(Le trasmissioni proseguono con un programma di repertorio - Con il 1° episodio in regalo il 2° e la copertina del primo volume)
1° episodio:
“Il primo passo”.
"Ogni mattina il primo passo è quello più difficile". Questo è quello che mi disse un vicino mentre salivamo in ascensore. Io ero in tuta da ginnastica, con la gamba sinistra sollevata e con le stampelle. Anche lui subì una frattura a tibia e perone. Io netta, in un punto solamente. Lui in tre differenti. “Non ho potuto più riprendere il tennis. Non posso correre”, sono quelle frasi che da un lato ti fanno rimescolare le budella, “... io non avevo volontà, magari tu che sei sportivo riprendi a farlo”, dall'altra vorrebbero essere un incoraggiamento.
A distanza di qualche tempo, posso dire che è vero: il primo passo è quello più difficile. Ogni volta che mi alzo la gamba sinistra mi fa male e mi fa piegare in due. Poi comincio pian piano a camminare e il dolore diventa sopportabile. Zoppico ancora, e la caviglia gonfia non mi permette il 100% di escursione nell'articolazione. All'ultimo controllo, un dottore mi ha detto che posso cominciare a camminare ma che devo farlo ancora con le stampelle. Dovrei, ma dopo un paio di giorni ho iniziato a non usarle. A volte le tengo in una mano, tanto che più di un amico mi ha detto: “Ora sei tu che porti loro”.
La verità è che voglio farcela senza aiuti. Non voglio che mi vedano con le stampelle. Che a mensa mi portino il vassoio, che si affrettino ad aprirmi le porte o che mi debbano accompagnare in auto. Nessuno mi ha mai fatto pesare niente e anzi tutti mi sono stati più vicini che mai. Però sono ormai passati tre mesi dall'incidente e vorrei fosse già tutto a posto. Vorrei che nessuno mi vedesse debole.
Non mi era mai successo niente del genere. Ero caduto con la bici e con lo scooter. Anche un piccolo incidente in auto, tanti anni fa. Non mi ero mai fatto niente di serio. Con questo spirito ero andato a pattinare su ghiaccio in novembre. Tre secondi e sono caduto. L'inesperienza ha fatto il resto: avevo allacciato gli stivaletti troppo larghi, il pattino ha fatto da perno e questo probabilmente ha provocato la frattura da torsione.
“A me hanno sbagliato la trazione”. Cristo, gli rispondo io. Ti bucano il calcagno per inserirci un ferro e poi ti attaccano dei pesi con dei cavi per riallineare la frattura. Quindi tu arrivi con due ossa rotte e loro te ne rompono un terzo. “Per questo avevo la gamba che continuava a gonfiarsi in ospedale”. Già, l'ospedale: bloccato a letto. Io che cercavo di resistere, di non chiedere anti-dolorifici, ma poi cedevo, e le infermiere mi dicevano che era peggio aspettare perché la soglia del dolore si alza . Mi hanno inserito una barra di titanio dentro la tibia. La dovrò tenere per un anno. Mi chiedo se agli scanner dell'aeroporto mi fermerebbero come presunto terrorista.
Mi hanno operato il giorno del mio compleanno. Guarda che il destino è beffardo. Avendo nascosto tutto a mia madre, ho dovuto fingere ogni giorno di essere al lavoro, soprattutto quel giorno, mentre lei mi telefonava per farmi gli auguri e un'infermiera negata mi bucava con un'iniezione preparatoria per l'intervento. Poi, il giorno che mi sono presentato a casa con le stampelle e il piede sinistro sollevato, lei si è messa a piangere (mia madre, non l'infermiera).
Sono fortunato. Me lo ripetono dall'incidente. “Già muovi la gamba dopo l'intervento”, “Potevi romperti i legamenti, quelli non tornano più come prima”, “Poteva essere una frattura multipla o esposta”. Si alternano scenari tragicomici: “Mia zia si ruppe tutti e due i polsi, non poteva neanche andare in bagno da sola” e scenari da King: “Uno ha perso le dita perché era caduto e gli è passato sopra un altro coi pattini”. Sì, è vero che posso sempre pensare che “c'è chi sta peggio”, ma rallegrarsi per le disgrazie altrui mi sembra tutt'altro che umano.
E' bastato un solo, irreversibile attimo a fermare tutto. Mi sento come quel personaggio di Unbreakable, l'uomo di cristallo interpretato da Samuel Jackson. E non è il dolore del momento, l'immagine del piede che pende inerte a sinistra ed io che inutilmente lo prendo in mano per rimetterlo a posto.
Ad ogni passo che faccio, ad ogni scalino che salgo e scendo, mi chiedo: ce la faccio? Se mi reggo solo su un piede, cederà? Il fatto che comincio a camminare significa che sto migliorando? o sto forzando troppo e sto rallentando la calcificazione? Tornerò a camminare senza zoppicare? A correre? A sentirmi giovane e forte come una volta? Ho visto dalla finestra la gente passeggiare, fare jogging. E invidiarla.
Una cosa è certa. Non sono mai stato un appassionato di serie televisive, ma di Dr. House non ho perso una puntata.
2° episodio: "Via la prima vite"
Il Dr. Oddi mi chiede: “Sembri accaldato. Che, stai preoccupato?”, “No”, gli rispondo io ed è vero, “Be', in effetti il battito è a posto”. Però me l'hanno chiesto in così tanti che potrei anche preoccuparmi del fatto che non lo faccio.
Mentre mi operano, le discussioni vanno sul tecnico: “Ho provato il 2000. Oh, non consuma niente!”, “Eh certo, però ogni volta è un macello trovare parcheggio, mica siamo in America, quelli sì che sono abituati ai Suv”. A quanto pare la carriera del medico sembra essere redditizia. Forse ho sbagliato lavoro. Anzi, sicuramente, ma questa è un'altra storia. “Complimenti per la depilazione, SpeakerMuto, non c'è un pelo neanche a cercarlo”. In effetti la sera prima sono stato un'ora nella vasca e ho finito la schiuma da barba. “... e neanche un taglio”, “Allora ho una carriera da estetista assicurata”. Magari mi presento alla Squibb come dimostratore.
Per far passare il tempo prima dell'intervento, passeggio col camice in corsia; solo che non mi rendo conto che da dietro, anche se è allacciato, si vedono gli slip. L'infermiera negata se ne accorge e mi sgrida. Va be', l'età media delle ragazze qui ricoverate è di 65 anni, forse ha paura che venga loro un infarto.
Ho un chiodo endomidollare, ovvero una sbarra di titanio all'interno della tibia, trattenuto da due viti. Oggi me ne tolgono una “per favorire la calcificazione”. Sono cinque mesi che vorrei favorire questa stramaledetta calcificazione di un osso con frattura spiroide. Il Dr. Palmacci mi mostrerà la vite al termine dell'intervento, appena estratta: e' nera, a occhio larga mezzo centimetro circa e lunga forse cinque.
I miei compagni di stanza, anche loro in day hospital, sono inizialmente in due, a cui poi si aggiungerà un tizio sulla settantina per essere ricoverato. Un “tunnel carpale destro” ed un “menisco sinistro”, così i medici chiamano i loro pazienti. Menisco è un ragazzone molto alto e tanto per cambiare gioca a basket. Era arrivato in serie B, ora gioca solo per passione ma non si allena più, motivo dell'infortunio; infatti: “Tra il lavoro, 'a moglie che rompe... anzi, mò 'a chiamo”. Si sono sposati l'estate scorsa e lei, quando più tardi arriva, sembra proprio una ragazzina; il ragazzone, intanto, si lamenta del fatto che spesso si ci sposa troppo giovani, riferendosi in particolare a sua madre. Va be'...
Carpale, invece, è sulla cinquantina, fisico da centurione ma con qualche acciacco (che all'epoca non potevano permettersi): durante una partita a pallone si è strappato il tendine d'Achille, tanto per rimanere in tema di antichità. Anche sua moglie arriverà nel pomeriggio, tutta vestita di rosa. Io invece sarò solo tutto il giorno, visto che ancora non hanno inventato il tele-trasporto Catania-Latina per Lei.
L'anestesia è la cosa più rognosa: ti infilano un ago o qualcosa del genere prima ad altezza lombare poi nell'inguine e ti pizzicano i nervi per trovare quelli giusti da anestetizzare, operazione non proprio piacevole.
Durante l'operazione sento qualche spruzzo di sangue sulla coscia; faccio notare che mi stanno spostando qualcosa dietro il ginocchio, se potessero evitare... Per il resto niente da segnalare. “Dura più la preparazione che l'intervento vero e proprio”. In effetti.
Qualche minuto prima, chiedo al Dr. Palmacci: “Dottore, tornerò a correre?”, “Stia tranquillo, lo farà anche prima che le togliamo il chiodo endomidollare. Questa è una tecnica inventata dai tedeschi, per far tornare i soldati in guerra quanto prima”. Bene allora, si sa che i militari hanno sempre a cuore la salute del genere umano.
Nel pomeriggio non vedo l'ora che la gamba si riprenda dall'anestesia; stupidamente mi sforzo di farla muovere, non sopporto di vederla inerte. Tutto depilato, l'arto mi ricorda il post-primo-intervento, quando era diventata la metà, ma mi sono impegnato con la cyclette. Una volta ho sentito definire la felicità come “migliorarsi”.
Doc passa per farmi firmare le dimissioni. Mi dice di non forzare e magari di aiutarmi con le stampelle per un paio di giorni; va via, io provo a camminare e so già che non le userò. Visto che qui non sono proprio celeri in certe cose, mi tolgo da solo la cannula per gli antibiotici dal dorso della mano destra, tampono la fuoriuscita di sangue finché non si arresta, dopodiché vado in medicheria per farmi disinfettare.
Diagnosi: “Intolleranza mezzi di sintesi in esiti frattura gamba sinistra”, “Dottore, che vuol dire?”, “E' solo una formalità, le abbiamo tolto la vite perché altrimenti la calcificazione non poteva procedere lì dove si trovava”. Immagino se avesse fatto il poliziotto, il verbale sarebbe stato: “Intolleranza della milza ai proiettili in esiti scontro a fuoco”. Leggo che mi prescrive il Clexane, “contro i trombi, nell'eventualità che stia fermo dopo un intervento ortopedico”. Col cavolo che ho intenzione di prenderlo! L'ultima volta, per un taglietto da rasatura, sono stato ad una cena con la guancia rossa per il sangue che non coagulava.
“Sa, SpeakerMuto, mio figlio di 9 anni mi ha detto che vuole andare a pattinare su ghiaccio, e io in una settimana ho visto lei, un altro ragazzo ed un bambino di 10 anni con la gamba rotta per questo”. “Dottore, mi offro come testimonial”.
Dopo qualche mese tornerò a camminare e a correre. Ma questa è un'altra storia.