento per sciopero dei cronisti.

E io odio il calcio.

E non guardo la televisione.

(In realtà non ce l'ho con l'autore svedese, io non saprei scrivere due righe delle sue. Ce l'ho con i suoi fan.)

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Judgement day" dall'album F.U.C.K. dei Van Halen. Voi fate come cazzo vi pare.

domenica 10 aprile 2011

FaceBook, il plastico, la privacy, la Coop.

Ci sono vari metodi per attirare l'attenzione della massa.

Uno di questi consiste nel prendere un fenomeno sociale, magari "più famoso che conosciuto" (cit. un certo Manzoni, vecchio blogger). Questa mossa sfrutta la paura (o meglio ancora la paranoia) generata dall'ignoranza (e l'ignoranza dei molti ha sempre giocato a favore dei pochi). Dopodiché si costruisce un servizio "giornalistico" contornandolo di frasi quali: "Vi sentite al sicuro?", magari con un bel plastico in studio (della home page di FaceBook, ve lo immaginate), lo si manda in onda e si godono gli ascolti e gli introiti della pubblicità durante la trasmissione, nonché il ritorno d'immagine come "paladini dell'informazione ai cittadini".

Mi è capitato di leggere l'ennesimo (pessimo) articolo dal titolo evocativo "Il prodotto sei tu", che metteva in relazione i (servizi di) social network e la perdita di riservatezza per i dati personali degli utenti.

"I nostri nomi e cognomi, indirizzi, numero di cellulare, gusti, preferenze sessuali e d’acquisto “corrono liberi nelle praterie della rete” dove i pubblicitari non vedono l’ora di prenderle al lazo e Facebook ha il compito di trattenerli"

Accidenti, quindi possono sapere come mi chiamo, che sono eterosessuale ma mi piace guardare i film di lesbiche di Joe D'Amato?

Bene, nessuno crede che Mark Zuckerberg sia un benefattore dell'umanità. Non so voi, ma io non immagino il signor FaceBook come un ragazzino che a tempo perso ha realizzato un prodotto a beneficio della comunità senza nessun riscontro economico.

OK, allora che fa il nostro Zuck? Vende i nostri dati alle aziende:
  • Le nostre foto
  • La nostra data di nascita
  • Il luogo in cui ci troviamo
  • Le informazioni riguardanti gli studi fatti e l'occupazione attuale
  • I nostri gusti, partendo dai "mi piace" associati a brani musicali o film o estratti da libri che desideriamo condividere con altri.
Vi immaginate cosa potrebbe succedere? Che un giorno l'immagine del vostro profilo potrebbe essere usata per pubblicizzare un dentifricio o lo "Stadium pal". Terribile vero?

Oppure potrebbe succedere, per esempio, che mi arrivino messaggi del tipo:

"Caro SpeakerMuto, sappiamo che:
  • non sei tifoso di calcio
  • non guardi la TV
  • è la tua compagna a scegliere l'auto
  • ti piace puzzare quindi non compri profumi
Di conseguenza d'ora in poi non ti segnaleremo più prodotti di queste fasce di mercato.

D'altro canto, sappiamo anche che sei un appassionato di musica e ti piace l'alternative rock. Da un'indagine realizzata incrociando i tuoi dati personali con quelli di altri milioni di utenti, abbiamo pensato di creare un'emittente web che trasmette brani, video, informazioni, novità e interviste su artisti quali Placebo, Alice in chains, Soundgarden, Rage against the machine e l'immancabile tanti altri! Ricaviamo guadagni dagli inserzionisti e dalle band emergenti che ci scelgono per promuoversi attraverso il nostro servizio. Se sei interessato clicca qui."

Be', ripensandoci, questo furto di dati non sarebbe poi così male, eh!

Ma no, che dico! Basta, tolgo le mie foto da FaceBook. Anzi, cancello proprio il mio account - poco importa che i dati rimangano in possesso del servizio di social network.

OK, adesso sono libero dalla preoccupazione per la mia privacy e dall'occhio indiscreto delle aziende, per cui:
  1. Vado alla Coop a fare la spesa, con la mia tessera di socio, che permette alla catena di supermercati di conoscere le mie scelte in merito agli acquisti, capire a quali prodotti sono più interessato, indirizzare le offerte promozionali ecc.
  2. Pago col bancomat, così io ho traccia delle mie spese, ma anche la mia banca ce l'ha.
  3. Dopodiché vado in autostrada e uso il Telepass, che raccoglie i miei itinerari.
  4. Già che ci sono passo all'Agip a fare il pieno e pago con la carta socio, con la quale mi danno dei regali di merda (tipo giacconi modello pastore sardo-cinese) ma sanno vita morte e miracoli dei miei serbatoi.
  5. Arrivato a destinazione passo alla Fnac e acquisto un bel regalo per Lei, con la relativa tessera socio e ancora il bancomat.
  6. Toh, mi è arrivato un SMS: è "Moda Italia" che mi avvisa dei saldi.
  7. Ah, già che ci sono vado su repubblica.it e faccio un test sulla personalità e sulle mie attitudini.
  8. Infine, partecipo a un sondaggio sulle mie preferenze in merito a squadre di calcio, trasmissioni televisive, auto e profumi (dove l'ho già sentito quest'elenco?)-
Ecco, adesso mi sento molto più riservato.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Eye in the sky" dall'omonimo album degli "Alan Parsons Project". Voi fate come cazzo vi pare.

P.S.: per meglio tutelare la mia riservatezza, devo sperare che i miei 6 lettori fissi non leggano questo testo?

sabato 9 aprile 2011

Il telefono. La mia croce.

Ognuno di noi ha dei meccanismi mentali di protezione.

Ad esempio: creare delle bugie a fin di bene (il nostro, naturalmente). E' un modo per difenderci dagli altri, dal loro giudizio. Per essere davvero convincenti, anche le menzogne devono essere tali. Quindi il risultato migliore si ottiene quando mentiamo a noi stessi, cioè la bugia non è tale nemmeno per noi, a meno di non analizzare approfonditamente la cosa.

Un esempio. In ufficio hanno dato ai dipendenti la possibilità di richiedere una scheda telefonica convenzionata, permettendo di risparmiare parecchio rispetto alle tariffe "regolari". Io non l'ho richiesta. Per i seguenti motivi:
  1. Ho il timore di diventare rintracciabile per i miei superiori (come se fossi indispensabile, eh).
  2. I numeri di telefono sono stati esposti in una pagina della intranet dell'agenzia e non mi va l'idea: la privacy ecc.
  3. Cambiare numero è una follia: tutti ti cercano all'altro, soprattutto quelli per cui pensi: "Va be' che glielo dico a fare, non ci sentiamo mai"
  4. Non mi andava di comprare un altro cellulare, anche dual-sim, per usare entrambi i numeri.
  5. In effetti io telefono pochissimo: 50 € di ricarica mi durano per un anno e mezzo, l'operatore quasi mi blocca la scheda
La realtà è però un'altra. Io odio il telefono.

Siete liberi di pensare che io:
  • sia sordo e/o
  • balbetti e/o
  • abbia difetti di pronuncia che Gatto Silvestro e Paperino si sognano.
Ma è più forte di me: quando sento squillare il telefono (che sia quello dell'ufficio o il mio cellulare) non penso "Chi sarà?" ma "Chi cazzo rompe i coglioni adesso???".

Forse tutto è cominciato parecchi anni fa, quando ero bambino. Ero in ufficio dai miei ma loro non erano in stanza. Chiamò un loro collega, io risposi, lui non mi chiese chi fossi (data la mia voce di allora, forse pensò a una segretaria) ma mi domandò se fosse arrivata una certa pratica. Magari perché sentivo spesso parlare di lavoro mio padre e mia madre, mi sentii in dovere di rispondergli e bofonchiai un "n-no..." (e naturalmente non avevo la più vaga idea di cosa stesse chiedendo). Al che lui tirò un bel "Ma porco..." e chiuse la comunicazione.

Con la cornetta ho sempre avuto un pessimo rapporto. Spesso mi è capitata la vecchietta che sbaglia numero e non chiede scusa. Allora l'ultima volta ho fatto finta di niente e lei m'ha raccontato i fatti suoi. Dopo cinque minuti mi ha detto:

- Com'è che oggi hai una voce diversa?
- Per parlarti meglio.

Ho sempre pensato che il telefono sia stato inventato non già da Meucci ma dalla moglie. E' nota infatti la propensione delle donne alla comunicazione. Soprattutto se unidirezionale. Per esempio, Lei è riuscita a condensarmi, in una telefonata di un'ora, ben due ore di pettegolezzi raccontati durante un tè con un amica. E mentre blaterava di una tipa che giochicchiava con la cerniera lampo dei pantaloni di un collega, io pensavo che avrei preferito fare altro (leggere, suonare la chitarra, guardare una puntata di Scrubs). Invece camminavo per casa col cellulare in mano e ogni tanto lo allontanavo dall'orecchio (che nel frattempo era diventato incandescente) per bestemmiare un pochino, mentre l'orchite mi faceva inciampare. A un certo punto Lei mi ha chiesto:

- Scusami, ti sto annoiando?
- SI'.
- Ma come???

Diciamoci la verità: spesso le comunicazioni sono inutili. Mia madre mi telefona ogni sera e mi chiede:

- Tutto OK?
- Tutto OK.
- Tutto a posto?
- Tutto a posto.
- Tutto tranquillo?
- Tutto tranquillo.

Una volta le ho fatto notare che:
  1. Mi chiede per tre volte la stessa cosa. Solo, con parole diverse.
  2. Quindi basterebbe la prima risposta.
  3. Perché continuare a chiedermelo? Dà per scontato che mi debba succedere qualcosa? E se mi incalza, cambio versione? Cos'è, un interrogatorio? Dov'è lo specchio mono-direzionale?
  4. Se anche mi capitasse un problema certo non glielo racconterei (come quando mi sono rotto una gamba e gliel'ho tenuto nascosto fino a Natale, quando sono dovuto rientrare per forza a casa, se no chissà cosa pensava - che mi fossi rotto una gamba, magari); figuriamoci, già è agitata quando è tutto OK, tutto a posto e tutto tranquillo; sarebbe il mio incubo se, trovandomi in difficoltà, decidesse di venire a stare da me per "aiutarmi": mi suiciderei buttandomi dalla finestra (10° piano, adoro stare in alto). Quindi preferisco, nel caso, mentire a fin di bene. Il mio, appunto.
  5. Ad ogni telefonata mi chiede: "Cos'hai? mi sembra un pochettino..." e questo "pochettino" non si sa né cosa sia né da dove lo ricavi (cioè non lo so io e non lo sa lei); certe volte prima di chiamarla mi faccio un cocktail di ero e coca, in modo da stare su di giri e non farle pensare che io sia depresso; allora lei mi dice: "Eh, come sei allegro oggi! Cos'è successo???". Niente, non se ne esce.
Se non si è ancora capito, mia madre è un tipo un po' nevrotico. Per prima cosa quando sto al telefono con lei apro repubblica.it, perché sicuramente mi chiederà: "Hai sentito cos'è successo (per dire) a Catanzaro? Non leggi le notizie?". Ora:
  • Io vivo a Roma.
  • Mia madre sta a Enna
  • Entrambi sono posti molto lontani da Catanzaro, a meno che non esploda una centrale nucleare; in tal caso, niente più sushi.
Insomma, sticazzi di Catanzaro. Per non parlare delle previsioni del tempo. Io non le guardo e mi baso su quello che vedo dalla finestra la mattina. OK, magari non è il massimo, e che li abbiamo in orbita a fare i satelliti ecc. Ma lei riesce a darmi tutte le previsioni dei sette giorni a seguire, naturalmente concentrandosi su quelle negative.

- Mamma, oggi sono stato al laghetto dell'EUR, sdraiato su una panchina, a prendermi un po' di sole
- Eh, ma devi stare attento! Le previsioni dicono che da domani arrivano brutti nuvoloni!

Capito perché finisce che io non le racconti niente? Perché trova sempre un aspetto negativo. Ma naturalmente non finisce qui, perché poi lei mi rimprovera:

- Ma non mi racconti ma niente?

Infine, vogliamo parlare della telefonata standard della madre a uno studente universitario? Ho dimostrato ai miei coinquilini dell'epoca che potevamo tranquillamente scambiarci i telefoni, tanto le nostre risposte erano sempre queste:
  1. Sì, tutto bene
  2. Sì, sto mangiando
  3. Sì, i soldi mi bastano
  4. Sì, studio
  5. Va bene, ciao
Quindi, ad amici ed amiche chiedo perdono per la mia "misantropia telefonica": come avete letto non lo faccio né per tirchieria né per pigrizia o tanto meno per amnesia. Scriviamoci o, quando possibile, incontriamoci davanti a una pizza e una birra.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Call me" dei "Blondie". Voi fate come cazzo vi pare.

giovedì 7 aprile 2011

Entomologia AKA il circoooooooo...

(Le trasmissioni proseguono con programmi di repertorio)

Per un anno lavorai a Palermo e presi in affitto un monolocale. Letto matrimoniale, armadio, tavolino pieghevole, angolo cottura, mini-frigorifero, bagno. Venti metri quadrati. Praticamente era la casa di Pozzetto nel "Ragazzo di campagna", solo che la sua aveva più roba.

Il locale si trovava all'interno di un complesso ed era attiguo ad altri simili, tutti di uno stesso proprietario. Le mura tra ogni appartamento erano molto sottili e la notte potevo sentire molto più di quanto volessi: il russare del mio vicino, un gruppetto che giocava con la PlayStation alle corse automobilistiche, i sospiri di una fanciulla che si faceva trapanare dal ragazzo.

Il problema, però, non erano i residenti al di là della mia porta, ma quelli all'interno del locale. La mia casa (anche se avevo affittato stanze singole più grandi) era infestata da qualsiasi tipo di insetti.

Una notte venni svegliato da un rumore che non riuscii subito ad identificare. Colto nel sonno, per me poteva anche essere un carro armato che passava da quelle parti. Accesi la luce. Il frastuono proveniva da una busta sopra l'armadio. Dopo qualche istante si manifestò il responsabile: era uno scarafaggio (o "blatta") lungo quasi dieci centimetri; sorpreso dalla luce della mia abat-jour, era quindi uscito dalla busta spiccando un salto verso terra. Trattenendo lo schifo, presi una paletta e lo spiaccicai. In effetti, con la bella stagione, ogni lunedì trovavo uno scarafaggio a pancia all'aria, stecchito a causa del caldo. (Anche voi avete prurito?)

Una mattina finii la doccia e mi misi gli occhiali. Feci per togliere il tappetino di gomma per farlo sgocciolare, quando vidi un ragno dalle zampe lunghe cinque centimetri ciascuna. Spiccai un salto e bestemmiai, dopodiché cercai qualcosa per ammazzare quel coso con cui speravo di non essere entrato in contatto mentre mi lavavo. Da quella volta ho fatto sempre la doccia con gli occhiali e mi sono ripromesso di farmi operare agli occhi (cosa che in effetti ho fatto).

Una notte mi svegliai per il fracasso che faceva un calabrone contro la finestra. Accesi la luce e saltai in aria bestemmiando e tremando: c'era un piccolo scorpione rosso che camminava in un angolo della stanza. Lo ammazzai, ma quella notte non riuscii a riaddormentarmi. Alle 4:30 mi rassegnai a non riprendere sonno. Mi preparai, presi la metro e andai in ufficio. Raccontai l'accaduto ai miei colleghi. Kalosjo mi rassicurò:

“Di che colore era? Rosso? Quelli rossi non sono velenosi. Bisogna aver paura di quelli neri”.

Dopo un paio di settimane trovai un altro scorpione. Non era rosso, ma non era neanche precisamente nero - diciamo color cenere. In effetti, stavolta pensai semplicemente: "Eccone un altro". Ero pronto ad affrontare la savana facendomi strada tra le mangrovie a colpi di macete, in camicia, pantaloncini e panama.

Mi sembrava di essere in un circo. Avevo messo delle trappole per formiche. Inutili perché avevano scavato un buco che dava direttamente sulla strada, così avevano un continuo ricambio di aria e di compagne. Vi racconto questa scena. Avevo le zanzare e usavo il tossicissimo fornellino della Vape. Una sera:
  1. ho visto una zanzara stordita per terra
  2. le si è avvicinata una formica, che ha cominciato a toccarla
  3. la zanzara, spaventata, si è riavuta e ha ripreso subito a volare
  4. la formica, rimasta aggrappata, ha preso il volo con l'altra
  5. l'insetto di terra è quindi precipitato mezzo metro più avanti
(Ancora prurito?)

E a proposito di zanzare.

Un anno dopo mi trasferii a Catania. Se a Palermo avevo avuto vari tipi di insetti, qui lottavo solo contro le troie succhia-sangue. Il problema era che non si limitavano a pungermi: il loro ronzare mi svegliava continuamente. Per proteggermi, alzavo le lenzuola il più possibile, lasciando scoperto solo il naso per non soffocare, così durante l'estate sudavo tipo sauna e rischiavo di morire per disidratazione. Non bastava, erano assatanate.

Per un anno abitai in un bivani in cui la stanza da letto non aveva porte ma dava direttamente sul soggiorno, rendendo inutile ogni utilizzo di Vape o simili. Inoltre i muri avevano il parquet, quindi le bastarde infami erano pure difficili da localizzare. Ho passato ore a cercarle, provando persino con una torcia elettrica al buio, per avere la soddisfazione di spiaccicarle contro il muro, lasciando la macchia di sangue. Pure qui però c'erano dei buchi (alle finestre) per cui gli insetti non finivano mai. Le avevo persino a Febbraio, quando per il freddo c'era la condensa sui vetri. (Cercare un altro appartamento no, eh?)

In queste condizioni dormivo veramente poco e in ufficio ero distrutto. A volte era una lotta continua tenere la testa dritta e non farla crollare davanti allo schermo.

Se mi capitava, visto che le case a Catania sono alte 5 metri, per raggiungerle spruzzavo loro il Glassex multiuso, tipo laser-game. Avevo tutti i muri umidi e pieni di bollicine.

Alla fine mi ritrovai costretto a dormire usando un ventilatore puntato all'altezza della testa, anche in inverno. L'aria mossa confondeva il volo degli insetti, mentre il rumore uniforme delle pale copriva il ronzio di quelle maledette.

Così oggi abbiamo parlato della mia passione per l'entomologia.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Bumble bee (crash landing)" di Nuno Bettencourt, sulla compilation "Guitars that rule the world". Voi fate come cazzzzzzzzzo vi pare.

Scemo chi legge

Oggi volevo uno snack. Qualche giorno fa avevo preso dei cracker dal distributore, quindi li ho ricercati nella posizione A55 ma non c'erano. Allora ho dato una rapida occhiata ai vari scompartimenti. Niente. Non volevo qualcosa di grasso e "porco", quindi né Bounty né Snickers; mi sono accontentato di quattro biscotti doppi, farciti con cioccolato - praticamente il Big Mac per diabetici. Insomma ho preso una tale botta di zuccheri che mezz'ora dopo sparavo tante cazzate che sembravo un comico scarso, tipo quelli che andavano a Zelig-off. Solo che io partecipavo a una riunione.

Il problema dove sta? Nel fatto che in realtà la macchinetta Sodexo aveva dei cracker, ma io non c'ho fatto caso perché:

  1. l'immagine della confezione non somigliava a quella che avevo preso in precedenza
  2. c'era scritto "CRACKER" a caratteri cubitali rossi con rilievo nero, ma io non leggo le scritte
Ecco, proprio al secondo punto sta la questione.

Io non leggo.

Sarà che sin da piccolo ero molto miope (e sono già state valutate ed escluse cause come le pratiche solitarie) per cui nella vita di tutti i giorni mi sono basato su altri meccanismi mentali.

Intendiamoci, mica come Daredevil (il cui film del 2003 è talmente orrendo che persino Ben Affleck se ne vergogna). Però consideriamo la guida. Come ho già detto, una volta non esistevano i navigatori, per cui si arrivava a destinazione con le cartine stradali, chiedendo ai passanti, o peggio ancora con i cartelli stradali. Ecco, io praticamente questi ultimi non li guardo mai (va be' a parte gli stop, le direzioni obbligatorie e così via, che comunque ho sempre "intuito" piuttosto che "letto").

Per sapere che strada prendere:
  • se si tratta di un posto in cui sono già stato, ricordo gli spostamenti (perché in effetti ho un discreto senso dell'orientamento; certo più facile orientarsi a Catania, grazie all'Etna da una parte e al mare dall'altra, che non a Roma)
  • altrimenti, be', meno male che adesso esiste il Tom Tom.
Tornando al cibo, in effetti non leggo nemmeno gli ingredienti degli alimenti. Per cui non mi accorgevo, per esempio, che il double-chock della Coop conteneva grassi idrogenati - beata ignoranza, perché era buonissimo. Io continuerei pure a mangiarlo, perché di qualcosa si deve pur morire, e allora è meglio farlo pieni di endorfine invece che per colpa di terremoti e radiazioni. Peccato solo che non lo fanno più, maledette associazioni salutiste.

D'altra parte anche la mia passione per la chitarra elettrica alimenta questa mia lacuna. Infatti quando acquistate uno strumento nuovo non è compreso il libretto di istruzioni (magari per alimentare il business dei liutai che lavorano in quello stesso negozio, mia croce e delizia).

Ma soprattutto, come già accennato brevemente, non ho mai imparato a leggere il pentagramma. Ricordate le ore a scuola media quando il maestro di musica, dopo una lezione sui Sex Pistols (ah no, forse parlava di Verdi) diceva: "E ora un po' di solfeggio" e si metteva a fare strani disegni in aria col braccio mentre strillava "Taaa, taaa, taaa, ta! Taaa, taaa, taaa, ta! Taaa, taaa, taaa, ta..." e così via per mezz'ora, mentre la classe cercava in tutti i modi di trattenersi dal ridere? (Ecco un esempio di come l'istruzione faccia di tutto per allontanare i giovani dalla cultura, seriamente.)

Ma quando è cominciato tutto?

A differenza di quanto sosteneva mio padre, da bambino ero molto scrupoloso nella lettura. In effetti leggevo dall'inizio alla fine le istruzioni per montare le sorprese dell'uovo Kinder - che poi smetti di essere bambino quando ti rendi conto che il cioccolato è buono ma le sorprese fanno cagare. Allora lui mi sfidò: "Ma non riesci a montarle senza quel fogliettino???"

Ecco, da quel giorno io non leggo praticamente nessun manuale. Ho un cellulare, una macchina fotografica digitale, una videocamera? Bene, ci smanetto sopra finché non trovo quello che mi serve, ma non uso le istruzioni. Poco importa se vuole un alimentatore da 9 V e gliene attacco uno da 12. Se poi fa puzza di bruciato, è sicuramente un difetto di fabbrica.

D'altro canto, come già accennato, molti miei ex datori di lavoro ritenevano inutili i libri e la formazione in generale. In particolare ricordo ancora chi, con aria di superiorità, sfogliava uno dei nostri manuali e diceva "Ecco, ho già imparato tutto". (Dopodiché è andato a ipotecare la casa perché la ditta non vinceva nessun appalto e stava fallendo. Altre opinioni sulla qualità del made in italy?)

Ma ditemi la verità, chi di voi legge il "disclaimer" dei siti dove vi registrate? Il bugiardino dei medicinali? E l'avviso in merito alle pene previste per chi viola il copyright dei DVD (che naturalmente vi ritrovate in ogni DVD scaricato con BitTorrent)? Quanti sono quelli che installano un programma e leggono l'informativa, senza andare direttamente a "Sì, ho letto e accetto. Installa e non rompere il cazzo"?

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "I can't read" dall'eponimo album dei "Tin machine". Voi fate come cazzo vi pare. Scemi.