mercoledì 30 marzo 2011

Pleased to meet You, hope You guess my name

Non ti conosco bene. Anzi, non ti conosco per niente. Ti vedo non troppo spesso, ma neanche di rado. Diciamo ogni tanto, tipo una volta ogni tre giorni.

Passi di qua, frequenti i miei amici, ti metti a raccontare qualche aneddoto per far ridere, chiacchieri dei fatti tuoi e mi guardi negli occhi, cerchi la mia attenzione.

Io sono una persona tendenzialmente riservata con gli estranei, ci metto un po' di tempo a sputtanarmi. Tu invece non ti fai problemi e stabilisci subito un contatto, ti mostri immediatamente per quello che sei. L'altro ieri ci parlavi di tuo figlio che ha tre anni e mentre giocava con i tuoi occhiali ti ha infilato la stanghetta nell'orecchio e ti ha fatto malissimo e hai visto le stelle e sei dovuto andare dal medico che ti ha detto che non puoi più sentire un certo intervallo di frequenze da quel lato.

Ti incontro in corridoio. Mi chiedo se devo salutarti. Ti guardo negli occhi, per vedere se mi riconosci. Mi guardi negli occhi. OK. Ti faccio un cenno con la testa e ti dico "Ciao". Tu niente.

Possibili spiegazioni:

  1. sei una persona simpatica ma un po' smemorata: non ti ricordi di me
  2. oppure avevi la testa tra le nuvole e non hai notato che passavo di lì, né hai sentito il mio saluto; anche se mi hai guardato negli occhi, in realtà pensavi ai fatti tuoi
  3. o invece non ti aspettavi che ti salutassi, abituato alla gente maleducata; quando te ne sei accorto era troppo tardi; prossima volta mi risponderai.
Va be', non è che non ci dormo la notte. La vita continua e non ci penso più.

Passa qualche giorno. Ti incrocio in un corridoio. Ti guardo negli occhi. Tu mi guardi negli occhi. Penso: "Stavolta si vede: ti ricordi di me. E anche del mio saluto dell'altra volta". Io ti saluto. Tu niente.

OK, allora:

  1. non sei una persona così simpatica come pensavo; è simpatia "intenzionale", per essere al centro dell'attenzione, ti piace "dare carte"
  2. quando ti ho salutato hai pensato: "Che cazzo vuole questo qua? Boh. Sì, poi ti mando gli auguri per Natale. Ma vaffanculo va. Che coglione..."
  3. sei una merda.
Bene, l'importante è saperlo.

Qualche giorno dopo ancora. Ti incrocio in corridoio. Io ti guardo. Tu mi guardi. Non voglio che pensi che sto per salutarti. Anzi, non intendo farti capire neanche che ti considero. Distolgo lo sguardo.

E mentre lo faccio, vedo con la coda dell'occhio che tu:

  1. mi saluti
  2. ti accorgi che ho fatto finta di non vederti
  3. giri l'angolo
  4. sbatti la porta.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Perfect strangers" dall'omonimo album dei Deep Purple. Voi fate come cazzo vi pare. Ciao. Anzi no.

lunedì 28 marzo 2011

Paranoimia, paranoimia, paranoimia!

Ieri sera sono tornato da Verona in aereo e appena sceso dalla navetta ho commesso un errore imperdonabile: ho gettato in un cestino dei rifiuti il talloncino della carta d'imbarco e lo scontrino del bar dell'aeroporto di Villafranca.

Maledizione. Devo sempre ricordarmi questa regola fondamentale: la pattumiera di un individuo racconta molte cose su di lui, più di quanto lui stesso sospetterebbe o sarebbe disposto ad ammettere. Ad esempio, dalla carta d'imbarco si sarebbe potuto dedurre che avevo preso l'aereo - va be', ero in aeroporto, ma ciò non toglie che si trattava di informazioni preziosissime.

Mi sono reso conto dell'errore appena ho lasciato cadere i foglietti nel cestino, ma ormai era troppo tardi: se avessi tentato di riprenderli Loro lo avrebbe notato e si sarebbe insospettiti, avrebbero cominciato a pedinarmi, magari fermandomi ai controlli e trovando nel mio zaino tre o quattro compact disc musicali non originali, incriminandomi per contraffazione. Ma anche senza quei CD avrebbero trovato qualche altra scusa per incastrarmi, portarmi via, imprigionarmi e/o ricattarmi per i loro scopi. Ne sono più che sicuro. Perché Loro agiscono così.

Anche la raccolta differenziata è fatta apposta per questo, non ho dubbi. Rende il Loro compito più facile. Basta riflettere: nella carta trovano le riviste a cui sono abbonato, le mie abituali letture. Un giorno stavo quasi per buttare una copia di "Lotta comunista" che incautamente aveva preso uno dei miei coinquilini da un "porta a porta". Nessuno di noi lo legge mai e anzi gli altri lo prendono proprio per non essere scortesi (io me ne fotto della scortesia, chi sei tu che vieni a rompermi le balle in casa?), ma lasciarlo nel sacchetto della carta sarebbe stato imperdonabile da parte mia, quindi l'ho bruciato e ho tirato su il fumo con la cappa della cucina. Stessa sorte per Altroconsumo, che quelli della Coop si ostinano a volermi dare e io accetto, affinché non sospettino che io sia un capitalista reazionario (anche se uso i buoni pasto).

E che dire degli estratti conto che la banca si ostina a mandarmi per posta? Eccheccazzo, devo decidermi a contattarli per dissuaderli in qualche modo. Potrebbero essere intercettati (sia durante l'invio che dopo essere stati gettati) da qualcuno che scoprirebbe i miei diecimila euro in banca. Potrebbero bloccarmi l'accesso ad assicurazioni, mutui oppure inviarmi pubblicità di strozzini che fingerebbero di agevolarmi nei prestiti per poi tenermi in pugno.

Maledizione! Una volta stavo tranquillo a leggere per i fatti miei davanti al Pantheon e un turista americano mi ha chiesto se ero un ragazzo italiano. Primo errore: gli ho detto di sì. Mi ha chiesto se poteva farmi una foto. Secondo errore: gli ho detto che non c'erano problemi. Adesso il mio volto si troverà in qualche documento falso che servirà alla mafia russa per far scappare qualche prigioniero afgano da una sicurissima ma non troppo fortezza statunitense.

Basta, mi cancello da Facebook, altro che "glocalizzazione"! Che quelli usano i miei dati personali per chissà cosa! Magari compaio nella pubblicità della "Preparazione H" su qualche sito web!

E da domani mai più bancomat: prelevo tutto il denaro dal mio conto e lo porto con me, così nessuno potrà capire dove mi trovo risalendo ai prelievi e ai pagamenti tramite POS.

Lo specchio in ascensore: sono sicuro che dietro c'è una telecamera. Ma certo! Questo spiegherebbe il perché dei continui guasti e conseguenti riparazioni e ancora altri guasti, che invece sono scuse per prelevare i nastri su cui registrano tutto, come quando controllo i miei capelli, mi schiaccio i foruncoli o mi tolgo il tartaro tra denti e gengive.

Se mi stanno già sorvegliando, non devo dargli l'opportunità di interpretare le mie mosse. Soprattutto devo dare l'impressione di avere una routine, in modo da fargli abbassare la guardia. Da domani caschi il mondo farò sempre gli stessi gesti ai medesimi orari giorno per giorno, senza sgarrare mai. Non dovrebbe essere difficile.

Potevano fregarmi. Ma io sono più furbo di loro. E soprattutto sono stato fortunato. Il mio collega in ufficio mi ha aperto gli occhi:

"Mia figlia voleva usare la mia PostePay per farsi inviare dei soldi dalle sue compagne di scuola, per fare un regalo a qualcuno, a un amico o a uno della TV, non ho capito bene. Ma mica sono pazzo! Tutte quelle ricariche da minorenni! Ma scherziamo? Non se ne parla."

Grazie Furio, ogni giorno che passa senza dare Loro una scusa per potermi venire a prendere e mettere in custodia lo devo a te. E comunque sono sicuro che tua figlia ha compreso le tue intenzioni e non te ne fa certo un colpa. No no.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Take us alive" dall'album "Saudades de rock" degli Extreme. Voi fate come cazzo vi pare. Ma noi non ci conosciamo e questo post non è mai stato scritto. Soprattutto da me.

domenica 27 marzo 2011

Quanto è cool l'arte

Su uno dei blog che seguo l'autore ha posto il seguente tema:

"Sto cercando di stabilire se avere un blog nel 2011 sia ancora cool"

Ora, con tutto il rispetto per l'autore, mi sembra una questione da "Rolling stone", intendendo la rivista.

"E' cool avere un blog nel 2011? Scopritelo insieme a noi nell'inserto in carta patinata! Interviste a Kate Moss e Elisabetta Gregoraci". (Tra l'altro, note scrittrici. Poi il fatto che abbiano scelto per la testata un nome che richiama la musica quando invece si occupano di glamour, be', mi fa un po' girare le palle.)

Per me chiedersi se una cosa è cool ha senso se:
  1. vendi
  2. la tua vendita ha ovviamente un "mercato" (cioè i potenziali acquirenti)
  3. questo mercato compra la roba cool, oppure
  4. la roba venduta può essere cool se lo sono il modo o il veicolo per proporla al mercato
E' cool vendere il mio libro su un blog? Girare un "dietro le quinte" del lavoro in studio per il nostro prossimo album? Sbandierare la propria omosessualità o il consumo di droga per attirare l'attenzione dei mezzi di informazione? Quante probabilità ha di incassare (e quindi ha senso spendere per realizzare) l'ennesimo film sui Transformers?

Un'altra domanda può anche essere, per un inserzionista: è fico pubblicizzare i miei prodotti su un blog molto frequentato? O viceversa: il mio blog è fico per farmi ottenere dei guadagni tramite advertising?

Poi magari possiamo partire dall'idea originale di web log: un diario, cioè qualcosa di molto personale. Dovrebbe quindi essere tenuto esclusivamente per il puro scopo di raccontare se stessi e magari interagire con i lettori.

Ma naturalmente l'industria del consumo trova sempre modalità e canali diversi per veicolare i propri prodotti. Se lo scopo del blog fosse affiancare in maniera promozionale un'altra attività, allora sarebbe un po' come essere un cantautore e chiedersi se sia una giusta mossa commerciale la partecipazione a Sanremo, ovviamente accoppiandola alla scrittura di un brano apposta per l'occasione e quindi privo di valore artistico "puro" ma progettato a tavolino. D'altro canto, quel tipo di artista è perfettamente conscio dei meccanismi dietro lo show business e probabilmente non ha mai composto una canzone senza meditare su:
  • cantabilità del tema
  • struttura strofa, ritornello ecc.
  • termini usati nel testo: linguaggio "giovane", radiofonicità, ripetizioni ecc
  • strumenti e sonorità utilizzati (alla Jennifer Lopez o alla John Cage?)
Professionisti come i Modà, i Negramaro o Tiziano Ferro hanno perfettamente in mente tutto questo e ci fanno i conti ogni minuto. A prescindere che piacciano o meno, è un dato di fatto che costoro e i loro produttori sappiano muoversi all'interno di un mondo con precise regole e cliché.

Quindi non "pura arte". Ma d'altro canto anche vendere è un'arte.

Probabilmente Scott Henderson si pone questioni molto diverse, perché non gli interessa sapere cosa è cool (o comunque non se ne serve per influenzare le sue composizioni e il suo modo di suonare); gli interessa solo esprimere quello che ha dentro. Al limite dirà: "I think this tune/lick/collaboration is very cool" ma non il "cool" del mainstream, ma come parere personale, svincolato da alcuna logica commerciale - quando un anglofono dice cool, be', è la sua lingua; invece in senso "internazionale", usata cioè da un italiano, torniamo al "Rolling stone" di cui sopra.

Detto questo, io continuo a seguire i blog che mi piacciono. Frega un cazzo che siano cool oppure no.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "As I am" dall'album "Train of thought" dei Dream Theater. Very cool. Voi fate come cazzo vi pare.

Domenica vs Lunedì

Oggi è domenica e sto da Lei a Verona (o giù di lì).

Il che vuol dire alzarsi alle 9 (e solo perché suona la sveglia, nonostante io abbia aperto gli occhi alle 6:30, eccheccazzo, ma Lei dormirebbe 14 ore per notte), andare in bagno, alzare la tavoletta per il bisogno piccolo (cioè pisciare) e abbassarla alla fine, se no chi La sente. In realtà io Le faccio un piccolo dispetto: chiudo anche il coperchio, perché:

  1. si evita che qualche oggetto vi cada dentro involontariamente
  2. è più elegante
  3. così ogni volta che mi abbasso per chiudere il cesso so che Lei dovrà chinarsi ad aprirlo - con la differenza però che io devo abbassarmi mooooolto più di Lei e soffro di mal di schiena
  4. posso cazziarLa: "Devi chiudere il cesso!" per vendicarmi di quando mi diceva di abbassare la tavoletta - il problema è che Lei se ne frega, peggio di un maschio
Quando faccio la doccia ho a disposizione cinque o sei flaconi tra bagnoschiuma, shampoo, creme e oli vari e per un momento mi sembra di essere alla Coop nel reparto dei succhi di frutta o delle marmellate, esattamente come quando andavamo a Catania da "Limoni" (appunto) di fronte la villa Bellini - chissà se c'è ancora.

Colazione al tavolo in cucina con tovaglia di plastica più tovagliette per ciascun commensale. Tazze con vari disegnini di mucche e paperette, biscotti a forma di animaletti vari, miele in contenitore con tappo dosatore, cucchiaio grande per il latte e cucchiaino per lo yogurt. Vengo cazziato nel caso faccia briciole fuori dalle tovagliette.

Sparecchiamo. Rifiuti: contenitore per la carta, secchielli per l'umido riciclabile e per il non riciclabile posti sotto il lavello. Se sbaglio Lei mi cazzia (tanto per cambiare).

Domani.

Nella mia stanza singola a Roma il cellulare squilla alle 7 (ma anche così mi sveglierò alle 6:30).

Tiro su le serrande. Una regolarmente, l'altra facendo un nodo da marinaio alla cinghia, essendosi prima strappata quella vecchia (da me sostituita in soli due giorni, pur seguendo le istruzioni su YouTube del tipo "Tapparelle for dummies", ma questa è un'altra storia) e poi rotto l'avvolgitore.

La toilette. Siamo in tre coinquilini ma fortunatamente abbiamo due bagni. In realtà uno solo è agibile, perché l'altro ha sempre la tavoletta abbassata e varie tracce di urina sopra di essa. Per non parlare delle sgommate (sì, insomma, merda). Incredibile quanto possa pesare uno spazzolone. Ringrazio tutte le mamme che puliscono il culo dei loro figli per vent'anni.

Bene, almeno c'è un altro bagno. Al momento della doccia tiro la tenda (ammuffita) e cerco le mie cose in mezzo a una ventina di flaconi, la maggior parte dei quali però non vengono più usati. Attenzione: questi ultimi non sono completamente vuoti, altrimenti sarebbe troppo facile anche per me capire quali sono quelli da buttare; in realtà tutti i contenitori sono quasi vuoti. Tempo fa sono riuscito a buttare una spugna abbandonata solo perché era talmente ricoperta di polvere da non giustificarne l'utilizzo persino da parte dei miei coinquilini.

In bagno vi è abbondanza di rotoli di carta igienica. Finiti. E naturalmente l'apposito contenitore non viene mai usato (l'ho fatto per il primo mese, poi ho capito che ero l'unico), ma la carta viene posata sul davanzale della finestra, sul mobiletto e sui porta-asciugamani (che tra parentesi portano anche asciugacapelli e stufette elettriche ma mai asciugamani: se uno spazio è condiviso o lo usano tutti o non può usarlo nessuno).

Colazione. Operazione preliminare: individuare una sedia che non stia cadendo a pezzi onde evitare rovinosa caduta con annessa frattura di qualche vertebra cervicale e conseguente tetraplegia. Cerco un po' di spazio sul tavolo, tra confezioni di carta igienica (quale posto migliore, considerato quanto detto sopra), macchie varie, chicchi di riso, cucchiaini sporchi di caffè abbandonati e appiccicati alla tovaglia di plastica (almeno questa c'è).

Rifiuti: abbiamo tre sacchetti di plastica per cui l'umido va in un contenitore e il riciclabile in altri due appesi ad una sedia, dove la differenziata è quasi riuscita - tempo fa avevo messo un post-it sul muro vicino migliorando almeno un po' la situazione (in realtà a volte sbaglio pure io).

I sacchetti sono sempre sistematicamente pieni. Soprattutto quello del non riciclabile, ma qualcuno continua a buttarci dentro roba. Di conseguenza o si aspetta che arrivi la colf (nostra salvatrice, vera conquista del capitalismo e eccezione al femminismo a cui sono grato) oppure si aspetta che qualche pirla (cioé io) si immoli per chiudere il sacchetto magari suddividendo manualmente quanto fuoriesce. A questo punto vado in ufficio a rilassarmi.

E poi quando sto da Lei c'è il sole. Dentro casa.

(Marò che smielato.)

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Satelliti" dall'album "Casa" di Mao. Voi fate come cazzo vi pare.

sabato 26 marzo 2011

Pleased to meet You, take my hand

Nel 2002 mi laureai e feci un colloquio di lavoro. Era la mia prima esperienza in tal senso e davo per certo che non sarebbe stata l'ultima ma l'inizio di una lunga serie, un calvario per ricevere uno stipendio in cambio di qualcosa che avrei dovuto saper fare - così mi auguravo, nonostante l'università non mi avesse fornito molte certezze. Affrontai quindi l'incontro pensando che non fosse determinante per il mio futuro professionale.

Nella sala d'attesa mi accolse la segretaria. Scambiai con lei quattro chiacchiere in totale tranquillità prima di passare al colloquio con il responsabile delle risorse umane - quanto odio quest'espressione; come se le persone stessero in magazzino tipo legna da ardere ("Quanti ne possiamo buttare ancora dentro la caldaia?"). La tipa era molto simpatica e mi mise a mio agio: "Dal tuo curriculum vedo che conosci molti linguaggi!"; ero tentato di fare il modesto (o di essere sincero?) e dire che non avevo una conoscenza approfondita di tutto, ma lasciai stare. Mi fece vedere una brochure con varie stronzate in "aziendalese" tipo mission, vision, people first, ecc. Sembrava uno script di "Volevo solo dormirle addosso".

Dieci minuti dopo mi portò nella stanza successiva a svolgere dei test scritti. Lì scoprii due cose:

  1. la "sala d'attesa" costituiva in realtà metà della sede (mentre io immaginavo che mi sarei perso in un dedalo di stanze, come se mi trovassi nella filiale di chissà quale Holding)
  2. la "segretaria" era in realtà la responsabile delle risorse umane

Io mi aspettavo un cinquantenne alto e magro in giacca e cravatta, con lo sguardo indagatore dietro gli occhiali da presbite a fare le pulci al mio CV, l'espressione serissima e un manico di scopa infilato in culo. Invece mi ero ritrovato questa ragazza solare con gli infradito. Ora mi chiedo: sarei stato così rilassato a parlare con lei se avessi saputo che avevo di fronte l'incaricata della mia valutazione?

Sia come sia, venni assunto.

Ora, in generale credo che spesso sia meglio non conoscere chi ha in mano il nostro destino, chi c'è dietro qualcosa di fondamentale per noi. Se sapeste che il vostro fornaio di fiducia si mette le dita nel naso durante il lavoro, oppure d'estate suda copiosamente? L'ignoranza è beatitudine.

Per fare un altro esempio. Qualche anno fa mi operai agli occhi. Mi ero informato nei minimi dettagli prima di affrontare l'intervento. No, per niente. Avevo solo saputo che amici di amici lo avevano fatto e avevo chiesto dove. Per organizzare la cosa parlai col titolare dello studio medico, un tranquillo signore brizzolato sulla sessantina. Immaginai che fosse il coordinatore dell'equipe. Invece effettuava lui l'intervento, di persona. E quando dico di persona, intendo che la prima parte dell'operazione, che consisteva nella rimozione delle cellule epiteliali dei miei occhi, veniva da lui effettuata con una specie di spazzolino elettrico a mano (e io che mi lamentavo della assoluta poca credibilità di "Face off" di John Woo, in cui ritagliano la pelle del volto con un bisturi laser senza la guida di macchinari vari); se l'avessi saputo prima, durante il nostro precedente colloquio avrei certamente guardato le sue mani per essere sicuro che fossero ferme e non tremolanti per l'età o il Parkinson. Ma nonostante questo adesso non necessito più di portare gli occhiali - non perché sono diventato cieco!


Ora, ieri sera mi è successo esattamente il contrario di quanto detto sopra. Ero all'aeroporto di Fiumicino e il mio aereo per Verona era in ritardo di 45 minuti, per cui non solo avevo finito "Considera l'aragosta" di David Foster Wallace ma mi ero rassegnato a iniziare "Ameni inganni" di Giuseppe Culicchia (curiosità: il primo inizia con un reportage su un evento equivalente agli Oscar per i video porno; il secondo ha come protagonista un assiduo fruitore di riviste per adulti - i sei lettori fissi di questo blog sono liberi di pensare che le mie letture siano sempre oltremodo licenziose).

Immerso nella lettura non mi ero accorto di essere seduto a fianco di uno dei piloti. Cosa che invece mi si è palesata quando ho sentito un suo collega proporgli di recuperare mezz'ora:
  1. non effettuando le operazioni di pulizia
  2. viaggiando più velocemente
Ora, già io ho paura di volare, figuriamoci venendo a sapere che spingeranno l'aereo a una maggiore velocità! Di conseguenza ho cominciato ad ascoltare i loro discorsi mentre facevo finta di leggere e ogni tanto li guardavo per cogliere, che so, qualche segno di instabilità emotiva, di mancanza di controllo, di personalità borderline ecc.

E insomma, com'è andata a finire? Che siamo atterrati in orario.

Sul ritardo. A causa di un'attesa di trenta minuti in coda alla pista di decollo.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "No way back" dall'album "In Your Honour" dei Foo fighters. Voi fate come cazzo vi pare.

giovedì 24 marzo 2011

Riflessioni sulla vita, le distanze che ci separano, il tempo che passa, lo Yomo

Tutto prima o poi finisce.

Quindi periodicamente mi tocca fare la spesa.

Ancora non riesco a capacitarmi. Io continuo a comprare la roba, ma quella insiste nel terminare. E allora vado alla Coop sotto casa, che probabilmente ha i prezzi più alti di tutta Roma ma è il supermercato più vicino quindi sticazzi. In cinque minuti dall'ufficio sono a fare la spesa e in due sono a casa (trovare la lunghezza della mia auto). Provate a dare un costo al vostro tempo e allo stress accumulato nel traffico e ditemi se vi conviene andare dall'altra parte della città per prendere i surgelati a 20 centesimi in meno. (Se vi conviene, tenetelo per voi. Non voglio saperlo assolutamente. Che poi i surgelati neanche li compro)

Ho la tessera del supermercato. Siccome "la Coop sei tu" mi dico stronzo da solo (cit. Giorgio), visto che questa carta mi è costata venticinque euro ma è necessaria per usare i buoni pasto e accedere a vari sconti occasionali di diversi centesimi - mentre l'azienda tiene conto di quello che compro per applicare quegli sconti sulle cose che non mi interessano.

Con la tessera inoltre prendo il salvatempo, cioè quella pistola che carica i prezzi dei miei acquisti tramite il codice a barre. Posso dire di trovarlo eccezionale per vari motivi:
  1. sembra un'arma di Star Trek e già questo rappresenta il 90% del valore; se la Coop fornisse anche dei giubbotti con un grosso codice a barre si potrebbero fare competizioni di laser game
  2. mi dà man mano il totale; questa funzione non è da sottovalutare, perché ottimizzo gli acquisti raggiungendo una spesa multipla del valore dei miei buoni pasto (sette euro); così, mentre il resto del mondo ha una vita fuori di qui, io percorro i vari reparti aggiungendo e togliendo tonno affumicato, fagioli in scatola e Yomo al caffè (la mia droga, superata però da quelli al pistacchio); a questo bisogna aggiungere che i buoni vengono considerati validi solo per gli alimenti, di conseguenza metto sapone, piatti di plastica e carta igienica nel carrello ma li "salvatempo" solo dopo aver raggiunto una spesa alimentare di 7€ * n° buoni pasto + resto (evitando che quest'ultimo termine superi i due euro)
  3. mi fa "salvaretempo" alle casse perché
    • quelle dedicate hanno meno fila
    • lo consegno e si ottiene il totale quattro volte su cinque, tranne quando viene sorteggiata la "rilettura" (che naturalmente a me capita quattro volte su cinque) per cui devo tirare fuori tutta la spesa dal carrello e farla passare dalle cassiere (tra le quali evito le antipatiche, che invece vorrei taserare col salvatempo, tipo quelle che si lamentano perché non ho compilato i buoni, cosa che invece faccio quasi sempre - tranne se perdo la penna, cioè quattro volte su cinque)
E insomma questa storia si ripete una o due volte la settimana. Non credo ci sia una via d'uscita. Sono impantanato nel ciclo di vita delle cose, in questa ruota da criceto del consumo.

D'altronde. Quando telefono a mia madre, qualcosa le dovrò pur raccontare nonostante lei abbia da lamentarsi per tutto. Allora le dico che ho fatto acquisti in libreria. Mi risponde:
- Ma compri sempre libri???
- Eh, sai... A furia di leggerli prima o poi finiscono.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Same ol' situation" dall'album "Dr. Feelgood" dei Motley crue. Voi fate come cazzo vi pare.

mercoledì 23 marzo 2011

Seghe mentali

Io mi masturbo. Ma non nel senso che intendete voi.

Cioè, certo che mi masturbo. Vivo una storia a distanza e non La vedo (riferito naturalmente a Lei - e alla patata) da quasi tre settimane. Il che non è una giustificazione: se vivessimo insieme penso che lo farei comunque, per il puro piacere di darmi piacere (appunto) da solo, ad esempio quando mi sveglio alle tre di notte con in mano la causa della mia fase REM agitata. In qualche modo dovrò pur riaddormentarmi, no?

(Già alla fine del diciannovesimo secolo Freud forniva una chiave di lettura dei complicati labirinti onirici. Metti ad esempio, che sogni di trovarti nudo in una camera da letto con un'amica nuda anche lei, vi baciate, vi accarezzate, vi sdraiate sul letto e fate l'amore con passione e dolcezza, vi guardate negli occhi e vi baciate ancora e i vostri corpi vibrano e si esplorano e insomma raggiungete l'orgasmo e ti accasci su di lei e vi abbracciate e vi baciate di nuovo. Bene, secondo il fondatore della psicanalisi vuol dire che avete voglia di andare a cavallo e di usare una frusta.)

Nell'ottocento si pensava che questa pratica portasse alla cecità, teoria dimostratasi infondata - e il fatto che mi sia operato agli occhi non vuol dire assolutamente nulla.

Del resto masturbarsi fa bene. A riprova, già vent'anni fa ho visto un servizio su Playboy che ne parlava in termini entusiastici e anzi venivano consigliate proprio le pagine della rivista per accompagnare tale atto. Il che equivale più o meno a chiedere al macellaio se la carne che vende sia ottima o domandare a un politico se io faccia bene a votarlo, ma queste sono maliziose congetture.

Oggi però non era mia intenzione parlare di masturbazione in quel senso. In "1997 - Fuga da New York" Kurt Russell ("Jena" alias "Snake") è in missione ma si diverte a sorvolare Manhattan con il suo aliante, Lee Van Cleef gli chiede cosa stia facendo e l'altro gli risponde: "Mi sto masturbando!".

Ecco: trastullarsi, giochicchiare con la vita, cazzeggiare senza approdare a nulla.

Io mi limito ad alzarmi, andare a lavoro, sbrigare le mie pratiche e attendere i tre migliori momenti della mia giornata in ufficio:
  1. il panino alle 11 (o festeggiamenti per un compleanno o un battesimo)
  2. il pranzo alle 13:15
  3. l'uscita intorno alle 16:00
E soprattutto cazzeggiare coi colleghi. In quello mi sento particolarmente dotato. Non dico che sono l'anima della festa, ma se in sala mensa sentite casino è colpa mia e di altri due o tre amici. Poi continuo a casa: sui servizi di social network posto una marea di link rompendo i coglioni ai miei contatti: "A SpeakerMù, mo basta! Apro Facebook e ci sta solo robba tua!" (Che ci posso fare se gli altri tuoi contatti sono timidi?)

La sera, a volte una pizza tra compari cazzoni, a volte prove con la band. Oppure scrivo cazzate come questa, alla luce di una abat-jour tra pile di vecchi CD, libri e DVD.

Nel WE prendo l'aereo e sto con Lei. Così non mi masturbo.

Invece vorrei avere un piano. Per molti equivale a comprare casa, sposarsi, mettere al mondo dei figli. Per altri vuol dire, che so, aprire un'azienda di informatica, scrivere tre libri, ottenere un contratto con una casa discografica, comprare un terreno e piantarci un vigneto ecc.

Avete presente il monologo finale di "The great kahoona"? Dove dice:

"Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno."


Ecco, io non lo so se sono interessante. Non credo. Però vorrei sapere cosa fare della mia vita. Avere un'idea.

Ma non basterebbe. Ancora una volta mi allaccio alla fiction (come a un lampione per avere corrente in casa): in un racconto di fantascienza le persone ricevono la visione di un giorno nella loro esistenza trent'anni più in là. Uno dei protagonisti è un cameriere che aspira a diventare scrittore; scopre però che nel futuro avrebbe lavorato nello stesso locale di sempre. Non riuscendo ad accettare il suo fallimento, si suicida (paradossalmente rendendo infondate tutte le previsioni, compresa la sua).

E allora non basta solo l'idea. Ci vogliono il talento e le palle di buttarsi a capofitto in una "cosa". E magari anche un pizzico di fortuna. E crederci. Una strada da prendere e percorrere fin dove si arriva e vaffanculo.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Spread Your wings" dall'album "News of the world" dei Queen. Voi fate come cazzo vi pare.

Compiti per casa

Io odio lavorare. Cioè, non è vero. In effetti sì, ma quello che voglio dire è che odio il modo in cui viene gestito il lavoro.

Fino a cinque anni fa ero impiegato come programmatore a tempo pieno e in pratica ero a stretto contatto con le macchine. Gli unici rapporti "umani" (anche se a volte non l'avrei detto, vedi qui) erano con i colleghi e con il capo quando venivano assegnati i compiti. Non avevo a che fare con i clienti - fortunatamente, in base a quanto raccontato da chi si occupava di customer care e si sorbiva lamentele, minacce di lettere degli avvocati, ecc.

Di conseguenza avrei potuto benissimo lavorare da casa la maggior parte del tempo, autogestire i miei orari (cioè alzandomi alle 11), condividere tramite l'ADSL il codice da me scritto, connettermi in videoconferenza con gli altri sviluppatori per coordinarci, ecc.

In realtà il "padrone" esigeva la presenza regolare in ufficio dalle 8:00 in poi. Con relativa flessibilità: nell'ultima azienda se arrivavi alle 8:10 dovevi uscire mezz'ora dopo il solito orario.

Ora io dico: finché produci pagnotte o forme di parmigiano posso capirlo. Ma che senso ha l'obbligo a stare fisicamente in ufficio quando il frutto del tuo lavoro sono byte, inviabili dall'altra parte del mondo quasi all'istante?

Che senso ha svegliarsi alle 6:15 al buio e al freddo, lavarti e vestirti in silenzio perché gli altri coinquilini dormono (beati loro che stanno nella Pubblica Amministrazione), aspettare il bus mentre fai il vapore con il fiato, prendere la metro B, cambiare a Termini per prendere la linea A, correre sulle scale con tutti gli altri ("Ma che cazzo corrono a fare? Però corro anche io, non si sa mai!"), attraversare mezza città, arrivare o in forte anticipo o in ritardo e aspettare al freddo che apra qualcuno. Al ritorno stesso casino sui mezzi, che non trovi neanche posto a sedere e magari studi in piedi pigiato dalla calca, mentre con una mano reggi un libro di 1300 pagine (il Balena, appunto, di Visual Basic .Net) e con l'altra cerchi di afferrarti a qualcosa, per non cadere ad ogni brusca frenata di quei piloti di Formula uno del cacchio che fanno gli autisti di metro e bus.

E allora ho cambiato vita! Nonché appartamento (a cinque minuti dall'ufficio!), azienda (anche io nella PA!) e lavoro! Evviva! Anni di studio, una laurea in ingegneria, esperienza in tre aziende diverse e alla fine ciò che faccio si può riassumere in:
  1. inviare mail per convocare riunioni
  2. partecipare a riunioni
  3. scrivere i verbali delle riunioni
  4. inviare mail allegando i verbali delle riunioni
  5. ricevere le osservazioni in merito ai verbali delle riunioni
  6. inviare mail allegando i verbali definitivi delle riunioni
Ovvero la Pantomima n°1. Dopo mesi o anche anni di questa pantomima viene prodotto qualcosa dal nostro Partner Tecnologico a dieci volte il prezzo di mercato e con una qualità incredibilmente inferiore. Di conseguenza il lavoro diventa:
  1. inviare mail con note per l'ufficializzazione della realizzazione del qualcosa
  2. ricevere le correzioni da qualche direttore perché non ho scritto quanti peli nel culo contiene il qualcosa
  3. inviare mail delle note corrette
  4. torna al punto 2
Dopo altri mesi della Pantomima n°2 forse si arriva a ufficializzare quel qualcosa che, nel frattempo:
  • è rimasto bloccato in attesa dell'approvazione della nota, bruciando altri soldi perché così non vengono rispettate le scadenze ecc.
  • oppure è stato già usato e anzi scatta la pantomima n° 3 per le innumerevoli correzioni (cioè non funziona quasi un cazzo)
Visto che tutto questo lavoro si traduce anche qui in byte (oltre che milioni di euro buttati), non potrei interpretare la mia parte in questo teatrino comodamente da casa?

Mi basterebbe avere portatile e telefono sottomano per lavorare e mantenermi in contatto con i colleghi. Nei momenti liberi potrei leggere, suonare, fare un breve pisolino pomeridiano, prendere il sole ecc. Mangerei a casa procurandomi meno intossicazioni per il cibo della mensa e risparmiando pure.

Seriamente. Pensiamo un po' a tutti i vantaggi che avrebbe il mio datore di lavoro, cioè lo Stato, cioè i contribuenti, cioè voi ed io.

Si risparmierebbero i soldi dei servizi di manutenzione, della mensa, della pulizia, del sistema di climatizzazione (come in treno: in inverno caldo da sudare, in estate gelido che ti costringe a chiudere le bocchette dell'areazione e così questa arriva più forte alle stanze sotto e sopra).

(E dire che non mi converrebbe proprio rimanere a casa mia, morirei di freddo in quanto:
  1. è piena di spifferi
  2. è umida
per cui i termosifoni non riescono a far salire la temperatura. Per questo motivo odio quelli che mi dicono "Dài, quest'inverno non ha fatto tanto freddo..." Ma li mortacci tua che stai in una signora casa, termicamente isolata e con un buon impianto di riscaldamento! Io prima di fare la doccia tiro una pista di coca.)

Non sarei il solo a scegliere il telelavoro. Dunque basterebbero locali più piccoli, con conseguente risparmio sull'affitto degli stessi (una volta erano di proprietà dello Stato che li ha venduti per poi prenderli in affitto - finanza creativa). Tua figlia piccola sta male? Nessun problema, sei già a casa e non ti vengono tolti i soldi. Tanto tempo in mezzo al traffico risparmiato e qualità della vita notevolmente migliorata - quasi meglio di un aumento di stipendio.

E i vantaggi per la città in generale? Meno auto per strada, quindi diminuirebbero l'inquinamento e il numero di incidenti.

Invece no. E quindi devo stare in ufficio tutto il giorno in attesa di una mail (direte: che lavoro duro, eh! ma io mi lamento per natura)

E quindi oggi stavo per uscire e mi sono detto: "Vado in bagno, non si sa mai che nei due chilometri che mi separano da casa rimanga bloccato da qualche incidente sulla Laurentina e sia costretto a scendere dall'auto e pisciare di fronte ai vigili".

Questi due minuti però sono stati fatali, perché è saltata fuori una riunione a sorpresa (che culo). Tutti convocati perché alle note (cfr. Pantomima n°2) non ancora approvate deve essere associata una priorità per favorirne la conclusione dell'iter (cioè la firma del direttore, va).

Io mi sono spaparanzato sul divano, ho indossato gli occhiali da sole e mi sono appisolato, risvegliandomi automaticamente quando è stato chiamato il protocollo della mia nota: 132138 del 20 ottobre 2010. Io ho risposto: "Non è urgente". E me ne sono andato a casa.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Working for a living" dall'album "Picture this" di Huey Lewis and the News. Voi fate come cazzo vi pare.

lunedì 21 marzo 2011

Silenzio 2.0

Ho già detto cosa penso del problema della conoscenza di cosa accade in un'altra parte del mondo e anche delle campagne di solidarietà su Facebook & co.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "War" dall'album "The extremist" di Joe Satriani. Potrei finire così il post che sto iniziando e di cui ho solo una vaga idea al momento.

Non vorrei fare nessun discorso impegnato, perché:
  1. Non sono capace
  2. Non mi interessa
Però stavolta non riesco a stare comodamente seduto, con il portatile di fronte, e citare una colonna sonora in riferimento ad un tema. Mi sembra troppo facile. E irrispettoso nei confronti delle vittime di questa guerra (dalle origini per me ancora poco chiare: non venitemi a dire che si è trattato di una rivolta della popolazione orchestrata tramite i servizi di social network - perché va bene che RFM è il regno delle cazzate, ma fino a un certo punto - e qui torniamo al suddetto "problema della conoscenza").

Sapete quali sono state le mie preoccupazioni di oggi?
  • Trovare qualcuno che mi cambiasse gli spiccioli per prendere una bottiglietta d'acqua al distributore.
  • Girovagare tra i reparti della Coop scervellandomi per spendere un multiplo di sette euro, ovvero il valore di ciascun buono pasto.
  • Una volta a casa, verificare il ritorno dell'acqua corrente andata via la sera prima, per la prima volta in un anno e mezzo - è tornata.
Vediamo invece quali possono essere le preoccupazioni per la popolazione di una nazione in guerra:
  • Acqua, corrente e non
  • Cibo, anche per valore non multiplo di sette euro
  • Medicine
  • F 16, Tornado, carri armati, proiettili solo perché stai manifestando ecc.

Dunque, dicevamo: sottofondo musicale?

I miei amici in Sicilia scrivono di sentire il rumore degli aerei da guerra (forse partiti da Birgi) che passano sopra le loro teste. Bombarderanno obiettivi militari? Ospedali? Infrastrutture necessarie alla popolazione? Uccideranno?

E che rumori sentiranno in Libia?

E allora concludo questo post con un bel vaffanculo. In silenzio.

sabato 19 marzo 2011

Lo strano caso del curioso cane di nome Benjamin del signor Jekyll

Mi capita di sentire le lamentele dei miei colleghi in merito ai figli:

"Ah, ma quanto mi spende col cellulare!"
"Ah, e prima vuole l'Ipod, poi l'Ipad, poi l'Iporc..."
"Ah, invece di studiare sta lì a guardarsi in giro, con la testa tra le nuvole."

Ma io dico, ci vuole una laurea in fisica nucleare per dire: "Figlio/a mio/a, da oggi ti do un tot di soldi la settimana, in funzione anche dei tuoi voti scolastici. Se riesci a farteli bastare, bene, se no ti metti a lavorare. Understand?"

Evidentemente però i genitori di oggi si sentirebbero in colpa a comportarsi con tale "rigore", magari perché quando erano giovani hanno subito una educazione rigida e non se la sentono di comportarsi così con il sangue del loro sangue, carne della loro carne, sudore del loro lavoro, spese del loro conto corrente. Di conseguenza preferiscono farsi mandare a fanculo da chi sta a casa a non fare nulla se non:
  • sporcare
  • mangiare solo quello che gli pare e criticare pure
  • chiedere, chiedere, chiedere
  • fare tardi senza neanche chiedere il permesso; si viene informati delle uscite solo fino a dodici anni perché gli serve un passaggio in auto, poi subentrano gli amici con lo scooter
Non posso certo biasimare i miei colleghi se non vogliono assomigliare ai loro genitori; tutt'altro, condivido pienamente questo ideale. Una delle cose di cui vado fiero è di non somigliare per niente a mio padre e mia madre.

Tuttavia, siccome a me girano i coglioni a sentire queste storie (visto che i miei non me ne facevano passare una), forse è necessario dare una mano al concetto di educazione.

Innanzi tutto ritengo che sia proprio il sistema ad essere sbagliato. Ho una proposta che ritengo gioverebbe a grandi e piccini, articolata in più punti:
  1. Fino a cinque anni i bambini fanno "cose da bambini": mangiano, bevono, pisciano, cagano, piangono, strillano, le prendono, piangono ancora e rompono i coglioni.
  2. Compiuto il quinto anno li togliamo dalla scuola, così non si mettono a studiare cose assolutamente inutili per la loro crescita come matematica, geografia, italiano. Tanto:
    • esistono le calcolatrici
    • sono piccoli e non devono andare all'estero
    • per correggere gli errori c'è Word o OpenOffice (ma tanto una generazione che scrive "Kucciola ti o amato tantisimo" ha bisogno di regole grammaticali?)
  3. Dopo un mese di formazione li mandiamo a lavorare. Intendiamoci, per non più di quattro ore al giorno. Potrebbero cucire vestiti, scarpe, oppure palloni (come i loro colleghi orientali) in modo da diventarne esperti quando giocano il pomeriggio. Oppure aiutare in panificio, che tanto devono solo premere il tasto della bilancia che emette lo scontrino. Invece della pausa caffè o degli smoking point istituirei la pausa "cartone animato" e i TV point per poter seguire le ultime avventure dei Gormiti o delle Winx, con i distributori di gelati e di figurine.
  4. Naturalmente i bambini avrebbero anche i giorni di malattia, un fondo pensione ecc. Verrebbero retribuiti e con quei soldi potrebbero fare quello che vogliono, dopo aver dato parte del denaro alla famiglia per pagare vitto, alloggio, bollette e pulizia della stanza.
  5. A sedici anni potrebbero guidare (sempre che abbiano abbastanza soldi per comprare un'auto), ma nei precedenti sei mesi dovrebbero studiare per la patente e anche qualche rudimento di meccanica che servirebbe nel caso volessero cambiare lavoro e diventare operai.
  6. Durante questi anni di lavoro comincerebbero le chiacchiere tra colleghi, gli scontri verbali, le polemiche ecc. Sarebbe il momento giusto per lo studio della filosofia.
  7. A diciotto anni diventerebbero maggiorenni, quindi li si potrebbe far scegliere:
    • lavorare otto ore per cinque o sei giorni la settimana;
    • oppure proseguire l'impiego part-time per studiare e poi laurearsi diventando medico, avvocato, commercialista, ingegnere, informatico ecc.
  8. Potrebbero quindi avere il desiderio di andare a vivere per conto loro. Di conseguenza, training on the job in cantiere, imparando almeno i rudimenti di carpenteria, falegnameria, idraulica ecc. per almeno un anno.
  9. A questo punto, potrebbero anche decidere di viaggiare per andare in vacanza oppure per cercare altro lavoro. Ecco che sarebbe necessario studiare geografia, con esame necessario per avere un passaporto.
  10. Voterebbero a venticinque anni, ma prima dovrebbero studiare storia per almeno un biennio, partendo dal periodo contemporaneo e proseguendo a ritroso. Se non si arriva a studiare le guerre puniche, amen, ma leggere qualcosa su P2, Guerra Fredda, Iran-Contras, brigate (rosse e nere) e guerre mondiali potrebbe essere più interessante. Uno dei testi obbligatori dovrebbe essere "1984" di Orwell.
A questo punto i genitori potrebbero fare quello che vogliono. E i figli pure. Se gli rimane ancora la forza.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Wasted years" dall'album "Somewhere in time" degli Iron Maiden. Voi fate come cazzo vi pare.

venerdì 18 marzo 2011

L'abat-jour AKA Charmless man 2 la vendetta

Come ho già scritto, io non sono credente. Per carità, se scendesse Gesù in camera mia, moltiplicasse le pizze e le birre e mi chiedesse: "Vieni in tournée con me" non me lo farei dire due volte! Suoneremmo "What if God was one of us" di Joan Osborne, poi "There is no God" degli Extreme, "Who made who" degli AcDc e infine "Losing my religion" dei REM

Però mi piacerebbe credere nella metempsicosi. Mi attira l'idea che se in una vita ottieni dei Kudos, cioè dei meriti in seguito a buone azioni, il tuo Karma migliora e ti reinKarni in un essere superiore. A mo di videogioco o di cartone animato tipo Dragon Ball. Magari in un'altra vita mi ritrovo ad essere un super eroe che ha un cannone enorme. Tipo Rocco Siffredi.

In realtà vorrei ricominciare tutto da capo, con una differenza: rinascere bello.

Avete presente chi dice che la bellezza esteriore non ha importanza, conta come sei dentro veramente? Bene, io dentro mi sono abbastanza rotto i coglioni di sentire questa cazzata. Come i soldi che non danno la felicità (detto dai ricchi), l'importante è la famiglia (detto dai politici divorziati - cioè gli stessi di prima), esportiamo la democrazia ecc. Basta con questa sagra dell'ipocrisia!

Ho già spiegato che esistono quattro tipi di uomini che piacciono alle donne:
  1. I belli
  2. I ricchi
  3. Gli artisti
  4. Quelli sicuri di sé
Il secondo tipo però deve attendere una certa età prima di possedere un discreto conto in banca. Altrimenti può esserlo di famiglia, ma in tal caso non sempre ne dispone come vuole e magari deve essere remissivo nei confronti dei suoi per non essere diseredato (tipo quando Zio Paperone minaccia Paperino).

Ho già fatto notare che il terzo tipo attira le ragazze "intelligenti e curiose", specie molto molto moltissimo rara (mi riferisco al solo aggettivo "intelligente").

Il quarto tipo spesso è così sicuro di sé che non pensa minimamente al fatto di poter commettere degli errori. Quindi immancabilmente si ritrova nei guai. Inoltre deve trovare delle ragazze insicure (vabbe', non mancano).

Diciamoci la verità: il primo tipo è quello con meno preoccupazioni. Ecco alcuni motivi:
  • La fighità è innanzi tutto una dote con cui si nasce. Non devi aspettare di diventare bello perché lo sei già. E col passare degli anni lo sei in modo sempre diverso ma perfetto per quell'età: un bel bambino, un bel ragazzino, un bel giovane, un bell'uomo. Questo ti permette di avere successo con le donne a qualsiasi età (e a volte di qualsiasi età).
  • Ti viene perdonato tutto. Per cui diventi un bel paraculo o un bello stronzo.
  • La bellezza è sempre stato un valore. E non aggiungo l'ipocrita "nella società di oggi" perché lo è sempre stato. Persino Cristo è sempre stato rappresentato a immagine e somiglianza di Raz Degan, tranne in "Jesus Christ Superstar" in cui è strabico (chiaramente perché quest'opera è frutto di drogati comunisti senzadio nonché froci, renitenti alla leva, con lo scolo e che non hanno mai preso neanche un vitello al lazo).
  • Il dono della bellezza non è solo qualità ma viene considerato come un merito. La persona bella (non la bella persona) può permettersi di non saper fare nulla. Sta già facendo tanto, per il solo fatto di esistere. Se poi ci aggiungiamo che, oltre ad esistere, lo fa stando tra noi cioè ci pregia della sua vicinanza, come un sole che illumini la stanza semplicemente brillando (cioè compiendo il suo mestiere di sole), allora l'adorazione scatta immediatamente. Non avrà bisogno di lavorare, migliorare se stesso o studiare per arricchimento personale, crescita culturale e tutte 'ste stronzate qui che, diciamoci la verità, servono solo a dare maggiori possibilità agli esemplari maschi di copulare (perché quello è il fine ultimo di impegnarsi in qualcosa: guadagnare tanti soldi o diventare un artista o essere un esperto ecc. ovvero diventare un uomo di tipo 2, 3 o 4 se in partenza non si è di tipo 1).
  • Tutte le donne vanno bene per lui, siano esse sicure, insicure, intelligenti, stupide, bionde, brune, cattoliche, sballate, fedeli, mignotte...
Ah, potessi realizzare questa fantasia. Già immagino la mia vita stravolta. Come se da "working class hero" diventassi Rockfeller.

Invece che restare a casa a studiare "Teoria dei segnali" con una abat-jour per compagnia, sarei di quelli che vanno sempre alle feste. Arriverei gridando: "Hey! Ciao a tutte! Sento belle vibrazioni stasera!" (tradotto: da quando sono entrato sento che le gnocche mi stanno mangiando con gli occhi, anche oggi si scopa!). Parlerei con le ragazze e loro mi sorriderebbero, ammiccherebbero, scherzerebbero con me, riderebbero alle mie battute (ho sempre sognato di dire: "Posso cagarti in mezzo alle tette?") e farebbero finta di arrabbiarsi, dandomi uno schiaffettino e proseguendo con un classico "Che scemo che sei!", fissandomi e mordicchiandosi il labbro inferiore. Poi ci apparteremmo. E se qualcuno chiedesse "Dov'è andato Speaky?" gli risponderebbero: "Eh, dove vuoi che sia! Solita storia..." e tutti ad annuire.

Ma ci pensate? Potrei finalmente farmi dei tatuaggi e non sembrare uno sfigato che vuole sembrare un figo coi tatuaggi ma in realtà è uno sfigato anche senza tatuaggi. Mi metterei l'orecchino senza sembrare uno sfigato che voleva farsi i tatuaggi ma sarebbe sembrato ancora più uno sfigato e allora ripiega sull'orecchino ma sembra comunque sfigato. Per gli stessi motivi (che non ripeto, perché mi gira la testa) comprerei una Harley Davidson, fumerei fottendomene della salute accendendomi "la paglia" (parlerei pure figo) con uno Zippo, andrei in giro con i Ray-Ban anche la sera e al chiuso, indosserei solamente jeans, stivali e gilè di pelle. Non mi farei le solite due docce al giorno perché anche il mio afrore sarebbe eccitante per le donne.

Andrei in vacanza in qualsiasi posto, sicuro di conoscere qualche ragazza di cui non mi fregherebbe assolutamente nulla (con l'età diventerei pure cinico), trombarmela e tornare a casa con qualche souvenir tipo foto, mutandine, filmati che girano su eMule di me che la possiedo in tutti gli orifizi possibili mentre lei è (s)travolta dalla passione.

E a proposito di questo potrei raccontare tutti i miei aneddoti, e lo farei senza necessità di dover ostentare nulla, ma solo per fare "normale" conversazione (che potrei farci? per me quelli sarebbero argomenti comuni da narrare con candore). A cominciare dalla prima volta alle medie, magari con un'insegnante di fisica. Per poi proseguire con tutte le ragazze che mi avrebbero fermato per strada o invitato nel bagno del treno; sulle mogli che avrebbero tradito i loro mariti, che sono quelle che si fanno più scrupoli all'inizio ma quando si lasciano andare perdono tutte le inibizioni...

Ma la mia vita è questa e devo viverla senza "se fossi". OK, ora basta sognare. Torniamo alla realtà, Speaky. Per oggi puoi spegnere la tua fida abat-jour.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Fossi figo" dall'album "Cicciput" di "Elio e le Storie tese". Voi fate come cazzo vi pare.

P.S.: mi era venuto in mente un monologo simile di Lella Costa che non sono riuscito a trovare sul web, nonostante l'abbia disperatamente cercato per ben cinque minuti (tre dei quali impiegati a ricordare il nome dell'artista - mi veniva in mente "Lilli Carati" per non so quale motivo). Data la ricerca infruttuosa, ho pensato di scrivere qualche cazzata come al solito.

giovedì 17 marzo 2011

Il passo più lungo della gamba

(Le trasmissioni proseguono con un programma di repertorio - Con il 1° episodio in regalo il 2° e la copertina del primo volume)

1° episodio: “Il primo passo”.

"Ogni mattina il primo passo è quello più difficile". Questo è quello che mi disse un vicino mentre salivamo in ascensore. Io ero in tuta da ginnastica, con la gamba sinistra sollevata e con le stampelle. Anche lui subì una frattura a tibia e perone. Io netta, in un punto solamente. Lui in tre differenti. “Non ho potuto più riprendere il tennis. Non posso correre”, sono quelle frasi che da un lato ti fanno rimescolare le budella, “... io non avevo volontà, magari tu che sei sportivo riprendi a farlo”, dall'altra vorrebbero essere un incoraggiamento.
A distanza di qualche tempo, posso dire che è vero: il primo passo è quello più difficile. Ogni volta che mi alzo la gamba sinistra mi fa male e mi fa piegare in due. Poi comincio pian piano a camminare e il dolore diventa sopportabile. Zoppico ancora, e la caviglia gonfia non mi permette il 100% di escursione nell'articolazione. All'ultimo controllo, un dottore mi ha detto che posso cominciare a camminare ma che devo farlo ancora con le stampelle. Dovrei, ma dopo un paio di giorni ho iniziato a non usarle. A volte le tengo in una mano, tanto che più di un amico mi ha detto: “Ora sei tu che porti loro”.
La verità è che voglio farcela senza aiuti. Non voglio che mi vedano con le stampelle. Che a mensa mi portino il vassoio, che si affrettino ad aprirmi le porte o che mi debbano accompagnare in auto. Nessuno mi ha mai fatto pesare niente e anzi tutti mi sono stati più vicini che mai. Però sono ormai passati tre mesi dall'incidente e vorrei fosse già tutto a posto. Vorrei che nessuno mi vedesse debole.
Non mi era mai successo niente del genere. Ero caduto con la bici e con lo scooter. Anche un piccolo incidente in auto, tanti anni fa. Non mi ero mai fatto niente di serio. Con questo spirito ero andato a pattinare su ghiaccio in novembre. Tre secondi e sono caduto. L'inesperienza ha fatto il resto: avevo allacciato gli stivaletti troppo larghi, il pattino ha fatto da perno e questo probabilmente ha provocato la frattura da torsione.
“A me hanno sbagliato la trazione”. Cristo, gli rispondo io. Ti bucano il calcagno per inserirci un ferro e poi ti attaccano dei pesi con dei cavi per riallineare la frattura. Quindi tu arrivi con due ossa rotte e loro te ne rompono un terzo. “Per questo avevo la gamba che continuava a gonfiarsi in ospedale”. Già, l'ospedale: bloccato a letto. Io che cercavo di resistere, di non chiedere anti-dolorifici, ma poi cedevo, e le infermiere mi dicevano che era peggio aspettare perché la soglia del dolore si alza . Mi hanno inserito una barra di titanio dentro la tibia. La dovrò tenere per un anno. Mi chiedo se agli scanner dell'aeroporto mi fermerebbero come presunto terrorista.
Mi hanno operato il giorno del mio compleanno. Guarda che il destino è beffardo. Avendo nascosto tutto a mia madre, ho dovuto fingere ogni giorno di essere al lavoro, soprattutto quel giorno, mentre lei mi telefonava per farmi gli auguri e un'infermiera negata mi bucava con un'iniezione preparatoria per l'intervento. Poi, il giorno che mi sono presentato a casa con le stampelle e il piede sinistro sollevato, lei si è messa a piangere (mia madre, non l'infermiera).
Sono fortunato. Me lo ripetono dall'incidente. “Già muovi la gamba dopo l'intervento”, “Potevi romperti i legamenti, quelli non tornano più come prima”, “Poteva essere una frattura multipla o esposta”. Si alternano scenari tragicomici: “Mia zia si ruppe tutti e due i polsi, non poteva neanche andare in bagno da sola” e scenari da King: “Uno ha perso le dita perché era caduto e gli è passato sopra un altro coi pattini”. Sì, è vero che posso sempre pensare che “c'è chi sta peggio”, ma rallegrarsi per le disgrazie altrui mi sembra tutt'altro che umano.
E' bastato un solo, irreversibile attimo a fermare tutto. Mi sento come quel personaggio di Unbreakable, l'uomo di cristallo interpretato da Samuel Jackson. E non è il dolore del momento, l'immagine del piede che pende inerte a sinistra ed io che inutilmente lo prendo in mano per rimetterlo a posto.
Ad ogni passo che faccio, ad ogni scalino che salgo e scendo, mi chiedo: ce la faccio? Se mi reggo solo su un piede, cederà? Il fatto che comincio a camminare significa che sto migliorando? o sto forzando troppo e sto rallentando la calcificazione? Tornerò a camminare senza zoppicare? A correre? A sentirmi giovane e forte come una volta? Ho visto dalla finestra la gente passeggiare, fare jogging. E invidiarla.
Una cosa è certa. Non sono mai stato un appassionato di serie televisive, ma di Dr. House non ho perso una puntata.
2° episodio: "Via la prima vite"
Il Dr. Oddi mi chiede: “Sembri accaldato. Che, stai preoccupato?”, “No”, gli rispondo io ed è vero, “Be', in effetti il battito è a posto”. Però me l'hanno chiesto in così tanti che potrei anche preoccuparmi del fatto che non lo faccio.
Mentre mi operano, le discussioni vanno sul tecnico: “Ho provato il 2000. Oh, non consuma niente!”, “Eh certo, però ogni volta è un macello trovare parcheggio, mica siamo in America, quelli sì che sono abituati ai Suv”. A quanto pare la carriera del medico sembra essere redditizia. Forse ho sbagliato lavoro. Anzi, sicuramente, ma questa è un'altra storia. “Complimenti per la depilazione, SpeakerMuto, non c'è un pelo neanche a cercarlo”. In effetti la sera prima sono stato un'ora nella vasca e ho finito la schiuma da barba. “... e neanche un taglio”, “Allora ho una carriera da estetista assicurata”. Magari mi presento alla Squibb come dimostratore.
Per far passare il tempo prima dell'intervento, passeggio col camice in corsia; solo che non mi rendo conto che da dietro, anche se è allacciato, si vedono gli slip. L'infermiera negata se ne accorge e mi sgrida. Va be', l'età media delle ragazze qui ricoverate è di 65 anni, forse ha paura che venga loro un infarto.
Ho un chiodo endomidollare, ovvero una sbarra di titanio all'interno della tibia, trattenuto da due viti. Oggi me ne tolgono una “per favorire la calcificazione”. Sono cinque mesi che vorrei favorire questa stramaledetta calcificazione di un osso con frattura spiroide. Il Dr. Palmacci mi mostrerà la vite al termine dell'intervento, appena estratta: e' nera, a occhio larga mezzo centimetro circa e lunga forse cinque.
I miei compagni di stanza, anche loro in day hospital, sono inizialmente in due, a cui poi si aggiungerà un tizio sulla settantina per essere ricoverato. Un “tunnel carpale destro” ed un “menisco sinistro”, così i medici chiamano i loro pazienti. Menisco è un ragazzone molto alto e tanto per cambiare gioca a basket. Era arrivato in serie B, ora gioca solo per passione ma non si allena più, motivo dell'infortunio; infatti: “Tra il lavoro, 'a moglie che rompe... anzi, mò 'a chiamo”. Si sono sposati l'estate scorsa e lei, quando più tardi arriva, sembra proprio una ragazzina; il ragazzone, intanto, si lamenta del fatto che spesso si ci sposa troppo giovani, riferendosi in particolare a sua madre. Va be'...
Carpale, invece, è sulla cinquantina, fisico da centurione ma con qualche acciacco (che all'epoca non potevano permettersi): durante una partita a pallone si è strappato il tendine d'Achille, tanto per rimanere in tema di antichità. Anche sua moglie arriverà nel pomeriggio, tutta vestita di rosa. Io invece sarò solo tutto il giorno, visto che ancora non hanno inventato il tele-trasporto Catania-Latina per Lei.
L'anestesia è la cosa più rognosa: ti infilano un ago o qualcosa del genere prima ad altezza lombare poi nell'inguine e ti pizzicano i nervi per trovare quelli giusti da anestetizzare, operazione non proprio piacevole. 
Durante l'operazione sento qualche spruzzo di sangue sulla coscia; faccio notare che mi stanno spostando qualcosa dietro il ginocchio, se potessero evitare... Per il resto niente da segnalare. “Dura più la preparazione che l'intervento vero e proprio”. In effetti.
Qualche minuto prima, chiedo al Dr. Palmacci: “Dottore, tornerò a correre?”, “Stia tranquillo, lo farà anche prima che le togliamo il chiodo endomidollare. Questa è una tecnica inventata dai tedeschi, per far tornare i soldati in guerra quanto prima”. Bene allora, si sa che i militari hanno sempre a cuore la salute del genere umano.
Nel pomeriggio non vedo l'ora che la gamba si riprenda dall'anestesia; stupidamente mi sforzo di farla muovere, non sopporto di vederla inerte. Tutto depilato, l'arto mi ricorda il post-primo-intervento, quando era diventata la metà, ma mi sono impegnato con la cyclette. Una volta ho sentito definire la felicità come “migliorarsi”.
Doc passa per farmi firmare le dimissioni. Mi dice di non forzare e magari di aiutarmi con le stampelle per un paio di giorni; va via, io provo a camminare e so già che non le userò. Visto che qui non sono proprio celeri in certe cose, mi tolgo da solo la cannula per gli antibiotici dal dorso della mano destra, tampono la fuoriuscita di sangue finché non si arresta, dopodiché vado in medicheria per farmi disinfettare.
Diagnosi: “Intolleranza mezzi di sintesi in esiti frattura gamba sinistra”, “Dottore, che vuol dire?”, “E' solo una formalità, le abbiamo tolto la vite perché altrimenti la calcificazione non poteva procedere lì dove si trovava”. Immagino se avesse fatto il poliziotto, il verbale sarebbe stato: “Intolleranza della milza ai proiettili in esiti scontro a fuoco”. Leggo che mi prescrive il Clexane, “contro i trombi, nell'eventualità che stia fermo dopo un intervento ortopedico”. Col cavolo che ho intenzione di prenderlo! L'ultima volta, per un taglietto da rasatura, sono stato ad una cena con la guancia rossa per il sangue che non coagulava.
“Sa, SpeakerMuto, mio figlio di 9 anni mi ha detto che vuole andare a pattinare su ghiaccio, e io in una settimana ho visto lei, un altro ragazzo ed un bambino di 10 anni con la gamba rotta per questo”. “Dottore, mi offro come testimonial”.
Dopo qualche mese tornerò a camminare e a correre. Ma questa è un'altra storia.

Non è andata

(Le trasmissioni proseguono con un programma di repertorio)

Mi ero ripromesso che mai e poi mai ci sarei cascato ancora.
Perché avevo capito, pensavo. Perché c'ero già passato. Sapevo com'era fatta, ma mi dicevo che non sarei caduto nella trappola, che non mi sarei arreso alle sue lusinghe.

In effetti, a vederla è molto bella. O, se volete, è un tipo. Ha personalità. Difficile non rimanere ammaliati, e ho visto più d'uno cascarci.

E così, in un momento di debolezza, come guidato da un desiderio inconscio, l'ho trovata (o è stata lei a trovare me?), ho stabilito un contatto e lì è cominciata la nostra storia.Quando ho cominciato a conoscerla, ho pensato: “Come ho fatto a vivere senza, fin ora?”.

I giorni successivi non facevo altro che stare insieme a lei. I difetti non esistevano, facevano parte del suo fascino. Ho pensato: “Con lei ho fatto veramente il grande salto, nessun'altra è stata o sarà mai così”. Con lei pensavo di avere il feeling che cercavo da una vita.

Poi qualcosa è andato storto. Non saprei dire esattamente cosa. L'entusiasmo iniziale è scomparso. Quell'intesa, che pensavo che in nessun'altra parte del mondo avrei trovato, è andata persa per sempre, ne sono sicuro. Il distacco non è stata una decisione, era già un dato di fatto.

Subentra la razionalità, cerchi di fartene una ragione, e guardi avanti. Non è fatta per me, avrà più fortuna con un altro, che la prenderà tra le braccia.

Ti dici che queste cose ti rendono più forte. Anche se, forse, ti rendono più cinico. Ti fanno credere meno nei sogni, nelle belle favole. Così, ho venduto la mia Fender Stratocaster.

[Aggiornamento] Al cuor non si comanda, così ne ho presa un'altra. [/Aggiornamento]

L'importante è essere giovani dentro. Disse il rottame.

Non mi sono mai considerato un vero sportivo, fosse solo perché non ho mai imparato a giocare a pallone, cosa che mi ha precluso la possibilità di trombarmi qualche velina.

Però ricordo che vent'anni fa riuscivo a saltare, sollevare le gambe e toccarmi le spalle con le ginocchia. Adesso invece faccio fatica ad allacciarmi le scarpe. Forse tra qualche anno dovrò trovare un architetto Melandri che mi tagli le unghie dei piedi, oppure fare come Paolo Villaggio, che non potendo piegarsi in avanti a causa della pancia usa solo zoccoli.

Il mio problema non è la pancia, ma la controparte: la schiena. Pare che la mia colonna vertebrale sia cresciuta troppo velocemente quando ero bambino; i muscoli non hanno avuto lo stesso sviluppo, non sono riusciti a sostenerla e quella ha cominciato ad appoggiarsi malamente, formando una S da qualsiasi parte la si guardi. A diciannove anni ho cominciato a soffrire di sciatalgia alla gamba destra. Per la gioia delle aziende produttrici di Brexin e Alanerv, questo malore si presenta puntualmente ogni inverno ("D'altronde, mio caro, questo è il prezzo che dobbiamo pagare noi metereopatici" disse Furio all'impiegato dell'ACI).

Ora, non solo soffro di sciatalgia stagionale e di mal di schiena (perché passo troppo tempo seduto o suono la chitarra), ma mi sveglio ogni mattina per il mal di schiena. Difatti non dormo più di sei ore per notte. Penso dovrei cercare un materasso migliore ma questa è un'altra storia.

Per fortuna ci sono i medici ad aiutarci. Tre anni fa mi rivolsi a una ASL e la dottoressa mi fece qualche esame rassicurandomi che non avevo niente di grave (forse avrebbe giudicato altrimenti se gli fossi arrivato diviso in due pezzi, prima il torso poi le gambe?). Mi diede poi qualche indicazione sull'attività sportiva:

- Niente più pesi, per carità! La corsa, solo con scarpe molleggiate, su un terreno morbido, meglio se un prato fiorito, con abbigliamento leggero e con un vento che non superi i tre nodi da sud-sud-est.
- Posso almeno sputare? (cfr. "Vieni avanti cretino")
- Ecco, a proposito di liquidi: provi il nuoto. E' l'attività ideale perché non ci sono carichi sulle articolazioni e in particolare sulla schiena, i muscoli si allungano, tutti noi veniamo dall'acqua perché milioni di anni fa vivevamo in mare, che ci ricorda il grembo materno bla bla.

Salutai la d.ssa Fiorella Figliadei e mi iscrissi alla piscina "Uteros". Notai subito i vantaggi del nuoto: non avevo bisogno di usare dei pesi per farmi male alla schiena, sentivo dolore con lo stile libero semplicemente durante la torsione del busto per la bracciata. La "rana" era ancora peggio, vista la posizione arcuata che la contraddistingue, figuriamoci lo stile a farfalla. In compenso in quel periodo mi ringraziava anche la Coop, visto che dopo l'allenamento avevo talmente fame da mangiare di tutto: cibo, stoviglie, mobili.

Va be', ma non per questo avevo perso fiducia nell'intera classe medica. Un paio d'anni più tardi mi feci visitare da un'altra dottoressa, che mi prescrisse dieci giorni di fisioterapia. Nella palestra dell'ospedale, insieme agli altri pazienti (con il triplo dei miei anni), mi spiegarono a cos'erano dovuti i miei dolori: si trattava delle fasce muscolari che perdevano elasticità, avendo sottovalutato l'importanza dello stretching dopo ogni allenamento. La cosa aveva senso: quando mi ruppi una gamba cambiai postura, di conseguenza i rapporti tra i muscoli erano cambiati e infatti non avevo più la sciatalgia alla gamba destra, ma a quella sinistra.

Il fisioterapista mi spiegò che, se avessi continuato così, la mia schiena si sarebbe arcuata fino ad assumere la postura del professor Farnsworth dopo essere stato piegato all'indietro di 90° da Bender (alla fine dell'episodio lo piegherà di 180°).

Mi tornò in mente che quindici anni prima mi ero rivolto a un fisioterapista, che mi diede un foglietto contenente degli esercizi di ginnastica posturale, consigliandomi di praticarli ogni giorno. Per cui la sera mi mettevo a testa in giù, tendevo le gambe ecc. Naturalmente lo feci per una settimana, poi mi scocciai non capendone il senso e lasciai perdere.

Ma crescendo si diventa più maturi. Questa volta ho seguito le prescrizioni. Mi sono esercitato per almeno mezz'ora ogni mattina prima di andare a lavorare o nel fine settimana, senza soluzione di continuità. Trenta minuti di stretching anche dopo ogni allenamento.

Non è stato facile per me, perché non sono mai stato molto elastico. Ho sempre avuto difficoltà ad abbassarmi e toccare gli alluci con le mani. Ma sono migliorato. Facendolo da seduto.

Mi sono impegnato molto. Dopo sei mesi il dolore alla schiena non è minimamente passato. Ma un risultato importante l'ho ottenuto: la sciatalgia è tornata alla gamba destra. Perfetto.

Ma ho ricavato anche altro. Cioè la dimostrazione che da giovane fai lo sbruffone e non dài ascolto ai buoni consigli. Ma in pratica eviti di sprecare tempo e fatica.

Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Meds" dall'omonimo album dei Placebo. Voi fate come cazzo vi pare.

lunedì 14 marzo 2011

Il problema della conoscenza

Bisogna ammetterlo: saremo anche l'essere dominante su questo pianeta ma restiamo comunque un po' limitati. Per esempio, in quanto a capacità di conoscenza.
Consideriamo il tempo e lo spazio. Possiamo dividere il primo in:
  1. passato, dall'esistenza del cosmo fino al momento in cui abbiamo memoria (passato di 1° tipo)
  2. passato a partire da quando cominciano i nostri ricordi, fino al presente (passato di 2° tipo)
  3. presente, cioè un istante infinitesimale
  4. il futuro che riguarda ciò che accadrà fino al momento della nostra morte (futuro di 1° tipo)
  5. il futuro dopo la fine della nostra esistenza e fino all'eventuale conclusione dell'universo (futuro di 2° tipo)
Quello che è successo nel passato di 1° tipo lo conosciamo per sentito dire, cioè dai libri di storia o comunque dal racconto di qualcun altro. In tal caso dobbiamo affidarci a tali fonti, sperando che nessuno abbia interesse a raccontarci le cose in modo diverso o a interpretarle per un suo tornaconto (ma nessuno farebbe mai una cosa del genere, vero?)
Per il passato di 2° tipo possiamo affidarci ai nostri ricordi ed essere più o meno indipendenti in merito alla conoscenza. Dobbiamo però considerare che le nostre capacità mnemoniche non sono perfette, per cui possiamo incorrere in lapsus, alterazioni, deficit ecc. Basterebbe considerare Memento di Christopher Nolan per avere un'idea di:
  • cosa riusciamo a ricordare
  • cosa non riusciamo a ricordare
  • cosa riusciamo a non ricordare
  • con cosa soppiantiamo le lacune suddette
Riguardo il futuro di primo tipo, se si è bravi si può arrivare a una predizione con un grado molto alto di affidabilità. Pensiamo ad esempio a:
  • un difensore che intuisce l'azione che sta per portare avanti l'attaccante dell'altra squadra e lo blocca
  • un musicista jazz che capisce come finirà una frase che ha iniziato un altro componente del gruppo
  • un pugile che prevede la mossa dell'avversario
  • uno speculatore che intuisce un trend che gli permette di guadagnare milioni
Ma in effetti non possiamo prevedere nulla con una certezza del 100%, tranne il fatto che ci perderemo tutto quello che succederà dopo la nostra morte (futuro del 2° tipo).
Mi fa un po' tristezza pensare che ci saranno eventi a cui non potrò prendere parte, persone che conosco adesso ma di cui non saprò nulla, altre che nemmeno conoscerò mai, ecc.
A pensarci bene, questo succede anche nel presente, in uno spazio che non percepiamo semplicemente perché al di fuori della nostra portata. Magari nella stanza sotto di me sta avvenendo un concepimento o un omicidio o una persona sta avendo un'idea geniale ma io non ne sono a conoscenza né mai lo sarò.
Abbiamo solo una vaga idea di quello che succede adesso nel mondo immediatamente circostante, ovvero uno spazio molto più ristretto della stanza in cui siamo, della scrivania in cui ci troviamo, del letto su cui siamo distesi.
Ma anche questa percezione ha delle lacune, perché i nostri sensi fanno da intermediari, la nostra memoria ricrea la successione degli eventi, l'intelligenza (quando c'è) funge da interprete di questi in funzione di quanto abbiamo percepito ma anche della nostra esperienza, cioè della memoria già interpretata; e l'interpretazione è soggetta ai ricordi e alle influenze, cioè alla storia che ci hanno raccontato. Persino quando sogniamo siamo convinti di trovarci nel mondo reale; questo per ricordare quanto sia abile il cervello a creare illusioni convincenti, come succede in Matrix (a proposito: questo e "Memento" hanno due attori in comune, tanto per aggiungere un fatto assolutamente inutile).


Insomma, non se ne esce. Non possiamo essere sicuri di niente.


Non conosciamo veramente cosa accade, per dire, dall'altra parte del mondo se non dai notiziari o dalla voce di una persona vicina in senso lato (un parente o un amico), qualcuno di cui fidarci ciecamente.

E allora in questi giorni leggo le notizie relative al disastro in Giappone con un leggerissimo scetticismo. In particolare gli incidenti ai reattori nucleari danno vita a una escalation riguardo la gravità della situazione.
  • Non c'è nessun pericolo, le strutture hanno retto, il Giappone è all'avanguardia per la costruzione anti-sismica
  • C'è stata qualche perdita ma contenuta; nessun pericolo per le popolazioni circostanti
  • Si sta evacuando la zona in un raggio di 5 Km attorno alla centrale di Fukushima
  • Si sta evacuando la zona in un raggio di 20 Km attorno alla centrale di Fukushima
  • Nessun ferito tra gli operai addetti alla centrale
  • Ci sono feriti e un contaminato tra gli operai
  • Sono stati inviati dei "super-pompieri" (sic) per sistemare i problemi alla centrale
  • I super-pompieri sono una cazzata
  • Il "Sindaco del Giappone" interviene dicendo che non ci sarà un'altra Chernobyl. Un esperto dà una spiegazione tecnica del perché questo sia vero, in ragione della differente concezione delle centrali più recenti ecc.
  • Un'equipe di esperti che intendono restare anonimi dice: "Cazzate! Il rischio c'è eccome!"
  • Dalla Francia dicono: "Il Giappone sta raccontando cazzate, il mondo è in grave pericolo"
  • Siamo morti, ma è tutto sotto controllo
  • Siete morti anche voi ma stiamo studiando il problema
Ora io non posso prevedere nulla, non so quando inizierà il mio futuro di 2° tipo e non so neanche se riuscirò a finire di scrivere questo post e mi ritroverò contaminato o se tutto il pianeta sta per saltare in aria a causa di qualche "butterfly effect". Eventualmente negherò tutto per non diffondere il panico tra la popolazione di casa mia.
Cosa dicevo riguardo l'essere dominante sulla Terra?
Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Child in time" dall'album "Made in Japan" dei Deep Purple. E tanti auguri a RFM che oggi compie ben un mese. Voi fate come cazzo vi pare.

PRK - Guarda la luce verde

(Le trasmissioni notturne proseguono con un programma di repertorio)

Mentre l'infermiere mi accompagna con l'occhio destro bendato, mi rendo conto che la vita sarebbe più complicata se avessi una visione monoculare: andrei a sbattere dappertutto, non potrei guidare e sarei costretto a prendere i mezzi pubblici con tutti i loro ritardi o, peggio, mendicare passaggi in auto di continuo!

Mi viene da pensare che in questa clinica operano un occhio per volta perché c'è il rischio che l'intervento non vada bene. Se è così, però, vuol dire che neanche loro si fidano del risultato? Faccio ancora in tempo a cambiare idea?

No, che figura ci farei! Poi, mica mi ha obbligato nessuno. Erano anni che pensavo di sottopormi alla “laser terapia”. Quale momento migliore che a seguito di un'assunzione nel pubblico impiego? Ma sì, pensiamo al meglio, mi dico: niente più occhiali! Sarò più figo! Potrò farmi la doccia senza occhiali e senza paura di non vedere qualche ragno enorme! In piscina non avrò più possibilità di fare figure di merda perché non riconosco le persone.

Arriviamo in una stanza buia: la sala operatoria. Ci sono dei macchinari, un lettino e delle persone che non riconosco: una, cioè il chirurgo, è il dottore che mi ha visitato mesi fa, ma lo riconoscerò solo durante il secondo intervento e dal timbro di voce.

E' lui che mi dice di guardare una luce verde di fronte al mio occhio. Gli amici che avevano già subito l'intervento me lo avevano anticipato; mi avevano anche detto che a un certo punto non riuscivano più a vederla. Quante volte ho pensato: e se mi distraggo e guardo da un'altra parte? Il laser mi brucia la parte sbagliata? Perdo la vista senza possibilità di recupero? Perché non mi ancorano il globo oculare con delle pinze morbide, così non c'è pericolo di perdere la posizione corretta? E' un ospedale serio? Forse dovevo informarmi meglio, molto meglio!

Si comincia. Mi aprono l'occhio e mi tengono le palpebre aperte con qualcosa che mi ricorda una scena di “Arancia meccanica”: il protagonista, in terapia psichiatrica, è costretto a guardare scene di violenza proiettate su uno schermo, con gli occhi tenuti spalancati mentre un'infermiera gli somministra continuamente del collirio per non far asciugare la pupilla. L'attore ha dichiarato in seguito di aver rischiato la vista: proprio il pensiero giusto al momento giusto!

Adesso ho davanti una specie di spazzolino elettrico che fa un rumore strano. Ma che sta facendo? Mi sta grattando l'occhio! Allora è questa l'operazione, penso. Certo, è difficile guardare il puntino con questo coso davanti. Ma quanto dura? Comincia a darmi fastidio, lacrimo copiosamente e mi viene il dubbio che stia piangendo: sono tesissimo! E invece no, quella era solo l'asportazione dell'epitelio, prima del laser. Mi tengono la testa ferma mentre comincia la fase decisiva. Il puntino luminoso verde di fronte a me comincia a perdersi in un mare rosso palpitante, stile film horror anni '60. Mi sembra di essere in un film di fantascienza, quando l'astronave fa un “balzo nell'iperspazio” o l'Enterprise passa a “velocità Warp”. Sento la puzza di bruciato di cui mi avevano accennato. Omioddiocoshofatto! Il laser mi brucerà la retina, mi passerà da parte a parte! Mi viene in mente che nel secolo scorso le lobotomie si effettuavano passando per l'occhio e non è certo un gran pensiero di fiducia rivolto alla classe medica!

“Guarda la luce verde, mi raccomando. Bravo, bravo...” Incredibilmente riesco a guardare fisso quel puntino dall'inizio alla fine! Quando temo di perderlo, il rosso svanisce: è andata! Il laser è durato pochi secondi. Mi mettono una lente a contatto neutra per protezione. Wow, ancora un po' sconvolto posso finalmente alzarmi e andare, novello Lazzaro operato di FKT.

Mi raccattano i miei due angeli custodi, che a loro volta subirono l'operazione anni fa. Non proprio felicissimi di essersi alzati alle 6:30 per accompagnarmi in clinica, si prodigano per rintracciare i preziosi colliri che fanno parte della terapia. Stilerò una tabella e userò la sveglia del cellulare per ricordarmi di prenderli agli orari indicati. A tal proposito, una tizia dell'ospedale ci dà le indicazioni sui suddetti orari, che però differiscono da quelli scritti sulla ricetta! Dove sono capitato? Mah! Va be', mi dico, il peggio è passato.

Prima di andare devo ritirare degli occhiali scuri per proteggermi dagli ultravioletti, ma per prenderli bisogna uscire dallo stabile principale, esponendosi ai suddetti raggi: coerenza perfetta.

Hey, dico, ma ci vedo già meglio! Non benissimo, ma promette bene! Forse per il momento non sarò costretto a vivere con un occhio solo.

Non ho mai guardato così spesso fuori della mia finestra. Mi auguro che le insegne sulla Laurentina diventino più chiare il prima possibile.

Passano i giorni e si avvicendano: bruciore, lacrimazione come se avessi l'influenza, sensazione di pietruzze tra le palpebre, la lente a contatto che mi dà sempre più fastidio e la vista che non accenna a migliorare, anzi dopo una settimana peggiora!

Chi me l'ha fatto fare? Ecco, lo sapevo! D'altronde il chirurgo me l'aveva detto: una persona su 4 deve rifare l'intervento perché non risolve tutto con il primo. E se invece fosse andato storto qualcosa in maniera irrecuperabile? Se fossi quella persona su un milione che perde la vista in seguito al laser?

Poi, improvvisamente, nove giorni dopo l'intervento mi sveglio e comincio a vederci abbastanza bene: leggo la scritta “Good year” dall'altra parte della strada. 

Allora ci siamo! Funziona! Mi viene in mente John Belushi che grida: “Io ho visto la luceeee!” e fa le capriole in chiesa! E penso anche a Jeff Healey, il chitarrista non vedente che cantava “Can You see the light?”; la citazione dei Dream Theater in “Take the time”: “Ora che ho perso la vista, ci vedo di più” (che sarebbe presa da "Grande Cinema Paradiso"). E insomma tutta una serie di citazioni relative. Sempre meglio delle battute trash degli amici: “Ci vediamo”, “Occhio”, “Riguardati” (che mi dicono valga doppio).

Due settimane dopo mi faccio grattugiare l'altro occhio. Idem come sopra. E adesso ci vedo come una persona normale. Cioè non benissimo ma abbastanza bene.