venerdì 22 luglio 2011

Corsi di formazione, lingue sconosciute, deja-vu AKA L'apprendimento

Quand'ero all'università, una lezione del corso di elettronica digitale venne tenuta da un insegnante americano.

In quelle ore cercai di identificare i termini anglosassoni/US che mancavano al mio vocabolario. (In pratica, tutti quelli tecnici. Hai voglia a fare corsi di inglese dove ti insegnano "Are You Mr Wilson?" e "The pen is on the table" se poi non riesci a conversare in ambito professionale, eccheccazzo!)


La sera un amico, studente particolarmente dotato, mi chiese:


- Com'è andata la lezione col professore americano?

- Be', abbastanza bene, credo. Non dico di aver capito tutto, però...

E qui lui ribattè:


- Io ho capito solo quello che già sapevo.


E questa frase mi è rimasta in testa per più di dieci anni. 
Analizzandola, il concetto è quello esprimibile nella forma seguente:

"Quando il docente si esprimeva con un linguaggio per me criptico, usando termini o riferendosi a concetti che sconoscevo, non riuscivo a capirlo."


Ora, messa così l'espressione è assolutamente equivalente alla precedente, ma priva di riferimenti all'origine linguistica del docente.


In altre parole: non importa se chi sta in cattedra parla in italiano, inglese, arabo o cinese. L'importante, per comprenderlo, è avere un "vocabolario della conoscenza" a comune.


Ora, come si forma questo particolare vocabolario? 
Adesso ci arrivo.

Come mai mi è venuta in mente la frase citata qui sopra?



Perché negli ultimi due giorni ho seguito un corso sul BPMN ("In che squadra gioca???"). E mentre nella prima giornata la notazione usata ricordava molto da vicino quella dei diagrammi di flusso, oggi ci hanno spiegato i costrutti avanzati, per cui durante l'esercitazione di ieri me la sono cavata, in quella odierna ho avuto delle difficoltà. E proprio accorgendomi di questa differenza mi è tornata in mente la frase:

- Io ho capito solo quello che già sapevo.


E a ripensarci, è spesso così. In questi due giorni credo di aver ben compreso solo i concetti più vicini a quanto conoscevo 
già; per quelli completamente nuovi, penso che al massimo li avrò imparati a memoria e saranno ricordi che spariranno nell'arco di un paio di giorni, garantito.

E allora, come fare per migliorare le proprio conoscenze?


Be', semplice: costringendosi ad affrontare problemi nuovi, sperimentando, lavorandoci frequentemente, così da far sedimentare nella mente concetti "freschi". Perché due giorni di corso non possono rivoluzionare la mia vita, ma al massimo mettermi al corrente che esiste un mondo da me inesplorato (e magari che non bisogna reinventare la ruota). L'acquisizione della vera conoscenza non avviene durante le ore sui banchi, ma con la testa concentrata sui problemi. Così si forma il nostro vero "vocabolario della conoscenza".


(Il ragionamento è applicato a materie tecniche ma ritengo che,
mutatis mutandis, valga per gli ambiti artistici, giuridici ecc.)

E d'altro canto, a conferma di quanto appena esposto, posso dire in tutta onestà che nulla di quanto studiato all'università mi è mai rimasto in testa più di un giorno dall'esame - il tempo di raccontarlo ai colleghi che domandavano: "Cosa ti hanno chiesto all'orale?". Per lavoro (o cultura personale) la soluzione era ed è sempre la stessa: culo sulla sedia, gomiti sul tavolo (e spesso mani nei capelli).


Questa è Radio Free Mouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "You learn" dall'album "Jagged little pill" di Alanis Morissette. Voi fate come cazzo vi pare.

5 commenti:

  1. "Zona di Sviluppo Prossimale" (Vygotskij)

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  2. "Secondo Vygotskij, l'educatore dovrebbe proporre al bambino problemi di livello un po' superiore alle sue attuali competenze, ma comunque abbastanza semplici da risultargli comprensibili"

    Toh! :^)

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  3. That's a pleasure! Adoro Vygotskij e mi ha piacevolmente stupito, leggendoti, che tu ne parlassi senza conoscerlo. E' come se fosse una conferma della validità della sua teoria

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  4. Ah bene, un po' tipo: "OK Vyg, hai l'approvazione di SpeakerMuto". Mi piace :^)

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