mercoledì 23 febbraio 2011

Le ali della libertà

Ogni tanto penso che la mia vita sia una continua fuga dagli insegnamenti dei mie genitori. Una fanciullezza e un'adolescenza passate a sentire cosa dovevo o non dovevo fare. E adesso cerco di avere delle idee mie, una strada da seguire che non sia quella imposta da altri, che credono di sapere cosa è meglio per me.

Faccio un esempio. Quando nevicava mia madre mi diceva: "Non camminare dove c'è la neve! Altrimenti scivoli, cadi e ti ammazzi!" Allora io camminavo dove non c'era la neve. Peccato che la neve era soffice e ci si affondava leggermente, facendo presa, mentre dove non c'era la neve c'era il ghiaccio, per cui scivolavo e cadevo. Ma non mi ammazzavo. Un miracolo?

La lettura. Mio padre si lamentava perché a 12 anni mi chiedeva i nomi dei ministri della Repubblica e io non sapevo cosa rispondere. Sbagliavo i temi d'italiano, andavo fuori traccia. In effetti non leggevo granché. Mi impose di prendere un libro e scelse per me "L'Italia dei secoli bui" di Gervaso e Montanelli. Avrei unito l'utile al dilettevole: imparato come si scrive e appreso un po' di storia del nostro paese.

Quel libro mi attendeva sulla scrivania ogni giorno. Non oso descrivere il peso che mi sentivo sul petto al pensiero di dover leggere quel polpettone. Però devo riconoscerlo: mi servì. Dalla frase "Gli avventori erano soliti toccare le terga alle locandiere" imparai cosa vuol dire "terga". Quella frase fu l'unica cosa che mai ricordai di quel testo: anche oggi non conosco i nomi dei ministri della Repubblica.

Da giovane sognavo di fare la rock star, lavorando negli studi di registrazione e sui palchi. Immaginavo di rispondere agli incalzanti quesiti tecnici delle interviste: "Di che colore è il tuo amplificatore? La tua marca preferita di occhiali da sole?". I miei avevano preso una decisione leggermente diversa: mi iscrissero a ingegneria, perché mio padre aveva bisogno che firmassi i suoi progetti di geometra. Io mi lamentavo della difficoltà delle materie, ma mia madre rispondeva: "Poi vedrai! Quando comincerai a lavorare vedrai quanti soldi farai e quanti piaceri potrai passarti!" In effetti, dopo la laurea e 3 anni nel mondo del lavoro, prendevo meno di un commesso di un negozio di elettrodomestici. Per carità, non avevo niente contro i commessi dei negozi di elettrodomestici, se non una leggera reticenza a dire che lavoro facevo quando chiedevo un finanziamento per comprare un PC.

Mio padre diceva sempre: "Le cose o le fai bene o è inutile che le fai!" e questo per me era un fortissimo sprone, per cui cercavo sempre di fare tutto al meglio per non deluderlo.

No, non è vero per niente. Non facevo un cazzo. Mi passava la voglia di fare tutto. Tanto a lui non andava mai bene niente, quindi inutile sprecare energie. Da ragazzino stavo nella mia stanza a guardare la TV e basta.

Devo riconoscerlo però: i miei genitori pensavano al mio futuro. Ho subito scelte di studio difficili e ho fatto dei sacrifici, ma loro agivano così per il mio bene. (In realtà forse pensavano al loro bene, perché volevano che diventassi indipendente e mi mantenessi da solo per non stargli tra le palle a 40 anni, chiedendogli i soldi della pensione per andare a prendere una pizza con gli amici.)

Ma poi si cresce. Certe scelte devi farle da solo, devi assumerti il rischio. Tempo fa rifiutai un'offerta di lavoro che sembrava vantaggiosa "ai grandi" e dopo qualche anno scoprii che effettivamente quell'azienda era stata chiusa (fu in quel periodo che inventai la frase: "Se devo sbagliare, meglio farlo con la mia testa").

Non sono più quel bambino indolente che stava a casa in pigiama, mangiando merendine del Mulino Bianco e giocando ai videogiochi con gli amici. Un fanciullo la cui massima abilità era quella di mettere un pezzetto di carta sotto il pulsante del joystick quando si consumava.

E allora posso vivere da solo, comprare i vesti che preferisco: basta pantaloni a costine e giubbotto con le iniziali! Se voglio fare tardi, ruttare e scorreggiare per casa, lasciare la biancheria in giro, lo faccio e chissenefrega! Posso anche andare a pattinare su ghiaccio da solo! Posso decidere cosa fare della mia vita!

E difatti. La prima volta che pattino su ghiaccio, dopo tre secondi cado, il pattino fa perno quindi torsione della caviglia, frattura di tibia e perone, due mesi e mezzo a casa.

E non guardo neanche più la televisione.

Questa è Radiofreemouth, io sono SpeakerMuto e sto ascoltando "Good times, bad times" dall'album d'esordio dei Led Zeppelin. Voi fate come cazzo vi pare. Basta che siate voi a decidere e fanculo se ogni tanto sbagliate.

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